Archive | March, 2013

ATTENZIONE: Uovi di pascua asasini!

29 Mar

Negli ultimi giorni ha fatto scandalo il ritrovamento all’interno delle uova di pasqua di alcune sorprese difettose. Bamboline in apparenza innocue che emettevano raggi laser che hanno reso ciechi un sacco di bambini. I pochi che hanno salvato la vista, hanno usato la bambole in questione come armi per atti di bullismo contro i compagni di classe e anche contro i professori.
Mariano Celletti, preside della scuola media di San Giorgio, ha riportato ustioni di terzo grado in seguito all’aggressione con una di queste bambole. “Il creaturo voleva saltare l’ora di religione” ha dichiarato il preside Celletti. “Ma io gli ho detto di no, che Dio è importante nella vita di sti ragazzini che pensano solo alla picchiacca. Allora lui mi ha fatto vedere la bambolina e poi non lo so… ho sentito un forte bruciore e un dolore incredibile ed ho bestemmiato così forte che è uscito fuori dalla classe don Peppino e ha iniziato a prendermi con la mazza”.

Questo è solo uno dei casi di inadempienza dell’industria del cioccolato, che in questi giorni pur di arricchirsi non sta badando alle norme di sicurezza.
Un altro problema è stato quello delle uova a spazio-tempo invertito. A causa di un microchip difettoso al loro interno, quando le si apre si viene risucchiati da un warm temporaneo che porta al momento in cui il cioccolato è stato già tutto mangiato e tocca solo essere divorati dal senso di colpa.

Ma ciò che più ha sconvolto l’opinione pubblica è il caso del ragazzino che ha trovato all’interno del suo uovo kinder Paolo Limiti in persona, che dopo averlo preso sotto braccio gli ha raccontato tutta la storia del cinema pecoreccio, mostrandogli addirittura una scena mai vista in cui la sora Lella fa uno spogliarello per Lino Banfi.

Proteggi i tuoi pampini da sorprese difettate.

Proteggi i tuoi pampini da sorprese difettate.

(Immagine presa, rubata, depredata da La Colica Magazine)

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L’amicizia tra uomini si fonda su principi saldissimi

26 Mar

La domanda che molte sbarbine mi pongono è: “Com’è possibile che l’amicizia tra gli uomini è così salda rispetto a quella di noi povere sbarbe?”
La mia risposta, sbrigativa e poco precisa, di solito è: “Perchè siamo superiori!”
In realtà le cose non sono proprio così. Affatto.
E’ che il maschio è semplicemente più pragmatico e, ben conscio della friabilità delle relazioni, da tempo immemore tramanda oralmente una serie di regole che fondando i rapporti tra i maschi ormai da generazioni.
Qui di seguito, per la prima volta, segnerò alcune regole le commenterò con voi.
Nella speranza che nessuno voglia gambizzarmi per per aver svelato questo arcano.

REGOLA DORO


Mai andare a letto con la donna di un amico.
N.B.: MAI!

REGOLA D’ARGENTO

Mai andare a letto con la sorella di un Amico.

Caro Umbertoskj, ma proprio mai mai mai?

Mio caro me stesso che mi poni una domanda fingendoti qualcun altro, sono proprio contento che hai sollevato questo argomento.
In effetti la regola d’argento è molto incompleta anche perché l’esperienza ci ha insegnato che, essendo di un gradino inferiore a quella d’oro, ha un po’ meno rigore. Per questo trovo opportuno segnalare le eccezioni fondamentali che, verificandosi, annullano all’istante il senso coercitivo della regola, rendendola né più né meno che un consiglio. Un po’ come il semaforo rosso.
Eccezione 1: Un giorno parlando della sorella, l’amico ne decanta la dubbia moralità.
Eccezione 2: La sorella ci prova per almeno tre volte.
Eccezione 3: La sorella ci prova facendo notare la totale assenza di biancheria intima.
Eccezione 4: La sorella è da 10.
Eccezione 5: Si fa espressa richiesta all’amico di potersi fare la sorella. Non è valida quando questa richiesta è vincolata ad uno scambio monetario.

Nel caso di infrazione della regola d’argento si manterrà il massimo riservo sull’accaduto. Allo stesso tempo il Fratello che ha legami di sangue con la sbarbina in questione, potrà presentarsi a casa dell’altro Fratello a qualsiasi ora, sentendosi libero di aprire frigorifero e credenza, per cucinarsi quello che preferisce. Tanto ormai è parte della famiglia.
Esempio di sorella da dieci che, in modo molto velato, ci sta provando.

Esempio di sorella da dieci che, in modo molto velato, ci sta provando.

REGOLA DI BRONZO 

Mai andare a letto con la ex di un amico.

Caro Umbertoskj, ma proprio mai mai mai?

La giurisprudenza a riguardo è molto complessa. Benché una sbarbina dovrebbe essere condivisa (così com’è da consuetudine delle droghe leggere), può essere davvero inelegante che, con tutte le sbarbine che ci sono al mondo, andare proprio dalla ex di un amico. Ma la storia ci insegna che tutto questo può essere possibile, senza che tra i due amici si crei astio.
Per poter piegare la regola di bronzo, quindi, è necessario che siano presenti tutti i seguenti elementi:
–         L’amico si è lasciato da almeno 6 mesi
–         E’ la sbarbina a fare il primo passo
–         L’amico ha già cominciato una relazione che dichiara seria o ha già portato a letto almeno tre sbarbine.
–         Il primo bacio deve essere dato ad occhi chiusi, di modo che si potrà sempre dire: “Non l’ho vista mentre mi baciava, per questo non ho potuto evitarlo. E poi, quando ormai l’ha fatto, tanto valeva concludere la cosa”.

Ragazzo che non ha rispettato la regola di bronzo e ha istigato il suicidio nell'amico.

Ragazzo che non ha rispettato la regola di bronzo e ha istigato il suicidio nell’amico.

REGOLA DELLA SPALLA

Bisogna sempre aiutare  un amico a portarsi a letto una sbarbina.

Questa è una regola che sta alla base del mutuo soccorso insito nell’amicizia. Eppure, a ben leggere è molto ampia e lascia sin troppi spazi all’interpretazione. È ovvio che ci sono delle eccezioni:
–         Se si è impegnati a propria volta a portarsi a letto una sbarbina
–         Se si è a più di 50 chilometri dall’amico.
–         Se si è già a letto con una sbarbina (ma se l’hai già fatto quattro volte, devi alzarsi, prepararti uno zabaione e raggiungere l’amico).
–         Se in televisione stanno dando la puntata in cui Willy il coyote cattura Bip bip.

In più questa regola implica che si dovrà fare il possibile per aiutare il proprio nell’impresa, anche cose che ad un occhio estraneo possono sembrare assurde, come:
–         Abbandonare una partita on line di Halo.
–         Fare uso di travestimenti e menzogne di ogni specie
–         Dare fondo alla propria scorta personale di alcolici e sostanze stupefacenti.
–         Dire che La minaccia fantasma è un grande film.
–         Affermare che Drugo poteva evitare di fare tutte quelle storie per uno stupido tappeto.

Porno

21 Mar

Di recente sono stato colto da un’idea geniale!
Spulciando per il mondo della rete, non ho potuto fare a meno di notare che i film porno non sono per niente realistici, persino gli amatoriali sono fin troppo artefatti.
Proprio per questo ho deciso di girare io dei porno perfettamente fedeli alla realtà.
Film in cui il protagonista dopo sei appuntamenti va in bianco e si ritrova da solo a casa, come un povero disperato, a giocare on line ad halo.
Oppure in cui la Milf di turno ci prova con il bel trainer della palestra, solo che è questo è così pompato di steroidi che lei, per quanto si possa applicare, non riesce a farlo intostare, così alla fine i due vanno a prendersi un gelato e lui le può parlare di quanto è difficile ammettere di essere attratto sessualmente da certi vecchietti che fissano i lavori in corso.
La genialità di questa nuova pornografia è che i protagonisti il più delle volte non chiavano, oppure si ritrovano con dei cuoppi allucinanti.
Qui di seguito vi segnerò alcune trame.
Vi prego di contattarmi se volete aiutarmi a realizzare questo piccolo grande sogno, o volete finanziarmelo.

Asl a luci rosse
Nella Asl di Grumo Nevano, in seguito ad una pessima gestione amministrativa, vengono installati dei neon rossi, che rendono l’ambiente molto più lauge, tanto che i vecchiarelli in coda certe volte si addormentano o si dimenticano di bestemmiare. Qui un giovane otorino cerca di concupire la bella addetta allo sportello, che però non se lo caca manco di striscio perchè il suo fidanzato fa la guardia giurata e le ha detto che se la becca con uno prima la spara nelle cosce e poi la prende a schiaffi.
Lui ci prova in mille modi diversi, alla fine la incatasta nella sala per le radiografie ma, prima che possano baciarsi, arriva la capera del paese che li sgama.
Il giorno dopo il giovane dottore chiede il trasferimento e l’addetta allo sportello viene trovata a terra, con la coscia sparata e qualche livido in faccia.

Mamma assatanata
La signora Scognamiglio è attratta dai giovani stalloni, questa cosa provoca l’ira del suo Dio che chiede a Satana di possederla. Così lei ogni giorno va dal prete e dice: “Zì prè, tengo il diavolo in corpo”. E il prete le dice: “So io che cosa vorresti in corpo”. Ma quando lei chiede chiarimenti, glissa e le ordina di dire dieci padre nostro. Proprio mentre sta facendo la penitenza incontra Ferdinando, un giovane chirichetto di trentadue anni, che le fa: “Signora ma a voi vi piace il corpo di Cristo?” Lei capisce l’antifona si ruciulea col chirichetto nella cuccetta delle confessioni.
Il giorno dopo il chirichetto fa vedere agli amici il video che ha fatto con il cellulare.
Il film finisce con il figlio della protagonista che viene sfottuto a scuola perché gli amici hanno visto il video su youporn e con lo straziante momento in cui torna a casa e dice al padre: “Muglieret’ è ‘na zoccola!”

Yrb21

Storia di sesso e comunismo 
Pino Celletti è un giovane dandy un po’ comunista e un po’ sciupafemmine che però ogni volta che esce con una ragazza lei alla fine lo guarda negli occhi, sorride e poi gli dice: “Che bello che ho trovato un nuovo amico”. Così la sera a casa piange e poi si fa le pugnette guardando dei vecchi balletti delle gemelle Kessler. Una mattina, mentre è al solito bar a leggere Il Manifesto, viene avvicinato da una ragazza che gli chiede di condividere il tavolo. Lui prima fa il sostenuto, poi comincia a fare lo splendido parlandogli dell’apertura della Cina al capitalismo, del nuovo colonialismo americano, e di quanto era bello Berlinguer anche su lui è nato dopo che è morto. A sto punto la tipa pure si caca il cazzo e gli fa: “Senti, io ho votato a Berluscone!” Pino, però, non demorde: “Lo sai che gli opposti si attraggono?”
“Come no?” risponde lei. Poi si alza e se ne va, senza manco pagare il suo cappuccino.

Amplessi nell’antipolitica
Antonella è una casalinga annoiata che ha deciso di darsi alla politica, Piergirolamo è un impiegato in pensione del San Paolo che ce l’ha a morte con la Ka$sta. I due si incontrano ad un meetup e seguono le varie iniziative del movimento a cinque stelle. Un giorno Piergirolamo dichiara il suo amore ad Antonella che, però, è sposata e non vuole tradire il marito. Allora Piergirolamo fa: “Senti, chiediamo a Casaleggio, vediamo se lui è d’accordo!”
Casaleggio, dopo aver sentito la questione, li manda tutti e due affanculo. Antonella se ne torna a casa, mentre Piergirolamo sfoga i suoi istinti con una nigeriana chiattissima che finge l’orgasmo urlando: “Ah che belo amore col tuo grosso coso!”

 

Elegia per Super Mario

20 Mar

Siccome che sono un po’ poeta e un po’ pirata (quasi a voler proseguire la tradizione navale e amatoria di Julio Iglesias) oggi sollazzerò questo mio blog e di conseguenza voi con alcuni miei versi ispirati ad un grande eroe della mia generazione.

Come ben sapete, gli anni ’90 sono stati anni strani, difficile da definire. Non che un bambino e un ragazzino come me avesse tutti gli strumenti per capirli, ma di certo non aveva nulla a cui aggrapparsi.
Negli anni ’80, ad esempio, c’era Goldrake pronto a distruggere il male, Ken Shiro che coi suoi punti di pressione riusciva a far esplodere le emorroidi ai suoi nemici, c’era Mazinga Z con il missilone che gli usciva dalla patta e Venus con le tette esplosive.

Noi chi diavolo abbiamo avuto?
Dodò e l’albero azzurro, Tonio Cartonio e la melevisione.
Capitan Planet, il super eroe ecologico… trovato impiccato qualche mese fa sotto l’inceneritore di Acerra.

Davvero, erano anni strani, anni in cui tra i nostri eroi c’era un certo idraulico italiano che, per qualche assurda ragione viveva in Giappone; era grasso, basso, con un paio di baffi che lo facevano somigliare alla caricatura di sé stesso, e indossava una salopette degna di un village people.

Questa poesia è proprio dedicata a lui e si intitola Elegia per Super Mario

Idraulico baffuto e tossicodipendente
la tua passione per certi funghi ti portò a credere
in un mondo inesistente, magico e stregato
popolato da creature mutanti, un ibrido trip
di pixel e psicotropine.
Continue erano le tue avventure e pesanti
le costanti ricadute,
quando un tubo ti risucchiava
lungo una cascata di monete d’oro.
Tu, panciuto e moro Don Chisciotte innamorato
di una bionda principessa
sempre imprigionata nelle segrete di un castello
ogni volta diverso.
Tu, che per lei ingurgitavi quella stella multicolore,
concetrato di chetamina e anfetamine,
che più di una volta ti causò quella fitta di dolore
a cui mai ti abituasti.
La realtà, mio caro Mario, non ti ha mai interessato,
qualsiasi uomo era troppo banale per te
che cavalcavi un dinosauro
e avevi scoperto il segreto che fa l’uomo volare.
Moristi in una stanza di ospedale,
in sottofondo solo un bip al ritmo col tuo cuore,
al tuo fianco Luigi, fratello e collega
nell’impresa di famiglia. Ti rassicurava
che il mondo era al sicuro:
nessun gorilla stava tramando, armato di un barile
in moto perpetuo e rotolante.
Il medico segnò l’ora del decesso,
constatò l’amarezza del destino umano
e ti infilò un gettone nella bocca semi aperta;
forse per Caronte, forse per quell’illusione maledetta
che ci fa credere che basti un dischetto di metallo
per tornare in vita e ricominciare tutto daccapo.

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L’insostenibile ottusità delle fescion blogger

15 Mar

Il tempo è una merda, piove, le scarpe sono bagnate, i calzini pure e tu sei davanti ad una stupidissima fashion blogger e l’unica cosa che ti domandi è se sarebbe meglio romperle la faccia o il culo. Perchè a pelle ti crea quel senso di fastidio, noia e superficialità che ti danno tutte quelle ragazze che, malgrado la loro innata stupidità (o forse proprio a causa di quest’ultima), non sanno fare altro che parlare di sé, dei propri giri, dei propri amici, di mostre, musicisti e registi come se normalmente ci cenassero assieme ogni giorno vincendo pure nelle gare di rutti.
Ma c’è da dire che ha un corpo da paura: perchè è così, se sei fashion bloggher devi essere gnocca, è la prima regola. Gnocca e stupida.
Più gnocca o più stupida?
Non lo sai, per questo resti indeciso su come procedere.

Barbye Xanax: tipico esemplare di fashion blogger. Che se si fosse chiamata Barbye Immodium sarebbe stato più appropriato.

Barbye Xanax: tipico esemplare di fashion blogger. Che se si fosse chiamata Barbye Immodium sarebbe stato più appropriato.

Non sai perchè sei al bar con lei, non sai perché non appena l’hai intravista non hai cambiato bar, o non ti sei fatto saltare in aria, oppure non hai detto di essere un grillino, aizando tutti i presenti contro la casta pur di deviare l’attenzione.
Fatto sta che ti ha salutato, come se fossi un suo grande amico, e visto che siete a venti centimetri di distanza,  poggiati sullo stesso bancone, ti tocca cercare di essere un minimo diplomatico.
Così cerchi di focalizzarti su ciò che ha di positivo, il culo ad esempio. Tette nulla, manco l’ombra, neppure una speranza adolescenziale che un giorno magari… proprio zero. Fa niente. Non è una cosa importante, sul serio. Conosci tante ragazze che se ne fanno una malattia, la vivono come una mancanza. Tranquille, non è indispensabile: avere un seno, invece che a coppa di champagne, a tappo di spumante non è come avere tra le gambe una porta usb al posto di un pene. Magari può risentirne l’estetica, ma di certo non ci sono problemi di utilità. (Mi dispiace per i maschietti, non posso essere altrettanto rassicurante con voi).
Che poi tutta sta storia delle tette l’hai sempre trovata eccessiva: non è un problema di grandezza, ma di proporzione. Capisci quello che intendo, vero?

Quando avere troppe tette può essere un problema.

Quando avere troppe tette può essere un problema.

Ma torniamo alla fashion bloggher.
“Come va?” domandi nella speranza che ti possa dare una qualsiasi risposta banale e di circostanza.
E, invece, ecco che ti dice che ha conosciuto questo tizio che suona il basso in un gruppo emergente “ma veramente in gamba e che sfonderà fidati se sfonderà che io di queste cose ne capisco”. Il tizio ovviamente è fichissimo, bello, dannato e ci sta provando con lei, ma lei ancora non sa cosa fare perchè le da l’impressione di essere un tipo troppo azzeccoso. Ma ci tiene a chiarire: “Non che lo sia in generale, ma che ci vuoi fare, tutti i ragazzi che sono freddi e distaccati appena mi incontrano decidono di diventare azzeccosi”.
“Già” rispondi. “Mi passi una bustina di zucchero?”
Ti guardi attorno e ti appigli all’unica cosa che ti può salvare: un noiosissimo discorso sulle attuali condizioni atmosferiche. “Però” le fai. “Certo che questo tempo ha rotto il cazzo”.
“Verissimo, ma guarda qui” ti mostra i suoi stivaloni di gomma fucsia con dei disegnini kawaii sopra. “Se non piovesse non li potrei mai mettere”.
Bevi in fretta il caffé e ti dici che il karma c’è l’ha con te. Che nella vita devi aver fatto cose orribili. Forse nella vita passata hai compiuto dei disastri, hai ucciso persone, hai messo a repentaglio l’equilibrio del mondo, non ci sono altre spiegazioni. Forse eri Hitler ed ora ecco che il karma te la fa pagare.

Hitler ai tempi dell'accademia d'arte, quando si atteggiava ad hipster.

Hitler ai tempi dell’accademia d’arte, quando si atteggiava ad hipster.

“Seeeeenti” continua. “Ma tu stasera che fai”.
Neanche rispondo che subito dice: “No perchè una mia amica p.r. ha organizzato una festa fichissima, guarda devi esserci!”
“Devo?”
“Sì sì, sennò sei fuori!”
“Fuori da dove?”
“Dal giro!”
“Quale giro?”
“Il giro giusto, lo dice pure Bugo nella sua canzone. La conosci, vero?”
“Sì, ma che centra?”
“Come che centra? Dai, smettila di fare il tipo orso, tutto per i fatti suoi, tipo Celentano nel bisbetico domato. Guarda che ormai non si porta più”
Senti un rigurgito di vaffanculo montarsi a neve nello stomaco, salire lungo l’esofago e spingere contro denti e labbra per esserle vomitato addosso come ne L’esorcista. Ma riesci a trattenerti. “Hai ragione, però mi piace essere vintage”.
“Mica sei vintage! Sei vecchio, fuori moda e un po’ pure spocchioso”.

A sto punto non ti trattieni. “Senti, ma va un po’ a fanculo!” Poi paghi il tuo caffé e vai via.
A te spocchioso non lo dice nessuno!

Che ne farà di noi?

14 Mar

Non sono un Silvio Muccino che al climax di un qualsiasi suo film si domanda: “Che ne farà di noi?” Riferendosi alla totale assenza di prospettiva non solo sua (in quanto attore privo di qualsiasi futuro professionale) ma del personaggio che interpreta. Ovvero quell’adolescente così tardo da non potersi neanche più definire tale, o giovane uomo che ancora vive sul 740 dei suoi genitori, indeciso su cosa fare da grande e sempre più convinto che in fondo non ci sia tutta questa gran necessità di fare per forza qualcosa.
E, ad essere sincero, non vorrei neppure esserlo.

Ma non vorrei neppure essere qui, sulle scale mobili della Vesuviana, incapace di superare una vecchia che si è piazzata al centro dello scalino e non ha la minima intenzione di farmi passare. Sento il treno che arrivando, posso ascoltare il rumore che fanno i suoi freni, sovrastando Bizzarre love triangle dei New Order che mi giunge dagli auricolari.
Per una qualche fortuna cosmica, che il karma penserà bene di farmi pagare in piccole rate di sfiga ben dilazionate nel tempo, riesco a non perdere il treno e salirci insieme alla vecchia narcolettica. Una volta partito, mi guarda con un espressione bonaria, come a volermi dire: “Visto, non c’è alcun bisogno di andare di fretta”.

"Scusatemi giuvinò ma vuj a chi appartenite?"(Tipica domanda da vecchia dimmerda)

“Scusatemi giuvinò ma vuj a chi appartenite?”
(Tipica domanda da vecchia dimmerda)

Cambio canzone. Cerco sul display del mio Zen qualcosa di allegro per farmi affrontare al meglio questa giornata. Scelgo un pezzo soporifero degli Arab Strap, nella speranza di tornare in pace col mondo, come il nome del mio lettore mp3 sembra volermi costantemente consigliare.
Ogni volta che il treno si ferma entrano persone nuove e non ne esce nessuno. Sarà così sino a Napoli. La provincia a quest’ora si riversa nella città, abbandona il suo piccolo mondo antico per rintanarsi in uffici e università varie. C’è anche un gruppo di ragazzi del liceo che hanno fatto filone. Se la ridono. Sono in cinque, quattro maschi e una ragazzina col cerchietto e un pearcing sul naso. Indossano delle specie di borse a tracolla, nessuno zaino, niente che possa ricordare anche solo lontanamente la mia Invicta, sopravvissuta a tre anni di scuole medie e a cinque di liceo classico, e che è ancora da qualche parte a casa mia, tra le cose che non utilizzo più.

Non so come, in mezzo a questo marasma di gente, dalla parte opposta del vagone vengo individuato da una ex compagna di scuola che, malgrado gli occhiali, deve essere un vero occhio di falco e mi raggiunge, facendosi largo tra le persone schiacciate l’una addosso all’altra, come una fan sfegatata riesce a passare tra la folla per raggiungere il palco su cui canta la sua rock star preferita. “Ciao” mi dice. “Come stai?”
In realtà non so se dice proprio questo, ho ancora gli Arab Strap a tutto volume nelle orecchie; ma dal labiale e dalle circostanze, che non offrono chissà quali ventaglio di incipit di discorso, penso si possa trattare pressappoco di questo. “Tutto bene” rispondo. “Tu come stai?”

 

No, questa non è la mia compagna di scuola. (Ma mi sarebbe piaciuto)

No, questa non è la mia compagna di scuola.
(Ma mi sarebbe piaciuto)

La domanda che faccio è sbagliata e anche in luogo in cui la faccio non è da meno, perché qui non ho occasione di scappare, non alcuna via d’uscita se non quella di frantumare un finestrino e lanciarmi fuori dal treno mentre ancora è in corsa. La mia ex compagna di classe mi racconta gli ultimi cinque anni della sua esistenza: una litania di amori a termine e terminati, di esami universitari traballanti, di lavoretti conclusi tutti male, sorvolando sull’attuale situazione politica nazionale che non lascia ben pensare al futuro. “Ci stanno condannando tutti!” esclama. E per un attimo ho l’impressione che anche il non riuscirsi a tenere un fidanzato per più di tre mesi sia colpa di un qualche complotto partitico.

“Non ti preoccupare” rispondo. “Le cose si aggiusteranno”. Mi esibisco in una divina retorica di banalità sul futuro roseo, offrendole prospettive di vita delle più felici alle quali io per prima non credo. Lo faccio con voce sicura, leggermente alta per sovrastare il rumore del treno e il chiacchiericcio, e un bel po’ svelta per impedirle di prendere la parola e di ricominciare col suo insopportabile rosario di disgrazie.

Quando il treno arriva a Napoli prendo un bel respiro. Lei mi guarda negli occhi e con uno scatto mi afferra la mano. “Dimmi la verità, secondo te… che ne sarà di noi?”
Le porte del treno si aprono.
Scappo via come una mosca da un barattolo non appena si svita il tappo.

Temo gli stereotipi, quando posso cerco di evitarli. Li scanso come la peste o, per essere più attuale, come un brianzolo scansa gli immigrati e i terroni. E li osservo proprio come lui osserverebbe loro: con un misto di odio e paura, che da un lato lo spinge a fuggire e a chiedere aiuto, e da un altro a cacciare fuori tutto il coraggio che possiede per difendersi e appiccare il fuoco ad un accampamento Rom, di notte, quando tutti dormono, con la complicità dei suoi amici così ubriachi di grappa da rischiare di prendere fuoco anche loro.
Li scanso così come scanso i mendicanti che mi si parano di fronte da corso Umberto sino alla biblioteca: zingari e marocchini di prima e di seconda generazione. Da quelli che semplicemente ti guardano come i cani abbandonati in autostrada a quelli che, in un dialetto di gran lunga migliore del mio, ti chiedono di andare in salumeria a compare una busta di latte o un panino.
Le mie orecchie sono di nuovo connesse allo Zen che mi fa ascoltare Love is hell di Ryan Adams, che mai come in questo periodo sembra riferirsi a questa città. Tutto il centro storico si sviluppa come un enorme cantiere, che crea pile di auto imbottigliate nel traffico. È questo il motivo per cui evito di prendere la macchina, per cui arrivo qui col treno e preferisco farmi ogni giorno più di due chilometri a piedi, attraversando i marciapiedi che, ormai, si sono ristretti anche loro per fare spazio ai lavori, passando accanto agli scavi della nuova linea della metropolitana, iniziati così tanti anni fa da far pensare che invece di costruirla la stanno cercando nel sottosuolo.

Mi viene in mente la ragazza della Vesuviana. Se non mi sbaglio si chiama Chiara e al liceo era famosa per essere una esperta in fellatio. Non posso confermare questa notizia, visto che i nostri rapporti orali non sono mai andati oltre le solite frasi di circostanza, ma chi si era spinto nella sfera sessuale aveva potuto assicurare che era davvero un portento. “A quella gli piace proprio” dicevano certi ragazzi nei bagni, con una meraviglia che splendeva nei loro occhi, increduli che una cosa del genere esistesse non solo nei film porno ma anche nella realtà.
Cerco di immaginare come ha potuto trasformarsi da regina del soffocotto a fantastico emblema di una filmografia patetica che ha l’arroganza di voler dipingere i suoi banali spettatori; riuscendoci pure. Non che la cosa mi interessi davvero, ma non posso fare a meno di domandarmi se anche io, senza rendermene conto, sia come lei. E devo fare assolutamente qualcosa per rassicurarmi.

Ragazza a cui piace proprio!

Ragazza a cui piace proprio!

Tutto è cominciato una mattina di dieci anni fa, quando mi sono guardato allo specchio e mi sono reso conto di essere ridicolo. Avevo i capelli cotonati alla Robert Smith, vestivo di nero ed ero circondato da un nichilismo da bar dello sport, con spruzzata di decadentismo e forzata trasgressione alla Isabella Santacroce. Insomma, ero ridicolo. Non me ne ero mai accorto, ma in quel momento mi risultò lampante. Ero uguale a mille altri uguali a me, che scrivevano sui loro quaderni e i loro diari le stesse citazioni di Jim Morrison a di Baudelaire. Parlavo con lo stesso tono di voce grave e lamentoso, come un cantante dark degli anni ottanta consapevole che la new wave non sarebbe durata abbastanza da permettergli di vivere di rendita.
Insomma, non ero un io ma un noi.

Quello che è successo dopo non lo saprei dire molto bene. So che ho scoperto che esistevano abiti di colori diversi dal nero e che i capelli, quando non si fissano con mezza lattina di lacca, hanno una consistenza piacevolissima al tatto. Ho provato ad evitare di parlare con frasi fatte, ho provato a frequentare gente diversa e, piano piano, eccomi qui. Ora indosso una felpa H&M, un jeans comprato al mercato e un paio di scarpe Puma, forse rubate, visto che le ho pagate solo tenta euro. Sono con la testa china sui libri, in una sala con altre quindici persone che fanno esattamente lo stesso. Ma, almeno in questo, non ci vedo nulla di male.

Così mi chiedo che cosa accadrà quando uscirò da qui, stasera, ma anche domani, tra una settimana, tra un mese, tra un anno, tra dieci… e cerco di immaginarmi amici, amori, sbronze allegre anche se non ho più l’età per queste stronzate, scoperte, sorprese, passioni improvvise anche se più tempo passa e più sono difficili. Non uso quelle terribili cinque parole, ma il senso è quello: che ne sarà di noi?

Silvio Muccino fa eco nella mia testa: “Fei fottuto!”

La dura legge della cessità

10 Mar

Tutto comincia a novembre.
Ero in biblioteca, quando noto tre ragazze che stanno osservando i presenti, li indicano e danno loro dei voti.
Sono molto generose: otto, nove, anche un nove e mezzo. Poi ecco che una di loro si sofferma su di me e fa: “A quello gli arei un quattro”.
E lì già mi girano gli zebedei.
L’amica risponde: “No dai. Almeno un quattro e mezzo”.
E gli zebedei prendono il passaporto che devono girare in grande stile.

Qualche tempo dopo sono a bar a prendere un caffé, quando mi si avvicina una ragazza che mi fa: “Senti, posso dirti una cosa… ma lo sai che sei proprio il cesso?”
Io la guardo con la tazzina e mezz’aria e rispondo: “Ma mia mamma mi ha sempre detto che sono bellissimo”.
Lei alza le spalle e se ne va.
Sarò sincero, non mi sono sentito umiliato.
Almeno sino a quando il barista non mi ha dato una pacca sulla spalla, dicendomi: “Secondo me sì nu bellu guaglione!”

Altri episodi simili si sono susseguiti in questi giorni, tanto da farmi pensare ad una vera e propria cospirazione che si lega perfettamente con le scie chimiche, i microchip nel cervello e gli ufi di Mistero.

Ovviamente, l’esternazione di questi racconti ha prodotto in chi mi circonda strani fenomeni.
Il più diffuso è l’amica che mi guarda negli occhi e mi fa: “Ma Umberto, tu non sei brutto!”

Ora, non voglio fare il piccolo neuro-linguista del cazzo, ma lo sono e non posso fare a meno di pensare che queste frasi non vogliono dire niente. Per carità, mica mi si deve dire che sono così bello da deternere il dono supremo della bellissimezza, ma descrivermi con un’assenza, una mancanza, con una negazione non è bello.
E’ un po’ come dire alla suocera da cui si è andati per la prima volta a cena: “Bè signora, la sua lasagna non fa proprio schifo!”

Poi, nei discorsi con donne prossime ai trenta e terrorizzate dalla solitudine sono uscite fuori ben due che volevano fare il seguente patto: “Se sono in astinenza per un tot periodo di tempo mi affido a te”. Il che mi avrebbe fatto sentire molto onorato (e onerato e oberato visto che sono in due) se solo il tot di tempo in questione non fosse stato uno e due anni.
Un po’ come dire: “Senti, quando sarò disperata tu sarai il fondo che andrò a scavare!”

Una mia foto, mentre sono a telefono con la mamma che mi dice che forse non sono bello ma sono tanto simpatico almeno.

Una mia foto, mentre sono a telefono con la mamma che mi dice che forse non sono bello ma sono tanto simpatico almeno.

 

Certo è che cose di questo tipo mi sono accadute spesso.
Una volta verso i diciannove anni frequentavo una ragazza da un po’ di tempo, quando una sera a casa mia lei non trova il suo cellulare. Va in bagno e mi chiede di cercarlo. Così da bravo ragazzo quale sono la telefono col mio ed ecco che posso prendere il suo cellulare e vedere sullo schermo il mio nome seguito da un numero: il sei.
Incuriosito da tutto questo curioso sulla sua rubrica, rendendomi conto che accanto ad alcuni nomi maschili c’è un numero.
Quando esco dal bagno le domando spiegazioni e lei, candida come una malattia venerea, mi risponde: “No… è che… cioè  è un po’ come un voto”.
Ok, era una sufficienza, l’anno lo superavo, non mi portavo neppure un debito formativo, ma in questo ambito il sei è un po’ come il prof che dice: “E’ intelligente ma non si applica”. O, peggio ancora: “Fa il meglio che può ma a più di questo non arriva”.
Tutti possiamo desiderare un sei in greco, ma da una ragazza che frequenti è peggio di un due in storia dell’arte.

A pensarci bene, mi viene in mente anche un’altra cosa.
Alle medie un giorno noi ragazzi facemmo l’elezione della ragazza più bella della classe. Le ragazze in un moto di femminismo fecero l’elezione del ragazzo più bello.
Non ci crederete, ma arrivai ultimo.
Tanto che ad un certo punto Viviana, una delle mie compagne di classe, si scagliò contro le ragazze dicendo che non capivano niente, come avevano fatto a mettere a me ultimo, mentre avevano messo al primo posto uno che faceva schifo come persona e umanità.
Viviana mi piaceva, così tanto che un pomeriggio glielo dissi e le chiesi pure se voleva stare con me. Anzi, le dissi: “Ti vuoi mettere con me?”
Lei mi guardò come un soggetto allergico guarda una nube di acari della polvere e poi mi disse no: “Veramente a me piace un altro”. Per la precisione quell’essere che faceva schifo come persona e umanità arrivato al primo posto.

Un attimo…

Ma allora è vero… io sono sempre stato un cesso e solo ora me ne rendo conto!
Devo organizzare un colloquio per un posto da idraulico, così riuscirò a racimolare in fretta i soldi per tutte le operazioni estetiche che mi servono!