Archive | April, 2013

Ragazzi ormonati in primavera

29 Apr

Esterno. Giorno. 
Attraverso la mia provincia addormenta neanche fossi un personaggio di Michele Prisco, ostento con arroganza Allen Ginsberg sulla mia t-shirt e porto aperta una camicia a quadrettoni che serve a proteggermi da tutti gli anni che sono venuti dopo il 1994.
La giovane ingegnera che devo incontrare sembrava contenta della prospettiva del nostro rendez vu (tumorroooov), io lo sono decisamente meno ma, come dicono i miei compagni di bagordi, devo combattere la mia uallera primaverile e ricordarmi la geografia sessuale di Raffaella Carrà che incita a far l’amore da Trieste in giù.

Interno. Notte.
Alex: Stai ficcando?
Io: Ma non lo so, un po’ mi scoccio in ‘sto periodo.
Alex: E allora dillo che sei fecato e ti piace il pesce all’acquapazza.
Io: Perchè proprio all’acquapazza?
Alex: Non lo so, suona meglio. Un po’ come dire Soffocotto Impanato e Fritto.
Io: No, mò mi spieghi come cazzo è un soffocotto impanato e fritto. Sul serio, da solo non ci arrivo.
Alex: Minchia, si vede che non hai fantasia!
Io: Io ho fantasia, anzi ora come ora ho solo quella, ma sul serio a sto soffocotto non ci arrivo.
Soffocotti.  Da oggi li potete puccettare pure nel cappuccino.

Soffocotti.
Da oggi li potete puccettare pure nel cappuccino.

Esterno. Giorno.
Prima di incontrarla faccio mente locale sulle mie ultime uscite.
A.: che dopo un’ora già mi diceva che lei cerca un uomo da sposare. Con ogni sua parola mi faceva venire in mente una tortura diversa a cui avrei preferito sottopormi.
B.: una dolcissima ragazza dall’aspetto efebico. Avrei potuto anche sopportare il suo dannatissimo attivismo con il Pd, ma c’era qualcosa in lei che mi inquietava, tra cui la sua convinzione che Creep fosse la cover dei Radiohead di una canzone di Vasco Rossi.
C.: psicocazzologa con una seria dipendenza dalle endorfine e che se non faceva almeno due ore di attività fisica al giorno  si deprimeva sino a convincersi che era il capro espiratorio dell’intera umanità, così come qualche millennio fa lo era stato il suo collega Gesù.
Cerco di cancellare questi pensieri. In fondo è un periodo incasinato il mio, non ho tempo e non ho voglia per gli incontri di sentimento e movimento. Ok, magari per il movimento mi sento decisamente più motivato, ma non ho per niente voglia di prestarmi al rituale seduttivo, fatto di uscite, accompagnamenti sotto casa, bacio e poi a casa, nuova uscita, telefonate, messaggini, di nuovo una uscita con altro bacio e petting tipo quello delle scuole superiori, che non si concretizzava in nulla e ti faceva tornare a casa con le palle doloranti. Not in my name. Semmai in un altro momento, ma mò proprio no.
Ed ecco che mi viene incontro, raggiante coi suoi occhiali alla Brunori Sas e con indosso un paio di ballerine che sono la morte di qualsiasi aspirazione ormonale.

Interno. Notte.
Alex: Sai quelle che mi massacrano la libidine chi sono?
Io: Quelle che ti dicono E’ meglio se rimaniamo amici?
Alex: No, quelle con le ballerine.
Io: Cazzo è vero.
Alex: Le peggiori sono quelle che mettono le ballerine e le calze, che poi fanno tutte le grinze tipo piede di vecchia e tu stai e le guardi e resti allibito…
Io: E poi guardi gli ormoni lontani, che ormai hanno abbandonato il tuo corpo e stanno andando a prendere un happy meal al McDonnald.
Alex: Che poi non è che voglio fare la parte del feticista.
Io: Ma falla pure, qual è il problema?
Alex: E’ solo che… porca miseria, a sto punto io da domani esco con i sandali e i calzini.
Io: Fidati che massimo dieci anni e saranno di moda.
Alex: Il buon gusto sta morendo.
Io: Il buon gusto è morto.
Alex: Sai anche cos’è morto?
Io: I dialoghi nei film porno?

Sara Tommasi ripassa mentalmente la parte prima di farsi ripassare.

Sara Tommasi ripassa mentalmente la parte prima di farsi ripassare.

Esterno. Giorno.
Mi viene incontro e mi fa: “Mica me lo immaginavo che fossi così comunista?”
“Comuche?”
“Il tizio sulla tua maglia, dico. Non è Carlo Marx?”
Ho visto le menti più brillanti della mia generazione distrutte da una citazione non colta al volo, affamate isteriche nude, trascinarsi in squallidi bar continuando a sottoporsi allo strazio, in cerca di un sollievo astioso, che potesse essere una rissa con la cassiera o una invettiva contro il Governo… continuo a straziare i versi dell’Urlo nella mia mente finché non rispondo: “No, non è Marx, ma un poeta”. Poi, visto che sono un vero gentiluomo, aggiungo: “Ma tranquilla, molti li confondono”.
Lei se ne sente sollevata e dice: “Io di poesia non è che sono tanto ferrata. Però mi piace tantissimo Prevert”.
“Bè, in effetti ci sono delle cose di Prevert niente male, così come delle cagate immonde di una banalità assurda tipo…”
“I ragazzi che si amano è la mia preferita”.
“Appunto”. Sfodero il mio sorriso a trentadue denti, sperando che non siano diventati tutti canini. “Ci sediamo?”
Quello che accade nei minuti a seguire è il classico stereotipo da giovani in tempesta ormonale che si analizzano per vedere se ci sono delle compatibilità che potrebbero dare luogo a nuovi incontri che andranno poi a concretizzarsi in un atto carnale, in una relazione, insomma in qualcosa che coniuga con gusto ed eleganza il bisogno di avere una persona accanto a quello di farsi una sgroppata come cristo comanda.
Lei parla delle sue passioni: la palestra, l’azione cattolica, l’andare ogni sabato sera mangiare in un posto diverso, la musica r’n’b, il desiderio di vivere in polinesia. “Ma perchè ci sei stata in Polinesia?”, “No, ma che centra?”
Io le rombo gli zebedei con DeLillo, il grande romanzo americano, le serie televisive della Showtime e i fumetti di Andrea Pazienza.
Non siamo come dei pezzi di puzzle che non combaciano. Direi, più che altro, che io sono come un mattoncino lego mentre lei è un pezzetto del meccano. Siamo sistemi completamente diversi. Come Microsoft e Apple.
Mi tornano in mente le parole di Alex.

Interno. Notte.
Alex: Mi raccomando, mò che esci co sta tipa non mandare tutto a puttane!
Io: Ma io non mando tutto a puttane, è solo che se non siamo compatibili non posso farci niente.
Alex: Anche se non la conosco, io so che voi siete compatibili.
Io: Ora mi dimostri questa asserzione.
Alex: Semplice, tu hai un pene e lei una vagina.

Esterno. Giorno.
Le cose semplici sono le più difficili, ha scritto una volta Sanguineti. Vado a pagare il conto e lei mi fa per salutare e andare via.
“E’ presto” dico. “Ci facciamo un giro?”
“Che sorpresone!”
“In che senso?”
“Sembra che ti stai annoiando”
“No, è che in questo periodo sono con la testa altrove”.
“Ti capisco, quando sono in questo stato devo staccare con tutto. Di solito mi chiudo in casa, mi sbatto sul divano, mi accendo una canna e guardo per l’ennesima volta Ghostbusters”.
“ODDIO! Ma è il mio film preferito in assoluto!”
“Dai, non ci credo”.
I miei occhi si illuminano tipo antinebbia nella notte. “Aspè, cosa ne pensi di Spongebob?”
“Lo amo. E’ geniale!”
“Ti prego, sposami!”
Ci allontaniamo dal bar e lei ha il buon gusto di non affrontare né l’argomento nozze, né il terribile problema delle partecipazioni.

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Arricchiuniti al bar

24 Apr

E’ uno di quei giorni in cui mi sveglio con la stessa gioia di vivere di un iscritto al PD che non ha ancora deciso se strappare la tessera o bruciarla. Uno di quei giorni in cui apro il cassetto e mi rendo conto di non avere vestiti puliti se non una vecchia maglia dei Nofx, stigmata dei miei anni da punk borghesotto. Mi lavo e mi vesto con l’agilità di un gattopardo sovrappeso negli ultimi giorni di vita. Vado in cucina, apro lo stipite e osservo con gioia lussuriosa il pacco di Pan di stelle. Lo lambisco con lo sguardo, con occhioni degni di Candy Candy, ma quando lo vado a prendere ecco che sotto le mie dita si consuma la tragedia: è vuoto.
Cioè, ci sono solo poche briciole e  mezzo biscotto che beffardo mi guarda sapendo che non lo mangerò. Bestemmio il calendario dal primo gennaio al dodici febbraio ed esco.

La mia città mi accoglie come un buttafuori in locale che vuole tenere alla larga gente come me; metto gli occhiali da sole che mi danno carisma e sintomatico mistero e mi avvio al bar. Qui ordino il solito caffé macchiato. Il barista che ormai mi riconosce sa che non deve metterci il cacao sopra.
(Ora, sinceramente, non voglio divagare troppo, ma ‘sta storia del cacao sul caffé proprio non la capisco: ho bisogno di caffeina, non di un fottutissimo Nesquik!)
Sto per portarmi la tazzina alle labbra quando un tipo mi si avvicina.
Definirlo losco non rende l’idea. Avrà circa trentacinque anni, pochi capelli che danno vita ad un lunghissimo riporto, che deve aver subito l’accanirsi del venticello primaverile, visto che si spande sul suo cucuzziello tipo alghe. Ha gli occhi leggermente strabici e indossa un completo color crema, senza cravatta.
E mi fissa.
Cerco di fingere indifferenza e forse ci riesco pure ma lui continua a fissarmi.

Ad un certo punto mi fa: “Da quanto tempo non scopi?”
Con l’aplomb alla Buster Keaton che nei momenti migliori mi caratterizza, rispondo: “Veramente mi sto conservando puro per il matrimonio”.
Con l’aplomb da stramboide che lo caratterizza, ribatte: “Se cambi idea il mio numero è nel bagno”.
E per un attimo mi sento anche terribilmente fuori moda ad averlo segnato solo  sul biglietto da visita e non su qualche parete random, che come strategia di marketing forse forse da i suoi frutti.

Da "Anche i ricchioni piangono" Citazione ovvia ma necessaria.

Da “Anche i ricchioni piangono”
Citazione ovvia ma necessaria.

Finisco di bere il caffé, faccio un segno al barista che se la ride, come a dirgli: “Bravo, pareami addosso, lo farei pure io al posto tuo”.
Poi lascio il bar.
Fuori trovo ad attendermi ancora il paesello. Il che di certo non è ‘sta gran sorpresa.

Nella migliore delle ipotesi non ci sono

21 Apr

C’è sempre qualcosa di vagamente offensivo nel passare il sabato sera casa.
Decisamente più offensivo è sapere degli amici che se ne sono stati in giro a far bagordi, quelli che sono sempre in prima fila quando organizzi qualcosa, quelli che sono sempre in ultima fila quando c’è da chiamarti.
E se non sono in ultima fila, allora hanno finito il credito.
E la batteria del cellulare.
E non hanno razzi di segnalazione.
E non sanno come fare segni di fumo.
Ok, magari fumano erba ma non puoi fumarla e farci dei segnali insieme, è troppo complicato.

La realtà è che gli esseri umani sono precari. Ed è una delle cose che mi ha sempre sconvolto.
Ricordo la fine di una mia relazione importante, trovavo abominevole l’idea che ciò che c’era stato tra me e una certa ragazza non solo fosse finito, ma che gran parte del suo modo di fare, di baciare, di scherzare, venisse riprodotto uguale, solo con lievi modifiche, nella nuova relazione.
Era come dire che io non ero nulla di speciale. Non ero Umberto, ma semplicemente un ruolo.
A sto punto avrei voluto avere un ruolo diverso; che ne so, quello di postino!

Da tempo ho l’impressione che il concetto di famiglia così come la conosciamo è svanito. Oggi come oggi la famiglia non può essere solo quella dei legami di sangue e per una ragione semplice: il mondo è troppo complesso, troppo fragile, i bisogni sono aumentati, il precariato non è solo uno stato sociale ma è fondamentalmente uno stato esistenziale e la famiglia non basta a compensare tutto questo. Così abbiamo bisogno di una seconda famiglia, quella che in molti a sedici anni definivano “la famiglia che ti scegli”, quella degli amici.
Abbiamo bisogno di collocarci in un universo affettivo in cui sappiamo perfettamente qual è il nostro posto (così come un fratello sa qual è il suo posto all’interno del nucleo familiare), abbiamo bisogno di sapere su cosa possiamo contare, da cosa ci dobbiamo guardare le spalle; insomma, abbiamo la necessità di comprenderne i confini, le leggi, gli obblighi, i legami.

Quando otteniamo tutto questo, ecco che parte di quello che è il senso che ognuno di noi cerca sembra delinearsi. In qualche modo, siamo contestualizzati all’interno di un gruppo. Ma quando questi legami si dimostrano fragili, altalenanti, non particolarmente affidabili ecco, invece, che qualcosa si sgretola.

Il punto è che la fragilità del mondo in cui ci troviamo, rende fragili anche gli affetti, friabili. E chi è disposto ad abbracciarti oggi, domani probabilmente avrà di meglio da fare, o semplicemente non riuscirà a portare alla mente il tuo nome, scanserà ogni pensiero per finire un po’ nel dimenticatoio, per poi essere ripescato dopo un po’.

Diventa difficile muoversi in questo mondo, orientarsi, andare da un luogo ad un altro.
Quindi, mi perdonerete se certe sere resto a casa a guardare Games of thrones.
Tutti, ogni tanto, hanno bisogno di sicurezza.

liciaintera30

La poesia ha fracassato i coglioni!

15 Apr

Brutta storia quella delle persone che amano scrivere, così convinti che ciò che buttano giù abbia un qualche valore da uccidere la salute di tutti i poveretti che capitano sotto le loro grinfia.
“Senti, lo vuoi leggere un racconto?”
“Ohhh, ora ti faccio leggere una poesia bellissima”
“Ah, ma io ho scritto un articolo a riguardo, leggilo e dimmi che ne pensi”
E i poveretti che preferirebbero martellarsi le palle.

Bè, lo confesso appartengo alla categoria di chi scrive.
Sorpresi?
E allora siete imbecilli: ho un blog, potevate anche arrivarci da soli.
E visto che scrivo, ho deciso di mettere qui un libricino con le mie poesie.
Un pdf senza un minimo di impegno per l’impaginazione.
Insomma, è il mio modo di rompere gli zebedei!

Lo puoi scaricare cliccando qui: Umberto De Marco – Poesie

Non bisognerebbe incontrare i propri limoni adolescenziali

13 Apr

Me la bighellonavo come di consueto, dirigendomi verso il buon Roberto (fidatissimo pusher di caffé), baldanzoso come un grillino che ha testé scritto un post contro la Ka$ta e fresco come un’insalatina appena colta; quando di colpo mi ritrovo di fronte G..
G., dolce ricordo dei miei quindi anni, una scheggia impazzita del passato. G., ancora raggiante come un tempo, con gli occhi belli, intensi, azzurri come l’idraulico liquido.
G., affresco degli anni ormai passati, canzone persa nella memoria ed ora di colpo ricordata, neanche fosse stata di colpo suonata da una radio fantasma. G., non nel senso del celebre punto, ma iniziale di un nome che preferisco non fare che nella vita non si sa mai.
G., uno dei miei primi limoni adolescenziali.

Esempio di limonata adolescenziale.

Esempio di limonata adolescenziale.

La saluto. Mi saluta. Quanti sono, dieci? No, undici, dodici, ma che senso ha contarli?
Le propongo di venire al bar con me, ricordare i bei tempi: “Ti ricordi quando io e te”. E le sorrido, ammicco, gatto lupesco che non sono altro.
“Ma… lo sai che io e te… ma mica me lo ricordo?”
E qui qualcosa accade nel mio tenero cuoricino.
Lei continua: “Oddio, io e te. Ma sai che imbarazzo…”
Imbarazzo?

IMBARAZZO?
. . .
I M B A R A Z Z O ?

Mi spengo come la fiamma di una candelina al compleanno di un bambino che invece di soffiare ci sputazza sopra.
Mi contraggo come l’universo che, dopo essersi mortificato, smette di espandersi e comincia ad implodere.
Mi incazzo come se uno dei tuoi primi limoni, pilastro della tua autostima seduttiva adolescenziale, pensiero superficiale che rendeva la pelle splendida in quei momenti in cui il gentil sesso diceva che faceva cagare e non solo la pelle ma anche i muscoli, i capelli, gli organi e le ossa, ti incontrasse per strada e dimenticasse di colpo in bianco chi sei.

Esemplificazione della mia espressione in quel momento.

Esemplificazione della mia espressione in quel momento.

Che fai nella vita?

E tu?
Non è un bel periodo.
Il lavoro? L’università?
La crisi c’è. Il governo no, come Laura nella canzone di Nek.
Ed io intanto parlo e non ci sono, rispondo e sono assente, lascio cadere lo sguardo nella scollatura dei suoi bellisimi seni ancora pieni domandandomi se sono ancora sodi e chiedendomi se è vero che li ho toccati e non ha ragione lei, che non è successo, che sarebbe stato troppo imbarazzante.

I M B A R A Z Z A N T E ?
Ma che cazzo vuol dire?

Ci salutiamo. Due baci, sulle guancia. Ci diciamo un a presto, che ha solo un valore formale. La osservo andare via, diventare sempre più piccola. E quando il suo orecchio è a distanza di sicurezza prendo il cellulare.

“Alex, ma tu te la ricordi G.?”
“Uè stronzità. Sto in studio, senti sto riff, senti se ti piace”
“No, aspè, è una cosa importate: te la ricordi G.?”
[Rumore confuso che a senso dovrebbe essere quello di una chitarra]
“Alex… Alex? Alex non si capisce un cazzo!”
“Allora, che ne dici?”
“Dico, ma tu te la ricordi G.?”
“Ma quella che ti sei tenuto?”
“Ecco, sì, esatto!”
“Quella chiattona allucinante!”
“No, no, no! Non era chiattona!”
“No, perchè ti sei tenuto certe chiattone che, te lo giuro, ne parlavo proprio ieri ad un amico e dicevo cazzo da adolescenti uno ha così tanti ormoni che si tieni pure le chiattone e pensavo. Dai, ti sei tenuto pure quel cuoppo di T.!”
“Porca troia! No, Alex, G., quella gnocca, occhi azzurri, tette grosse, fissata lei e gli smashing pumpkins, quella che venne con me pure al concerto dei proaz+?”
“Non la chiattona?”
“No, non era chiattona!”
“Allora no, non me la ricordo”.

Appurato che, oltre all’altra parte in causa, anche il mio biografo ufficiale non ricorda il fatto mi domando se tale fatto sussista o altro non sia che un sogno, ad occhi aperti od occhi chiusi, un viaggio mentale generato dalla mescalina, o da un ibrido trip di pippe e ormoni adolescenziali.
Moggio come un mocho vileda che ha lavato troppi pavimenti mi reco ai miei da fare, quando di colpo mi suona il cellulare.
Un messaggio.
Forse è G..
No, è Alex: “Ma a finale non me l’hai detto, come sta la chiattona?”

Le due notizie del giorno

5 Apr

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

C’è un dittatore che somiglia al piccolo Lucio, che governa un paese dimmerda che si ricorda Mariglianella negli anni ’80, e che sta facendo la voce grossa. Mi ricorda un po’ quei ragazzini che nel loro palazzo sono considerati tipo guappi, e che se ne vanno a Scampia e provano a fare i guappi lì.
Il dittatore Ping Pong che se la prende col suo luogotenente Alfredo Quagliarulo perchè gli è andato a comprare le sigarette ma si è scordato l'accendino.

Il dittatore Ping Pong che se la prende col suo luogotenente Alfredo Quagliarulo perchè gli è andato a comprare le sigarette ma si è scordato l’accendino.

Ruby, la celebre nipote di Mubarka, che poi si è scoperto che non era la nipote, anzi non era neanche parente, ma Berlusconi che ci volete fare tiene un’età e si è sbagliato. Quella Ruby diventata famosa perchè Berlusconi la pagava per non farla prostituire, mentre lei gliela dava per non farla andare a puttane. Insomma, quella Ruby lì è stata chiamata a giudizio ma se ne è bellamente sciacquata la patana visto che sta in Messico in un viaggio di piacere.
La questione ha reso di nuovo celebre la la nostra beniamina, che adesso compare di nuovo sulle bacheche di facebook di gente che scrive: “Ma schifo”. E intanto pensa che gliel’avrebbe date un paio di picconate che manco Cossiga ai tempi doro.

Ruby in un momento di rilassamento.

Ruby in un momento di rilassamento.

 

 

Questo post è Mixed by Erry

3 Apr

Ho conosciuto i Nirvana grazie ad Erry.
Se non fosse stato per lui per me sarebbero stati solo “un gruppo di drogati”, come dicevano certi tizi a scuola, che facevano canzoni rumorose e piacevano alle ragazze alternative. Non sentivo la radio e l’unica musica che ascoltavo era quella che passava la televisione. Quando trovavo un gruppo che mi piaceva, andavo a piazza sant’Agnese, perché di fronte l’Usl c’era Gennaro che vendeva le cassette pirata.

Arrivava lì la mattina, parcheggiava l’auto e le metteva sul cofano.
Non erano tutte, dai finestrini si potevano vedere che nell’auto, sui sedili posteriori, c’erano degli scatoloni che contenevano altre cassette. Costavano cinquemila lire l’una, ma se ne compravi quattro o cinque ti faceva lo sconto. Un giorno andai da lui per comprare Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883. Andavano molto di moda in quel periodo, Italia1 usava le loro canzoni come sottofondo per le pubblicità dei suoi programmi e dei film, in più il gruppo era apparso a Non è la rai e al Karaoke.

Non appena comprai la cassetta, la misi nel mio walkman e mi avviai verso casa. Ancora oggi mi piace camminare con una colonna sonora. Allora, come ora, avevo l’impressione che per far assumere una forma diversa al mondo bastasse semplicemente trovargli una musica di sottofondo.
Max Pezzali cantava ed io osservavo la stazione della Vesuviana: alcuni dei miei compagni di classe prendevano il treno ogni giorno per venire a scuola, eppure tutto ciò che mi faceva venire in mente è che bastava un treno, appena trenta minuti di treno per arrivare in città.
Volevo scappare, anche se non ricordo bene il perché. O forse lo ricordo: un adolescente di provincia non può volere altro che la fuga, lasciarsi tutto alle spalle, la scuola, i genitori, i professori, il coprifuoco del sabato sera. Una volta via, ovviamente, non avrei saputo cosa fare, ma ero sicuro che ciò che desideravo non era in quel maledettissimo paese in cui vivevo.
Il problema era che non avevo la più pallida idea di cosa desiderassi. I miei compagni di classe non erano affatto come me, anzi, sembrava che ciò che desideravano l’avessero già trovato: forse in classe, forse nel cortile della scuola, oppure nell’angolo di strada dove il sabato sera si incontravano con i loro amici. Insomma, ero il classico ragazzino solo.
Quando camminavo col walkman a tutto volume, però, la solitudine assumeva la forma della malinconia. Quel senso di desolazione che mi portavo sempre dietro restava ma diventava un po’ più dolce, più facile da sopportare.

Tornato a casa, mi stesi sul letto, sempre con le cuffie nelle orecchie. Ascoltai tutte e nove le canzoni di quel disco poi, invece, di cambiare cassetta o spegnere, rimasi in ascolto: dopo pochi secondi potei sentire una voce profonda che diceva “Questa cassetta è mixed by Erry”, per poi ascoltare una canzone inglese mai sentita prima.
Tutte le cassette Mixed by Erry non ammettevano che ci fossero minuti di nastro non inciso, e contenevano canzoni che non c’entravano niente col gruppo che avevi comprato. Tempo prima avevo scoperto Sting grazie ad una cassetta di Jovanotti.
La canzone americana che ascoltai era fatta di chitarre stridenti e di una voce roca che più che cantare urlava, ma senza gridare, come se l’urlo fosse l’essenza di quel canto, non la sua forma. Non mi piacque, ma una volta conclusa la ascolta di nuovo. Feci lo stesso anche con le tre canzoni successive, che sembrano essere dello stesso gruppo.
Neanche quelle mi piacevano, ma c’era qualcosa che mi attirava, qualcosa che mi spingeva a voler sapere cosa significassero quelle parole.
Oggi è facile: si va in internet e qualsiasi domanda trova una soluzione. Allora non era affatto così.

Per questo il giorno dopo tornai da Gennaro. Gli passai il mio walkman e gli chiesi: “Come si chiama questo gruppo?”
Lui ascoltò pochi secondi. “Sono i Nirvana”. Poi, senza che neanche glielo chiedessi, mi passò una cassetta.
Mentre tornavo a casa mi resi conto che quella musica era la colonna sonora perfetta di ciò che guardavo, che quel canto era il mio canto e anche se non conoscevo il senso delle parole mi rendevo conto che dicevano le stesse cose che pensavo io.
A casa pensai che quelle erano state le cinquemila lire meglio spese della mia vita.

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