Archive | May, 2013

A volte è strano…

29 May

colonna sonora durante la scrittura del post
(se ne consiglia l’ascolto)

Ci siamo scritti lettere d’amore, ci siamo scambiati i libri con lo stesso ritmo con cui le altre coppie si scambiano promesse, e abbiamo evitato inutili giri di parole su cosa siamo, quando lo siamo, se dureremo o se siamo esclusivi. Ci siamo detti, ognuno a suo modo e senza mai rivelarlo all’altro, che avremmo deciso se stare insieme giorno per giorno e così, senza neppure rendercene conto, abbiamo smesso di essere due individualità per diventare a tutti gli effetti un nucleo che, anche quando si scindeva per andare in direzioni diverse, palpitava allo stesso ritmo.
Poi le cose sono finite.

Non c’è altro d’aggiungere; la storia è semplice, banale, come ne iniziano e finiscono mille altre ogni giorno.

Certe volte mi chiedo come mai.
Certo, non è complesso da capire: si cambia in modo diverso, resta l’affetto magari, ma il resto… viene rivolto altrove.
Ma non è solo questo.

Perchè c’è qualcosa che è più simile ad un abominio che ad altro: il modo in cui baciamo nuove persone, il modo in cui ci facciamo l’amore, in cui ci confidiamo che, anche solo in parte, ha modi simile a quelli in cui ci baciavamo noi, in cui facevamo l’amore e in cui ci confidavamo.

E’ che ci siamo dimenticati di noi per fare spazio ad altri.
Ed è giusto.
Eppure, se ci penso, mi sembra così strano.

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Il terribile Signor Editore

28 May

“Quindi tu saresti uno scrittore?”
Mi volto per essere sicuro che stia parlando proprio con me e, quando non vedo nessuno, con un certo imbarazzo rispondo: “Sì… cioè, più o meno sì”.
“E da quanto tempo scrivi?”
“Ma… più o meno da quando avevo sei anni. Ho imparato in prima elementare”.
A questo punto il terribile Signor Editore mi guarda male, con i suoi occhi di fuoco e di ghiaccio (uno è rosso e l’altro è azzurro – insomma, David Bowie gli spiccia casa). E’ un essere (forse umano, forse no) grosso, imponente. Il Terribile Signor Editore ha letto tutti i libri del mondo, conosce esattamente le pieghe del mercato, i gusti del pubblico, i giornalisti, le prossime pubblicazioni. Le leggende raccontano che sia stato lui a suggerire a Dostojevskj di intitolare il suo romanzo Delitto e castigo e non Storia di uno che ammazza a ‘na vecchia demmerda e poi ci va giù di pippe mentali. “Quindi tu hai scritto un libro e lo vuoi pubblicare?”
“Cioè” esito. “Non è che è indispensabile sto fatto della pubblicazione e che passavo da queste parti, ero nelle vicinanze del mare di lava e mi sono detto Tò quasi quasi passo a vedere se si può fare”
Prende il mio manoscritto: “Vediamo”.
Le leggende raccontano che il Terribile Signor Editore divori le dita degli autori che non gli piacciono. Mi metto le mani in tasca; così, per precauzione.

“A chi ti ispiri?”
“Cerco di essere una via di mezzo tra Don DeLillo e Jimmy Il Fenomeno”.
Di nuovo lo sguardo che mi fa raggelare il sangue e lo rende tipo granita nelle mie vene.
Al Terribile Signor Editore non piace l’umorismo; o semplicemente è il mio a fargli cacare il cazzo.
Scorre le pagine in fretta, le legge alla velocità di due secondi l’una. Le leggende raccontano che il Terribile Signor Editore legga centocinquanta manoscritti al giorno che divide in due categorie: quelli che non gli piacciono (che poi vengono utilizzati come carta per il camino) e quelli che proprio gli fanno schifo (in questo caso sono gli autori ad essere utilizzati come carta per il camini).
“Ho letto di meglio” dice.
“E grazie al cazzo” rispondo.
Una voce dalle sue parti basse risponde: “Prego”. Fingo di non aver ascoltato; ho paura di approfondire questo aspetto.

 

Schiocca le dita e in una nuvola di zolfo e gas di scarico compare un essere vagamente umano, incatenato, con un collare borchiato ma con gli spuntoni rivolti verso il collo. “Questo è il grafico” dice.

Ho parecchi amici che fanno questo lavoro e la cosa non mi sconvolge: di solito è così la loro divisa.
Poi si rivolge a lui: “Prepara la copertina e impagina il libro”.
“Certo” risponde lui, sommesso. “Mi ci vorranno sei giorni”.
“Fai con calma, me ne bastano tre”.
Le leggende raccontano che è stato il Terribile Signor Editore a dire a Philip Roth che era giunto il momento di andare in pensione. In quell’occasione Roth provò a ribellarsi e il Terribile Signor Editore punto il dito in alto. Lo scrittore, che stolto non era, invece di guardare il dito guardo la Luna e al suo fianco vide la Morte Nera puntata verso di lui. Quella stessa sera fu visto al bingo a giocare con altri pensionati.
Le leggende raccontano pure che la Forza scorre potente nel Terribile Signor Editore e che lui sia passato al lato oscuro per renderla ancora più potente.

“Facciamo così” dice. “Io segno su questo foglietto quante copie deve vendere”. Scrive, piega il foglio e me lo passa. “Se non le vendi sarai mio schiavo?”
“Per quanto?”
“L’eternità”
“Mi sa che lei mi crede un po’ più longevo di quello che sono in realtà”
“Non parlo del tuo corpo, ma della tua anima. Se non vendi abbastanza, lavorerai per me: leggerai manoscritti di merda e scriverai risposte agli autori in cui spieghi che non sono in linea con la nostra produzione; contatterai i giornalisti per implorarli di scrivere le recensioni sulle nuove uscite; ti presenterai ai saloni del libro a discutere dello stato della letteratura in Italia; redigerai le quarte di copertina e la biografia degli autori; infine, una volta alla settimana farai giocare Cerbero, il mio cagnolino”.
Resto impietrito come di fronte alla Medusa o all’ennesimo libro di Moccia. “Mi scusi, non capisco ‘sto fatto di Cerbero… per quanto mi sembra la cosa meno dolorosa”.
“Così” risponde lui. “Amo vedere il modo in cui sbrana i miei collaboratori”. E finalmente si lascia andare ad un sorriso, rassicurante come un tassista abusivo che ti offre di salire a bordo.

Quando esco dalla torre nera in cui sono gli uffici del Terribile Signor Editore, vedo quello che sta scritto sul foglietto.
E capisco che sono fottuto come una puttana alla fine di una giornata di straordinari.

Distanze di Umberto De Marco, edito da Caracò. Copertina di Carmine Luino.

Distanze di Umberto De Marco, edito da Caracò.
Copertina di Carmine Luino.

Tutto questo per dirvi: “Accattatevi il libro!”
Se lo prendete da questo distributore lo pagate solo un euro. 
Questo è per tutti i pezzenti che mi dicono: “E jaaaa, me lo mandi per mail!”
Siate maledetti!
E che il Terribile Signor Editore possa turbare i vostri sogni! 

La zaina come stile di vita

23 May

Era il 2005, spopolavano gli emo su questo pianeta chiamato Terra. Io mi aggiravo per la facoltà di giurisprudenza come un pupazzetto a molla un po’ scarico, ben conscio che di lì a poco avrei compiuto la grande rinuncia che mi avrebbe fatto passare da giurista a giurispentito.
Intanto, però, seguivo le lezioni, portandomi appresso codici e mattoni all’interno della terribile borsa da aspirante avvocato.

Hitler nel suo periodo emo, dopo essere stato rifiutato all'accademia.

Hitler nel suo periodo emo, dopo essere stato rifiutato all’accademia.

Ogni studente di giurisprudenza sa di che cosa parlo.
Sin dal primo giorno, quando le matricole si schiacciano contro le porte dell’università come zombie in un film di Romero, si possono vedere questi diciottenni col fare da futuri magistrati, che stringono tra le mani la borsa. Una cosa di una scomodità inaudita, che mi ha portato ad avere il braccio destro di due centimetri più lungo di quello sinistro.
Ne ebbi regalate ben tre dai miei familiari, che me la portarono in dono con la deferenza che si può avere non dico verso il futuro principe del foro ma, quantomeno, verso il futuro baronetto del tribunale dei giudici di pace (ovvero quel luogo dove pure l’usciere ha più potere di un avvocato).
Una tortura pazzesca.

Erano anni duri: ti imbattevi per corridoi in folli psicopatici, ben vestiti, che con fare risoluto dicevano: “Costituzionale? E che ci vuole! Quello si prepara in tre settimane”. Per poi vederli il semestre dopo a lettere, o per incontrarli dopo sette anni, con i capelli che cominciano ad imbiancare; grigi come anziani prematuri, che alla domanda “ma ti sei laureato?”, rispondono: “No, mi manca ancora costituzionale”.

Neo laureato in giurisprudenza, felice perchè adesso finalmente potrà essere chiamato Avvocatissimo, anche se non è manco un praticante di trastole.

Neo laureato in giurisprudenza, felice perchè adesso finalmente potrà essere chiamato Avvocatissimo, anche se non è manco un praticante di trastole.

In quel periodo frequentavo una combriccola interessante, composta tra le varie persone da Pier Girolamo Totano (in realtà non è il suo vero nome, ma visto che attualmente è magistrato mi devo parare il culo). Il Totano aveva 26 anni, la faccia di cazzo da nerd anni ’90 e un’integrità morale inferiore a quella di un tassista abusivo. Indossava con orgoglio la sua t-shirt de Il manifesto, salutava col pugno chiudo e predicava la lotta di classe. Contemporaneamente indossava giubbini di 700 euro e, quando gli chiedevo con innocenza infantile come l’avrebbe presa il popolo se l’avesse saputo, lui rispondeva: “Il popolo non lo sa quanto è comodo!”

Ora dovete sapere che il Totano usciva sempre con la zaina sulle spalle; anche il sabato sera. Entrava ai baretti,  ordinava da bere, faceva lo splendido con la tipa di turno sempre con la sua inseparabile zaina.
Ed io mi chiedevo: “Ma come fa a rimediare una scopata con la zaina?”
Poi guardavo Deborah e le dicevo: “Senti, se un giorno alla sua età andrò in giro con la zaina uccidimi”.

Il tempo è passato.
Per molto ho indossato il monospalla, compagno di avventure che mi ha abbassato la spalla sinistra di ben due centimetri, riportando simmetria con la metà destra del mio corpo. Sino a quando si è rotta.
Non ci furono fiori, né opere di bene.

Qualche giorno dopo ero da H&M con Le Palle e Gesù (anche in questo caso non sono i veri nomi, ma chi mi frequenta sa esattamente di chi parlo). Otto mesi prima c’era stato il mio compleanno e mi avevano regalato un buono che solo quel giorno erano riusciti a darmi.
Mentre cercavo qualche vestito interessante, Gesù controllava le commesse. Io gli dicevo: “Mi raccomando Gesù, non mettere le mani sulla patana che se ti scappa un cura ferite comini un casino”. Mentre Le Palle, con un certo sconcerto, esclamava: “Ma guarda! Io non faccio shopping per me e adesso lo faccio per te”.
Così tra un pullover ed una felpa, i miei occhi cadono su una zaina. “Ma che bella zain!” dico io.
“Ma serio!” esclama Gesù, che intanto aveva la sua di zaina sulle spalle.
“Jà” fa Le Palle. “Prenditela, così voi due fate i fratelli di zaina”.
Dopo pochi minuti io esco con la zaina sulle spalle e dentro le buste con i vestiti.

La mia bellissima zaina. (Con una copia del mio libro, colgo l'occasione per fare pubblicità che sennò il signor editore mi fa sparare nelle cosce da un trans).

La mia bellissima zaina.
(Con una copia del mio libro, colgo l’occasione per fare pubblicità che sennò il signor editore mi fa sparare nelle cosce da un trans).

La zaina è la comodità, è il piacere, è il gusto di portarsi dietro ciò che si vuole senza avere un braccio che si allunga, senza avere una singola spalla che bestemmia in cingalese mentre l’altra se la ghigna. Finalmente capivo ciò che per tanto tempo era stato di fronte ai miei occhi ma che non riuscivo a comprendere.
Il mio pensiero andava agli anni del liceo, al mio Seven e mi chiedevo: “Ma come ho fatto a tradire un così ben congeniale stile di vita?”

Passeggiamo per via Roma, quando incontriamo Deborah. “Oh” le dico. “Ti piace la mia zaina nuova? Sai, penso che non mi separerò più da lei”.
In quel momento lei scoppiò in lacrime: “Sei diventato come il Totano!”
Credo di aver avuto un’espressione sconvolta. Poi lei estrasse dalla sua borsessa un machette. Ho potuto prima vederlo mentre lo alzava sulla mia testa e poi mentre la lama entrava nel mio cranio per fermarsi proprio in mezzo agli occhi.
Poi tutto si è fatto rosso, il mio corpo è caduto ma ho potuto ancora vedere ciò che stava accadendo.
Gesù chiedeva: “Ma perchè?”
Le Palle urlava: “E che sfaccetta! Tanta fatica per fargli rifare il guardaroba e adesso lo hai ammazzato! E dillo prima!”
Il sangue clava fuori dalla mia testa e andava a inzuppare le loro scarpe.
“Dovevo farlo” disse Deborah. “Lui voleva così”.
Io risposi che in realtà non mi si doveva dare troppo peso quando dicevo di uccidermi ma, ovviamente, nessuno di loro potè ascoltarmi.

Nota bene: alcuni degli eventi descritti in questo post potrebbero non essersi verificati davvero. Ad esempio, se Gesù tocca la patana di qualcuna non succede niente. 
Ma proprio niente. 

 

Perchè modestamente sò artista fernuto

21 May

Un bel po’ di tempo fa, insieme ad un caro amico di bagordi, ci prese l’idea di fare un breve fumetto.
Cioè, non andò proprio così, più che altro dovevo fare un progetto audivisuale per un esame all’università, così mi venne in mente di riciclare un’idea di cui spesso avevamo parlato.
Buttai giù lo storyboard e al mio amico – poveretto – toccò il lavoro più difficile.
Infine, poiché nessuno di noi due sapeva usare il moviemaker, ci rivolgemmo ad un terzo che, come noi non sapeva usare movie maker, ma era di gran lunga meno imballato.
Ciò che ne uscì fuori fu questo:

Ora probabilmente qualcuno di voi si chiederà: “Embè, e perchè sfaccetta lo metti sul tuo blog demmerda?”
Dunque, in primo luogo potreste usare un linguaggio più educato, in secondo luogo lo metto perchè non mi viene nulla di nuovo da scrivere e così mi sembrava una buon modo per fare un post veloce veloce da martedì pomeriggio.

Ps Per apprezzare meglio la fatica del buon Raffaele (se cliccate sul nome andate al suo sito), qui sotto potete trovare pure le tavole (e se ci cliccate sopra si ingrandiscono). In più vi segnalo anche il sito del terzo amico (che, per la cronaca, ha pure disegnato due vignette)
Pps Lo so, se l’avessi intitolato l’amore ai tempi del nuculare avrei spaccato!

Tavola 1

Tavola 1

Tavola 2

Tavola 2

Tavola 3

Tavola 3

La kazzimma ai tempi della colazione

19 May

Sono al bar (sì, è un altro post di quelli). In fila per la cassa, lambisco l’ultimo fagottino al cioccolato e provo un po’ di tenerezza per il suo senso di solitudine nell’essere l’unico in mezzo a tanti cornetti con la crema.
Il signore di fronte a me ha un’aria elegante. Mi domanda: “E lei, cosa ordinerà?” Il suo tono è calmo, profondo e lento.
“Non saprei” rispondo con tono ironico. “Penso quell’unico fagottino rimasto solo”.
Fa cenno di sì con la testa. “Perché, non ce ne sono più?”
“Mi sa proprio di no”.
I discorsi con gli sconosciuti al bar sono solo un gradino più sopra dei discorsi d’ascensore con i vicini di casa o i colleghi con cui di solito conservi lo stesso tipo di rapporto che si potrebbe avere con una salma imbalsamata.
Arriva il turno del signore alla casa. Ordina un caffè. Poi mi osserva e aggiunge: “E pure quel fagottino al cioccolato”.
Mi guarda impassibile.
Lo guardo con occhi sgranati, in un misto di sorpresa e ammirazione mentre i miei neuroni si congiungono tra loro per dare forma a nuove tipologie di bestemmie che potrebbero far impallidire cattolici, musulmani, scintoisti e religiosi di fedi che ancora non sono state create.
“Uà” esclamo. “Ma questa è cazzimma”.
Il signore mi guarda senza parlare; evidente forma di consenso.

Il bar è una forma di solitudine quando ci vai da solo. Il caffè, atto napoletano di gioia e condivisione, diventa un solipsismo simile ad un auto erotico in cui il piacere dell’orgasmo è sostituito da quello della caffeina.
Ho sempre avuto a che farci con la solitudine, è una mia amica. E nel dire questo non voglio fare il patetico, ma semplicemente dire che mi ci trovo bene.
Per quanto certe volte è ancora una rottura di balle, perchè in fondo il solitario non spera altro che trovare qualcuno in grado di scavare quel vetro dietro cui si nasconde.
In fondo siamo esseri trasparenti e se la gente non vede ciò che abbiamo dentro è solo perché non fa attenzione, non guarda davvero, osserva altro: il tempo, i vestiti, il ritardo che viene segnato sui tabelloni della stazione.
Una mia ex diceva: “Sei bravo a parlare tanto senza dire niente di te”.
Per non quanto non è proprio così, dico qualcosa, ma lo dissemino, lo nascondo come un pollo di gomma in una caccia al tesoro. Un po’ come tutti quelli convinti di essere così speciale da indurre gli altri ad uscire fuori di sé e cercare le traccie della persona che hanno di fronte.

Il barista di fronte a me intanto se la ride; sono il suo sollazzo mattutino.
In questo stesso bar una volta una ragazza mi si è avvicinata solo per dirmi che ero il cesso e informarsi se era la prima a rivelarmi questa verità o ci fossero stati altri a strappare il velo di maya della mia bellissimezza.
Ancora una volta un tizio mi si è avvicinato avvertendomi che se avessi voluto fare sesso con lui avrei potuto contattarlo al numero che aveva segnato nel cesso.
Insomma, l’autostima seduttiva viene accesa e spenta nei bagni.

La ragazza di sopra era una vegana.
“Mangia vegan e salverai gli animali” diceva.
“Mangia un vengano e salverai le piante” rispondevo, orgoglioso delle mie origini calabresi, per cui non è cena se non si è estingue almeno una specie vivente.
“Perchè mangi il maiale, che ti ha fatto?”
“Perchè mangi il pinzimonio, mica ti ha rapinato casa?”
Erano battibecchi all’ordine del giorno.

Esco dal bar e mi ritrovo davanti proprio lei.
V. non brillava per la sua prestanza fisica quando stavamo insieme.
Ed ora invece sembra essere appena tornata da Lourdes dopo aver ricevuto un miracolo.
Questa cosa è spossante, mette nella condizione abbastanza fastidiosa del rendersi conto che la tua ex è diventata una patata esagerata mentre tu continui ad essere la chiavica di sempre.
Mi sento solo, triste, abbandonato, infelice, straziato, stanco, disperato: mostro il mio sorriso a trentadue denti, la saluto con affetto e abbracciandola.
Sono la brutta copia di me stesso (quindi lei adesso sta pensando che non sono rimasto uguale, sono peggiorato).
Vorremmo essere sempre più splendidi mentre le nostre ex diventano sempre più brutte e trovano ragazzi di gran lunga peggiori di noi.
Perchè?
Cazzimma, sfiga, o un simpatico misto di entrambi.
Mi chiede che sto facendo ed io me la tiro col lavoro. Ma lei mi conosce bene: “Cosa non mi dici?”
“Più o meno tutto”.
Basterebbe dirle che mi sento solo. E per quanto la solitudine per me è come una cara amica, certe volte pure ti rompi il cazzo di vedere tutti i giorni sempre e solo la stessa persona.
“Ti va di vederci uno di questi giorni” mi domanda.
Le dico di sì, anche se so bene di aver perso il suo numero. “Mi faccio sentire io”.
Forse mi conosce troppo bene e non ho voglia di avere a che fare con me stesso.

I’m a toy boy

16 May

“Dì la verità, stai con me solo per il sesso!”
Questa frase viene pronunciata con tono arrabbiato, offeso, da una ragazza con le guancia ormai rosse e i pugni stretti, che non accetta per niente il ruolo di scopamica a cui è stata subdolamente relegata dal maschio fallocentrico, che pensa sempre alla stessa cosa.

Ma…
quando è l’uomo a pronunciare questa frase tutto cambia: nei suoi occhi c’è la gioia, la commozione quasi incredula per essere usato mero strumento di piacere sessuale. Gli angeli cantano attorno a lui, sul suo cellulare gli arriva un sms di complimenti da Rocco Siffredi e Dio in persona scende in terra col solo scopo di battergli il cinque.

Siamo diversi: gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere ma entrambi trovano fila sulla tangenziale dell’ammora così, seppur per ragioni diverse, imboccano la superstrada del sesso (metafora a cura della scuola guida di fronte casa mia).
Il più delle volte una donna per fare sesso ha bisogno di una buona ragione, ad un uomo basta trovare un posto. Noi maschietti siamo cresciuti in una forma di celodurismo parallelo a quello della Lega. Sin da piccoli, dagli anni delle elementari, uno degli insulti più in voga era: “Ce l’hai piccolo”. Riferito a quell’esserino che avevamo tra le gambe e che serviva unicamente per pisciare.
In effetti, all’epoca, chi cacchio lo sapeva che sarebbe diventato un giocattolino di gran lunga più divertente dei pupazzetti della marvel con cui mi sollazzavo.

Essere un Toy boy è un’ambizione più grande dell’essere John Malkovich, è l’esaudirsi di quei desideri espressi sovrappensiero durante la visione di un porno, in cui la ragazza di turno guarda il maschio e sente il bisogno spasmodico di trombarselo proprio lì, sull’autobus, davanti a tutti.
Ecco, questa scena tratta da un pornazzo random, non si è mai verificata ma si replica ogni giorno, in versione maschile, sull’R2 ,così come su tanti altri autobus affollati.
Mai una donna che butti la mano, incapace di controllare l’arto che vuole toccare, stringere, tastare la mercanzia per poi avventarcisi sopra come una zanzara su una bella vena succulenta (e tutti voi sapete cosa fanno le zanzare con le vene).

Esempio di toy boy da R2

Esempio di toy boy da R2

Eppure se questo privilegio capita a pochi, posso dire con un certo gusto (nonché una buona dose di soddisfazione) di essere un toy boy.
“Sei il mio giocattolo” diceva Erika. “Mi ricordi l’orsetto del cuore che avevo da bambina”.
Abbiamo passato notti orgasmiche.
Ma con persone diverse.
Era in grado di fare sesso per ore ore e ore. Per poi giocare a scarabeo non appena la raggiungevo.
Ci siamo lasciati quando lei ha cercato di cambiarmi: “Puoi evitare di scoreggiare a letto?”
Mica era quel tipo di relazione in cui ci si può permettere di richiedere di modificare le abitudini dell’altro; chissà cos’altro mi avrebbe potuto chiedere: magari di non chiamarla mamma ogni volta che le leccavo i capezzoli!
Che dirvi, è dura essere un toy boy: hai sempre l’impressione di trovarti da un giorno all’altro sul culo la scritta made in china.

Mi piace il ’68 ma preferisco il mio divano

15 May

Tempi di rivoluzione studentesca, di giovani antiborghesi che rimpiangono il ’68 e che si scagliano contro la società creata proprio dai genitori che il ’68 lo hanno fatto per davvero.
Osservo l’agitazione di quella che un mio prof del liceo avrebbe definito la classe dirigente del futuro, rendendomi conto che probabilmente non dirigerà neppure il traffico – che come ci insegnano i film americani, imperialisti e capitalisti, è il grado più basso a cui può piagarsi un essere umano.
Sono un etnologo metropolitano, un Marco Augè senza talento e privo di genialità, che guarda il casino che si sta facendo in biblioteca.

Brau - biblioteca di area umanistica - a piazza bellini,  un tempo luogo prediletto di studenti omosessuali, al punto da essere ribattezzata Biblioteca Ricchioni AUniti. [Sì, ce l'ho con i gay: vengono qui da noi, ci fregano il lavoro e le donne]

Brau – biblioteca di area umanistica – a piazza bellini, un tempo luogo prediletto di studenti omosessuali, al punto da essere ribattezzata Biblioteca Ricchioni AUniti.
[Sì, ce l’ho con i gay: vengono qui da noi a fregarci il lavoro e le donne]

C’è José, cubano chiatto, probabilmente in Italia perché espatriato a causa dell’essere completamente difforme rispetto ai canoni superiori della sua etnia. Fa lo splendido con una mia amica, per poi incupirsi quando lei gli rivela che non solo è fidanzata ma con un’altra ragazza.
Ovviamente, non demorde, i suoi golosinsetti scrotali si tirano su in fretta, e dice: “Sai, io sono bisessuale”. Sornione e felino come il telegattone.
“Io no” fa lei.
E lì, poverino, si abbatte per davvero.

Luigi parla di rivolta, di proletariato, con la cognizione di causa del veterano universitario, che si aggira per la facoltà da dodici anni e a cui mancano la metà degli esami. Invoca col pugno alzato il diritto allo studio, di cui evidentemente non sa che farsene.

Scatta l’assemblea: si parla prenotandosi (come per le visite all’Asl) e non si può interrompere, è la regola.
I collettivi prendono la parola con la retorica di un tempo passano e che non hanno mai conosciuto, di cui si sentono degni eredi per diritto di ideologia. Mi ricordano quelle ragazze che passano un paio di settimana a Parigi, a Dublino o a New York e che, quando tornano a casa, parlano come se ci avessero passato tutta la vita. Con l’unica differenza che loro almeno una quindicina di giorni sono riusciti a farli.

Quando il quarto stato incontra il Fashion.  Avanti popolo, non avete nulla da perdere se non il vostro Chanel!

Quando il quarto stato incontra il Fashion.
Avanti popolo, non avete nulla da perdere se non il vostro Chanel!

Gli studenti della biblioteca, i ricercatori, quelli che insomma ci passano lì la maggior parte del tempo non sono molto d’accordo.
Uno prende la parola e spiega perchè non vuole l’occupazione. O, almeno ci prova.
Viene di colpo interrotto – la rivoluzione è uno spettro della società in cui è inserita, per questo anche qui la legge non può essere uguale per tutti. Viene insultato, aggredito verbalmente, fermato.

Nei giorni seguenti si instaura la Nep, che vede diminuire il numeri dei kulaki con la testa china sui libri e aumentare i lettori di giornale, di giocatori di carte, di giovani che in nome della primavera araba nei loro genitali si corteggiano, esibendosi in rituali di seduzione, in cui l’idea di rivolta si mischia agli ormoni per un cocktail che ricorda Porci con le ali, ma che viene mandato già da maiali che non spiccano in volo.

Ok, ho mentito: non sono un etnologo, sono un piccolo borghese che si è fatto pagare gli studi dai genitori, un privilegiato della classe media, impenitente, privo di senso di colpa, reo di aver letto Marx senza averlo praticato, parte integrante di una sovrastruttura che mi rende servo.
Sono un mostro: odio gli indifferenti quanto Gramsci e la sua idea di intellettuale, che dal piedistallo deve istruire il popolo perché il popolo è capra e deve essere educato a fare la differenza tra ciò che vuole davvero e ciò che, invece, crede solo di volere.

E mi domando come fanno tanti studenti a dedicare gran parte della loro giornata alla lotta, non devono studiare? Non devono lavorare?
Evidentemente sono domande da borghese piccolo piccolo, che si merita solo Alberto Sordi.
La verità è che è il 20013 e se non faccio il ’68 è perché trovo più rivoluzionario il 69, per quanto possa ritenersi vintage.
Che poi questi ragazzi sono gli stessi ragazzi che quando uscì Gomorra urlavano “Io sono Roberto”; gli stessi che oggi scrivono su facebook quanto Saviano sia populista e demagogico.
Sono quelli che organizzano manifestazioni contro la camorra e poi a lei si rivolgono per comprare il fumo.
Parlano di libertà di pensiero, ma impediscono di parlare chi non è come loro.
Sono anticonformisti ma si esprimono e vestono l’uno conformemente all’altro.
Sono la classe dirigente del futuro totalmente incapace di vivere il presente.

Torno alle mie ricerche assieme agli altri imbelli come me.
Domani andremo a parlare col rettore, ci riceverà, ci ascolterà e in breve le cose si risolveranno. Al punto tale che un mese dopo potrò permettermi di scrivere un post del genere.