Archive | June, 2013

E venne il giorno che scagliai la maledizione contro gli intellettuali

28 Jun

Caro spocchioso del cazzo che credi che tutti i libri che hai letto ti rendano una persona migliore, anzi, superiore al resto del mondo, dimostrando così che se la cultura serve solo a creare delle differenze piuttosto che accorciare le distanze, allora tanto vale restare analfabeti o impararsi zappatore (come consigliava il buon Merola), devi sapere una semplice cosa: non ti auguro la morte, non ti auguro le emorroidi, tantomeno malattie sessualmente trasmissibili, affatto.

Io ti auguro solo il bene.

Ti auguro che un giorno tu possa incontrare la donna della tua vita, ti auguro che lei sia bella come hai sempre desiderato e che si innamori di te, accetti la tua corte, faccia un po’ la smorfiosa, per poi cadere tra le tue braccia e amarti per sempre, sino alle fine dei vostri giorni, dandoti tutta la gioia che solo una donna veramente innamorata può darti.

Allo stesso tempo, ti auguro che questa donna fantastica, abbia come film preferito “Il giorno in più” e che si senta pure una gran figa perché non solo ha letto il romanzo, ma anche tutti gli altri scritti da Fabio Volo.

Ciao sono un giovane intellettuale. Ho un blog in cui unisco politica internazionale alla critica letteraria, l'analisi sociologica a disquisizioni sulla vita, l'universo e la girella Motta.  La mia barba non è incolta, ma finta incolta, perché non c'è niente di più simmetrico di un caos sapientemente architettato. Indosso gli occhiali anche se non ne ho bisogno e porto sottobraccio un libro di David Foster Wallace, anche se proprio non riesco a capire tutta quella matematica che ci mette dentro, e poi... bè, perchè farli così lunghi sti romanzi? Erri De Luca (che è una guru, un maestro, un genio) li fa piccoli e ha successo lo stesso! In ogni caso se qualche ragazza mi vuole pelliare posso parlare di senso del possesso prealessandrino come in una canzone di Battiato, anche se tanto a finale sempre di chiavare il pesce nella pucchiacca si tratta.

Ciao sono un giovane intellettuale. Ho un blog in cui unisco politica internazionale alla critica letteraria, l’analisi sociologica a disquisizioni sulla vita, l’universo e la girella Motta.
La mia barba non è incolta, ma finta incolta, perché non c’è niente di più simmetrico di un caos sapientemente architettato. Indosso gli occhiali anche se non ne ho bisogno e porto sottobraccio un libro di David Foster Wallace, anche se proprio non riesco a capire tutta quella matematica che ci mette dentro, e poi… bè, perchè farli così lunghi sti romanzi? Erri De Luca (che è una guru, un maestro, un genio) li fa piccoli e ha successo lo stesso!
In ogni caso se qualche ragazza mi vuole pelliare posso parlare di senso del possesso prealessandrino come in una canzone di Battiato, anche se tanto a finale sempre di chiavare il pesce nella pucchiacca si tratta.

Advertisements

Menage a tre e zoofilia

27 Jun

Ti amo, disse lui.
Ti amo, disse lei.
Il criceto non aveva ancora la più pallida idea di essere parte di quella storia d’amore.

Santissimo Signore Onnipotente! Non avete idea di quello che ho visto quando sono stato lì dentro"

Santissimo Signore Onnipotente! Non avete idea di quello che ho visto quando sono stato lì dentro”

Post in cui racconto la prima volta che mi sono fatto una pelle

27 Jun

Avevo diciassette anni e come ogni bravo adolescente in piena tempesta ormonale non aspettavo altro che una santa, una benefattrice, una sorta di fatina samaritana (possibilmente anche un po’ zoccola) che mi privasse dell’atroce peso della verginità.
Accadde ad un concerto di Max Gazzè, a piazza del Gesù.

Lei indossava una gonna lunga e una maglia trasparente che creava uno splendido effetto vedo e non vedo; io una logora camicia di flanella che non si poteva guardare.
Fu un colpo al cuore per entrambi, o più in basso, in certi casi è difficile dirlo.
Lei era stata già con altri ragazzi, io avevo trascorso l’ultimo anno e mezzo con una tipa che non me l’aveva data, per poi recuperare il tempo perso con un tipo conosciuto da sole due settimane.
(Certe cose ti segnano a vita!)

Lei era bella ed io…diciamo simpatico.
Mi chiese se avevo i preservativi ed io risposi di sì… certo che ce li ho… ma… li ho lasciati nel portafogli… che ho dato… al mio amico Alex che sta in piazza… se mi aspetti un attimo vado a prenderli.
“Vabbè” disse lei. “Intanto mi faccio una canna!”
(Come ho già detto, eravamo a piazza del Gesù)

Corsi a perdifiato, cercando nella folla del concerto Alex.
Lui amico di infanzia, chitarrista del nostro gruppo, semidivinità che all’età di 13 anni si era portato al letto un’amica della cugina universitaria doveva per forza averceli.
“Alex hai un preservativo?”
“Certo che no. Dove me li metterei nel portafogli?”
“E dove cazzo si mettono?”
“Sul cazzo… ma come vedi non mi attizzi abbastanza”
Odiavo quando faceva il simpatico nei momenti meno opportuni.
“Dico ce li hai con te?”
“No che non ce li ho… mica me li porto appresso se non devo fare niente. Te l’ho detto, che faccio li porto nel portafogli?”
“Perché non si mettono lì?”
“Certo che no. Che poi ti siedi, si spiaccicano, esce tutto il lubrificante, ti inzacchera i soldi e poi finisce che quando li vai ad usare non serve manco a niente”.
Sfortunatamente non tenni ben a mente questa perla di saggezza e, mesi dopo, mi ritrovai in una tragedia a base di lubrificante.

Non inquinare: ricicla il parapesce!

Non inquinare: ricicla il parapesce!

Corsi di nuovo a perdifiato sino a monte uliveto, dove il distributore di sigarette, per qualche ragione che solo dio, Budda o Spongebob sono in grado di conoscere, distribuiva pure i profilattici.
Ci misi dentro tutti gli spiccioli che avevo e…
me li fregò. Non me restituì neppure uno.

A quel punto feci quello che qualsiasi ragazzo al mio posto, con un briciolo di autocontrollo, avrebbe fatto…
Cominciai a prendere a calci quella stronza di una macchinetta con tutta la forza che avevo. Sino a quando non fui fermato da questa voce: “Giovanotto, stiamo facendo i vandali eh?”
Mi voltai. Alle mie spalle c’era un poliziotto con tanto di uniforme, manganello e pistola. Anche in questo caso reagii come un qualunque adolescente nel pieno autocontrollo.
“Senta, sono stato un anno e mezzo con una stronza che non me l’ha voluta dare manco per errore e poi l’ha mollata al primo venuto, ed ora c’è di là una tipa che me la vuole dare. Dico la vuole dare a me, non al tipo che ora si sta scopando la mia ex, non ad uno qualunque dei ragazzi in piazza ma proprio a me. E sta macchinetta di merda mi ha fregato tutti i soldi”.

Il poliziotto mi guardò con le mani sui fianchi, con un espressione a metà tra lupo Alberto e Mussolini a piazzale Loreto. Poi si voltò verso il collega in macchina: “Giuvà, tien ‘na cosarella ‘e spicc”.
Ce li aveva.

Con somma sorpresa, il poliziotto mi comprò i profilattici, guardandomi con lo sguardo fiero di un padre che vede per la prima volta il figlioletto con la divisa di piccolo balilla. “Fatti valere guagliò! E, m’arraccuman… pienzm!”

L'amico guardio vede di apparare una cosarella per festeggiare la pellecchia.

L’amico guardio vede di apparare una cosarella per festeggiare la pellecchia.

Ora non so bene se mi feci valere o meno… fu una cosa strana, scomoda, all’aperto, sulle scale del chiostro di santa chiara.
Ciò che ricordo bene fu la settimana seguente. Mi sentivo diverso, era come se tutto il mondo fosse cambiato attorno a me. La mia vita non era la stessa, la mia famiglia, la mia scuola e persino Alex erano diversi. Non so bene in cosa ma era come tutto fosse molto più delineato di prima. Aspettai il sabato per tornare di nuovo a Napoli e, nella nostra solita serata a piazza del Gesù, la rincontrai.
Era un po’ meno bella di quanto ricordassi, ma sempre gnocca.

La salutai, andammo a bere un paio di birre e parlammo per più di un’ora, ridendo di una serie di cazzate che sparavamo entrambi. Ci mancava I fly for you degli Spandou Ballet come colonna sonora e la scena sarebbe stata perfetta.

Ad un tratto lei mi fermò: “Scusa, però ora devo chiederti una cosa. Ma tu chi sei?”
“Non ti ricordi di me? Sabato scorso?”
“Oddio, sabato scorso ero così ubriaca che mi sarei scopata il primo che passava”.
Buonasera, mi presento: sono Umberto De Marco, il primo che è passato.

Napoli – Che facev’, l’eva ittà?

25 Jun

Inauguro oggi con orgoglio la rubrica Che facev’, l’eva ittà? che si propone di riciclare sul blog tutta una serie ti testi che ho scritto in varie occasioni, tipo una raccolta che non si è più realizzata, una rivista di cui non esistono tracce, oppure letti ad un reading, ad una presentazione, ad una cena di Natale con i parenti che poi mi davano la cinque euro. Lo scopo è riciclare queste povere parole che altrimenti dovrei menare dentro il cestino e poi cliccare su elimina. 
Perchè – che si sappia – questo è un blog ecosostenibile. 
In questo caso si tratta di un testo introduttivo ad un reading tenuto forse un annetto fa, che poi non ho letto perché due minuti prima così mi è girato e ho preferito declamare altro (perchè io non mi limiti a leggere, io declamo, mica cazzi!). Quindi mò ve lo sucate qua; che è sempre meglio sucarsi questo che altro. 

Napoli-di-notte-a24432067
Napoli non è quella che viene mostrata in televisione. I telegiornali trasmettono solo ciò che fa notizia: la camorra, gli omicidi, l’immondizia. Ciò che non salta agli occhi della cronaca, non emerge, e la cronaca non è altro che una lunga serie di eventi eclatanti, ostentati con la brutalità del fatto nudo, completamente dissociato dal mondo cittadino, dalla gestalt dei suoi abitanti, delle loro abitudini, dei ritrovi, delle motivazioni, dei sogni, delle disperazioni. E questo non è mostrato né dalla televisione, né dai giornali. Certe volte neppure chi ci vive riesce a coglierlo. Per capire davvero questa città ci vorrebbe lo stesso tipo di ricerca antropologica che si adotterebbe per una popolazione africana di cui non si sa nulla: ogni quartiere dovrebbe essere studiato come il territorio in cui si estende una tribù, bisognerebbe comprenderne i linguaggi, le abitudini, le forme di comunicazione e ciò che dalla lingua si riesce a capire della cultura; poi si dovrebbe passare al modo di vestire, agli usi, alle regole (quelle istituzionali e quelle non scritte), ai valori. Solo in questo modo, forse, si potrebbe capire che Napoli non è un semplice resoconto dei mass-media ma, come ogni città, è sia un luogo geografico che uno Stato esistenziale.

Neppure gli scrittori sono da meno. Ognuno è così intento a scrivere della sua Napoli che non si sofferma neppure per un attimo su quella degli altri. Si parte dal proprio quartiere, dalle proprie esperienze e con quelle interpretano anche i quartieri degli altri, così come tutto ciò che vi accade. A spulciare tra gli autori napoletani, si possono ancora trovare gli scugnizzi e le pompose signore borghesi dei palazzi storici che, malgrado l’appartenenza al nostro tempo, ne sembrano completamente avulse, discendenti dei racconti della Ortese e della Serao più che dell’indifferente corso della storia. Al presente sono stati tolti così tanti elementi che diventa difficile riconoscerlo in queste pagine. Quando le sfoglio mi domando dove sono gli studenti: i provinciali che arrivano in facoltà in Vesuviana, i fuorisede che si portano appresso l’accento dell’Irpinia e i tupperwave contenenti le prelibatezze cucinate dalle madri. Mi domando che fine hanno fatto i punk, i metallari, i dark che il sabato sera vanno a ballare al Sudterranea, i naziskin che pure si fanno trovare lì fuori, ma per prendere a pugni quelli che per loro sono fenomeni da baraccone. Che fine ha fatto anche piazza Giusso, dove la calca la sera è così densa che non si riesce a camminare? Gli intellettuali di sinistra, fuori Perditempo, intenti a parlare di politica, di letteratura, mentre bevono o squagliano del fumo, che emana un odore che si va a mischiare a quello della loro spocchia?

Ma questa è la mia Napoli. Anche qui ci sono gli scugnizzi, ma sono decisamente meno simpatici e, se girano in gruppo, fanno paura. Sono quelli che nel periodo di Carnevale, lanciano sui passanti uova marce, oppure arance con dentro le lamette dei rasoi. Le lanciano con gli occhi luccicanti, con una forza degna di un pugno e se colpiscono una ragazza, rovinandole un cappotto, lei non può farci niente perché, come dice la gente del quartiere: “’a singurin’ ‘o sape che lancian l’ove, nun so dovev metter chillu cappotto”. Anche se un’arancia sfregia un ragazzo, l’atteggiamento è lo stesso, pronto a liquidare l’accaduto con un sospirato: “so guaglioni”.

Anche le borghesi sono diverse. Ricordo che circa quattro anni fa Deborah mi chiese di accompagnarla ad una festa di laurea a Pozzuoli. “Che gente c’è?” domandai preventivamente.
“Non lo so. Sono amici dei miei genitori” rispose. Poi mi disse che avrebbe indossato una gonna etnica e una cannotterina abbinata. Per non essere da meno puntai sui jeans strappati e la maglietta dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Non appena entrammo in casa – un appartamento all’ultimo piano di un palazzo che dava sul belvedere – tutti gli invitati si voltarono, guardandoci in un silenzio raggelato. La mia prima reazione fu di fulminare Deborah con uno sguardo che significava Dove diavolo mi hai portato! Poi levai il collare con le borchie, consapevole che non era abbastanza: avevo ancora l’eyeliner attorno agli occhi e i capelli ad istrice. Le donne presenti, che avessero sedici anni o cinquanta, indossavano un abito da sera, mentre gli uomini erano in giacca e cravatta. Io e la mia amica cercammo di sconfiggere il nostro imbarazzo, parlando con alcuni presenti: lo studio, gli esami, i professori, gli assistenti, il futuro professionale, la casa al mare, quella in montagna, il cellulare nuovo e la nuova macchina. Il tono di voce impostato, con la bocca che puntava appena sopra le nostre teste, come se fossero lì le orecchie. Tra di noi c’era una distanza che i vestiti mettevano solo in evidenza, una distanza che non aveva neppure a che fare con i redditi dei nostri genitori, e ci rendeva come abitanti di due pianeti diversi, inconciliabili sotto qualsiasi prospettiva. A fine festa loro andarono in una qualche discoteca, dove avrebbero trovato un amico pr che li avrebbe fatti entrare a soli venticinque euro. Noi invece andammo da amici poco lontano, in piazza, a bere birra e a ridere per battute che chiunque altro avrebbe trovate pessime.

Questa borghesia non si da troppe arie, sa essere minimale, evita la volgarità e con poche parole mette in chiaro la sua superiorità. Che poi, se dobbiamo essere sinceri, cosa diavolo sia la borghesia (quella borghesia con cui gli intellettuali di sinistra, reali o presunti, citano con un certo fastidio, come se nella bocca si fosse impastato un sapore amaro che non si riesce a mandar via) lo sa solo chi è vissuto negli anni di piombo (quelli che il sessantotto l’hanno fatto e chi se l’è perso, ma cerca di farlo rivivere ogni giorno perpetuando una lotta di classe, troppo spesso sovvenzionata dai genitori appartenenti alla stessa borghesia che si vuole debellare). Sono dell’idea che centri poco col reddito, ma abbia molto più a che fare con uno stato mentale, con un ordine di valori e di priorità che si possono rispettare mantenendo un certo contegno nei propri circoli, vestendolo con abiti e azioni a cui i non-borghesi danno un peso di gran lunga inferiore.

Mi viene in mente una vecchia editrice di poesia che sembrava essere uscita da un romanzo di Fogazzaro: bassa, con i capelli tinti di biondo canarino, un grosso paio di occhiali da sole a mascherarle il viso alla Sandra Mondaini, avvolta in un cappotto rosso, che lasciava scoperte solo le caviglie, velate da calze nere, e le scarpe con un tacco in grado di cadenzare ogni passo. Durante un reading con i poeti che pubblicava, riprese più volte una donna che recitava i suoi versi quasi tremando dall’imbarazzo. E quando provò a dire che non riusciva ad alzare la voce, che leggere le creava un certo impatto emotivo, l’editrice le ricordò il motivo per cui era lì: “Le persone qui presenti non sono venute a sentire il tuo certo impatto emotivo, ma le poesie”.

Ma questa Napoli non viene raccontata, forse perché è priva di qualsiasi napoletanità, perché non c’è niente di diverso da ciò che accade nelle altre città, perché non è caratterizzata da tutti gli stereotipi legati al paese del sole e del mare. Almeno ad un primo sguardo.

Ma visto che il più delle volte è il primo sguardo quello sui cui ci si sofferma, per poi passare appresso, è meglio dedicarsi all’immaginario di Bellavista, per poi passare a quello moderno: le discariche abusive e Gomorra. Il resto, se c’è, non ha senso mostrarlo.

Imbecilli su facebook

24 Jun

Il mondo è pieno di imbecilli e questi quando sono su facebook aumentano la loro potenza, manco scoprissero i loro poteri da super sayan.
Così, dato il nostro mondo precario, privo di riferimenti attendibili, mi sembra giunto il momento di fare un’attenta analisi antropologica che ci consenta di catalogare i vari tipi di imbecilli, e trattarli come meritano (ovvero: ignorandoli).

IL FUORI LUOGO
Questa tipologia di imbecille è quello che risponde agli status o commenta le foto alla cazzo di cane. Ad esempio, dopo che hai passato un’intera mattinata su wikiquote cercando una citazione che ti facesse apparire come una persona colta e degna di stima, ecco che lui/lei la commenta per primo scrivendo: “Oh, ma sei a casa?”
Posti una foto di te con una ragazza gnocca (che, ovviamente, hai pagato per mettersi in posa al tuo fianco) ed ecco che il commento è: “Quando ci vediamo ti devo parlare di Ciro”.
Questa categoria di imbecilli puntano sul fatto che facebook crei contatti tra persone che sono distanti, perchè se fosse vicino come minimo gli impatteresti una ceneriera sugli incisivi.
IL FINTO PROFONDO
Lui non è solo imbecille ma è pure deficiente.
Passa anche lui una mattina sana su wikiquote, però poi non cita la fonte quando la scrive. I contatti di facebook ormai hanno imparato la canzone, così copiano lo status, lo incollano su google, lo cercano ed ecco che scoprono quella capra di Vanesso Celletti ha appena espresso un concetto profondo con le stesse parole di Saramago.
A questo poi seguono commenti di gente che non sa chi cazzo è Saramago e si caca la fonchia di googlare, così ne elogiano le spessore e la sensibilità.
Ovviamente, prima o poi il finto profondo viene sgamato, allora cosa fa? Passa sempre una mattinata sana su wikiquote ma parafrasa la citazione prima di scriverla. Poi (probabilmente ma non ne sono sicuro) la copia su google e controlla che cercandola non si risalga facilmente all’originale.
Roba che ci avrebbe messo meno tempo e meno fatica ad avere un pensiero tutto suo.

Oh, ma che belle parole ha scritto Melissa P, adesso le metto al maschile così laggente capiscono che sò profondo assai.  E magari si chiava.

Oh, ma che belle parole ha scritto Melissa P, adesso le metto al maschile così laggente capiscono che sò profondo assai.
E magari si chiava.

L’AUTOBIOGRAFO
“Mi sono appena svegliato, buongiorno mondo!”
“Sto mangiando una torta. Gram”
“Piove”
“C’è il sole”
“Doccia time”
Si, vabbè ma chi cazzo se ne fotte?
(E non credo serva aggiungere altro).

 

QUELLI CHE SI TIRANO LE QUESTIONI PER SENZA NIENTE
Più o meno lo schema è questo: Tizio scrive uno status, Caio risponde dicendo che non è d’accordo e spiega il perchè. A questo punto le persone normali prendono atto di avere punti di vista contrastanti, magari cercano di comprendere meglio quello altrui, spiegano meglio il loro e la cosa finisce lì. Questa particolare categoria di imbecille no, in queste occasioni vede tutto rosso e sente la voce del solito folletto rosa che gli dice di sodomizzare i peluches che, questa volta, gli dice che non può smettere di scrivere, perchè c’è una persona che si sta sbagliando e lui la deve correggere e deve dedicare il suo tempo, la sua energia e la sua pazienza finché questi non si renderà conto di aver sbagliato e, ovviamente, lo ammetterà. Solo in questo modo la sua vita avrà senso.

dd

LA MODELLA
Se facebook è una vetrina, questa particolare categoria di imbecille l’ha scambiata per una di Amsterdam. Mette centomila foto di lei ovunque: bagno, palestra, piscina, scantinato, dark room, pizzicagnolo, centro commerciale, casello autostradale. Tutte ovviamente in posa provocante, ammiccante e con vari ed eventuali nudità.
Poi qualcuno le scrive “Bella zizza” e lei si incazza.

haa

“Non capisco perchè la gente noti prima il mio cesso e poi le mie tette…”
I problemi di una Modella.

IL VIP
Il vip non è vip manco per un pelo di cippa, ma ci tiene parecchio a dare questa impressione. Così ecco che posta diecimila foto con i vip più disparati, che apposta ovunque può in preda di acuti deliri di divismo compulsivo. Mette le foto nei locali eleganti, cercando di far venire bene la bottiglia di cristal che ha rubato dal tavolo accanto e che deve rimettere subito a posto perchè i proprietari stanno tornando. Poi, che ne so, cita un commento di Saviano e scrive “Leggete le parole di Roberto” manco fosse il cugino (a riguardo si deve dire che Saviano, così come tanti altri vip, puntualmente controllano la propria geneaologia perchè hanno l’impressione di avere sempre parenti nuovi).

Ci sono anche altre categorie ma ora mi sono scocciato di scrivere, quindi le inserirò in un secondo momento.
Se volete inserirle voi mi fate un piacere così io fatico meno.
Ovviamente, non vedrete manco un centesimo per questo.

Il piccolo psicologo del cazzo

17 Jun

Il piccolo psicologo del cazzo non è necessariamente un praticante di professione d’aiuto, non necessariamente è laureato in psicologia, anzi, il più delle volte non ha mai aperto un libro di psicologia ma crede che leggere gli articoli di Raffaele Morelli sia un po’ come recuperare Freud e superarlo.

Impiegato del catasto che nel tempo libero si diletta a fare lo psicologo.

Impiegato del catasto che nel tempo libero si diletta a fare lo psicologo.

Il piccolo psicologo del cazzo è quel tipo di persona che ti dice: “Ma dai, confidati con me… sai, io sono un po’ psicologo”.
Il piccolo psicologo del cazzo è quel tipo di persone che mi dice: “Ma fai un lavoro bellissimo… sai, anche io sono un po’ psicologo”.
E non serve a una beneamata cippa ribadire il concetto che io psicologo non lo sono manco per sbaglio, lui/lei continua parlando di come nella propria vita ha sempre desiderato iscriversi a psicologia ma non l’ha mai fatto, un po’ perché non aveva tempo, un po’ perché “a che serve studiare psicologia quando si ha una sensibilità spiccata come la mia?”

Il piccolo psicologo del cazzo è tra noi, ci giudica, è ghiotto dei nostri guai e non vede l’ora di risolverci così come Berlusconi non vede l’ora di incontrare vostra sorella prima che diventi maggiorenne; ed entrambi per la stessa e identica ragione.
Sa esattamente cosa dovete fare per risolvere i vostri problemi; ne conosce le cause, le ragioni, le correlazioni, le conseguenze e anche la soluzione.
Sa cosa dovete fare, come dovete vivere, cosa dovete mangiare, a che ora andare in bagno e se è meglio usare la carta igienica bianca o colorata (di solito quella colorata, quella bianca smerda subito).

Ma non osate immaginare di non seguire il consiglio del piccolo psicologo del cazzo, altrimenti dello psicologo non resta nulla ma in compenso dello psicopatico potete notare ogni venatura; specialmente quella che si gonfia all’angolo della fronte e pulsa al ritmo del suo cuore accelerato da cotanto sgomento.
Perchè solo degli ingrati, delle persone che vogliono soffrire, ma diciamolo per bene degli stronzi possono rifiutare tutta quella manna che cade dal cielo.

"Scusa ma in che senso secondo te dovrei fare sesso con uno che mi capisce, mi ascolta e sa ben consigliarmi?"

“Scusa ma in che senso secondo te dovrei fare sesso con uno che mi capisce, mi ascolta e sa ben consigliarmi?”

Ciò che è davvero interessante è che il piccolo psicologo del cazzo fa un po’ una vita di merda. Basta contraddirlo che parte la venuzza pulsante e, per quanto possa avere consigli per tutti non li ha per sé stesso; o forse li ha ma non li segue, cosa che spiega il motivo di tutta questa rabbia: se manco te segui i tuoi consigli vuol dire che sei messo male.
Così ecco che cerca una nuova preda, una nuova vittima sacrificale per confortarlo con le sue pirle di saggezza.

Il piccolo psicologo del cazzo è saggio e se non cogliete le sue perle la colpa è solo vostra, che siete peggio dei porci (per un vegano).

La grande bellezza – My two cents

14 Jun

E così decidiamo di andare a vedere La grande bellezza di Sorrentino allo spettacolo delle 22:40.
L’imperativo è solo uno: arrivare una mezz’ora prima di modo da fare i biglietti in tutta calma e passare un po’ di tempo insieme.
Ore 22:43. “Oh, ma siamo in ritardo o riusciamo ancora ad entrare?”

Una volta in sala io resto disorientato: mi avevano detto che c’era Vin Diesel ma non vedo neppure una 127 che sgomma inchiodando.

La grande bellezza racconta di uno scrittore che prima sembra ricchione e poi si chiava le meglio milf. Questo scrittore è tipo Aldo Busi, che ha esordito con un romanzo straordinario ma, a differenza di Busi che poi ha pubblicato diecimila libri inutili, questo qui si è stato quieto ed è diventato tipo l’Alfonso Signorini della situazione, ma con la lingua in bocca e non nel pieno centro del culo del suo editore.

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi". La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?" Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. [Geppino Gambardella]

A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”.
La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?” Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore.
[Geppino Gambardella]

La storia, come negli ultimi film di Sorrentino, non c’è: tutta una serie di scene e di momenti non necessariamente collegati tra loro, intervallati da lunghe riprese di Roma, tanto che ad un certo punto ho pensato che come spot della proloco scassava e che se De Magistris facesse una cosa del genere con Napoli potrebbero essere una bella iniziativa per invogliare il turismo.

A finale il film dice questo: sei così preso dal niente che ti perdi la bellezza.
Nell’ultima scena, lo scrittore riprende a scrivere.
E pubblica un romanzo intitolato L’arte del riso riscaldato come stimolante erettile, che gli fa vincere il premio Strega.

Un paio di parole vanno dedicate a Carlo Verdone, che interpreta il ruolo dello scrittore sfigato in perenne friendzone, che non è in grado di chiavarsi a una manco se la paga. Infatti si porta in giro sta mezza poser, di quelle che sono dei cuoppi allucinanti ma poi tengono su facebook le foto a ipergnocca; la scarrozza in giro, la porta alle feste vip, le presenta la gente che conta e lei non gli da manco una sola n’canna.
Alla fine lui pure si caca il cazzo, manda affanculo lei, Roma e se ne va a Ibiza per chiavare finalmente come si deve.
A Ibiza, però, nessuna gliela da.

Scena in cui i due restano ad ammirare un ragazzo e una ragazza che si baciano e che stanno facendo questo da una settimana.  Ad un certo punto il ragazzo fa: "Senti, stiamo facendo questo da sette giorni, me fann mal'e pall. Mò 'o vuò piglià n'mocc?"

Scena in cui i due restano ad ammirare un ragazzo e una ragazza che si baciano e che stanno facendo questo da una settimana.
Ad un certo punto il ragazzo fa: “Senti, stiamo facendo questo da sette giorni, me fann mal’e pall. Mò ‘o vuò piglià n’mocc?”

Una scena da antologia è quella dell’artista concettuale che si è tatuata la falce e il martello sulla pucchiacca e poi si è tinta il pelo di rosso. Questa prende la rincorsa e va a dare una capocciata contro un muro. Poi si rivolge al pubblico e dice: “Io non mi amo”.
Insomma, una sintesi perfetta della recente esperienza del PD e di Bersani.

Malgrado tutto questo (o forse per merito di tutto questo) è un film che mi è piaciuto e col quale gli riesco a perdonare quel porno intellettuale di This must be the place.