Archive | July, 2013

Lettera di disamore

31 Jul

Ebbene sì, siamo arrivati alla sesta puntata di questo splendido racconto a puntate senza carichi pendenti né spam.
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Cara Daria,
ricordo la prima volta che ti ho visto, i miei occhi non riuscivano a staccarsi dal tuo culo: era una sorta di calamita di ogni mia attenzione, di ogni singolo pensiero, che mi faceva apparire come uno dei tanti maniaci sessuali nel loro turno di servizio su un autobus qualunque.
Ci volle molto per concentrarmi sul tuo viso, sulle efelidi e i capelli che ti cadevano sulle spalle e che, nei giorni più caldi, legavi con una pinza in plastica anni ’80, feticcio di un tempo che non ti è mai appartenuto, ricordo di una sorella con cui non hai mai avuto un buon rapporto.
Ricordo la prima volta che facemmo l’amore, uscivamo insieme ormai già da sei mesi. Il sesso, invece, lo facemmo quasi subito, in un cinema deserto che dava non so quale film così di nicchia ma così di nicchia da lasciarci a disposizione l’intera sala.
Tu dicesti: “Non siamo niente”.
Io risposi: “Niente di serio”.
Tu mettesti in chiaro la cosa: “Noi non stiamo insieme”.
Ed io specificai il concetto: “Siamo liberi di uscire con chiunque vogliamo”.
E fu quello che facevamo: tu con i tuoi amici, io con i miei… anche se poi finiva sempre che ci sentivamo per raccontarci ciò che avevamo fatto. Allo stesso modo, tu continuavi a vederti con i ragazzi con cui intrallazzavi, ed io con le ragazze. Per quanto la voglia di continuare quelle storie diminuiva di giorno in giorno. E in quel sesso così vorace che facevamo quando ci vedevamo, quella sorta di tentativo da parte dell’uno di assimilare l’altro (o di annullarlo, che in fondo è lo stesso), recuperavamo ogni singola goccia di piacere che non avevamo più voglia di spremere da altri.

Non so perchè ho iniziato a scrivere questa mail a Daria. Stamattina ho controllato il suo facebook, alla ricerca di indizi, di foto, di qualsiasi elemento che mi faccia capire che vita sta facendo e, sopratutto, mi mostri il volto di quello con cui sta, dell’essere con cui mi ha sostituito.

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Non ci siamo mai scritti lettere d’amore, ci siamo scambiati i libri con lo stesso ritmo con cui le altre coppie si scambiano le promesse che non manterranno, e abbiamo evitato inutili giri di parole su cosa siamo, quando lo siamo, se saremmo durati o se il nostro fosse un rapporto esclusivo. Ci siamo detti, ognuno a suo modo e senza mai rivelarlo all’altro, che avremmo deciso se stare insieme giorno per giorno e così, senza neppure rendercene conto, abbiamo smesso di essere due individualità per diventare a tutti gli effetti un nucleo che, anche quando si scindeva per andare in direzioni diverse, palpitava allo stesso ritmo.
E poi le cose sono finite.
La storia è semplice, banale, anche un po’ scontata, come ce ne sono tantissime altre. Ma mi domando come sia possibile: troncare così, all’improvviso, lasciarsi tutto alle spalle, per poi ricominciare proprio lì dove ci si è interrotti, ma con un’altra persona.
Sai, ho questa immagine nella testa che mi distrugge: tu con lui, che ci parli, ci ridi, ci fai l’amore e ogni singolo atto lo compi nello stesso modo in cui lo compievi con me. I tuoi tormentoni, come le espressioni di piacere, i desideri di viaggi in due, i concerti a cui andare: tutto ciò è rimasto invariato, ad essere cambiato è solo l’uomo che è al tuo fianco.
Così non posso fare a meno di domandarmi quale sia stato davvero il mio peso nella tua vita, che valore ho avuto e mi terrorizza l’idea di una totale indifferenza, perchè io o un altro non avrebbe cambiato nulla.
Una parte di me dice che non può essere così, la parte più razionale. E, come sai bene, è quella che ha meno peso di tutte le altre.

Mi sto costringendo a non chiamarla, a non mettermi in contatto con le amiche, a mostrarmi tutto di un pezzo ed è forse quello che davvero sono ora: un grosso blocco di diamante. Anche se, per quanto possa essere duro, al diamante basta poco per andare in pezzi. Così cerco di stare attento, di non inciampare da nessuna parte, perché sono sicuro che se cadessi mi frantumerei e non ho la più pallida idea di come potrei fare per rimettere insieme ogni pezzo.
Intanto, sono tre giorni che non sento Erica. Ci siamo mandati dei messaggi, cioè lei mi ha mandato dei messaggi, a cui ho risposto con molta calma. Dovrei chiamarla, chiederle come sta ma qualcosa mi impedisce di farlo, anche se ne ho voglia.
Cerco di seguire il consiglio di Fulvio: uscire, vedere cose nuove ma non è sufficiente. Stasera c’è il compleanno di una tizia che mi sta pure sulle balle, ma ci andrò solo perchè… perchè non ha senso starsene a casa a piangere; anche se è tutto ciò che vorrei fare.


L’idea più abominevole è questa: qualcuno ti rende più felice di me.
Questo singolo pensiero riesce a spazzare via tutto il tempo trascorso insieme, ogni bel ricordo e mi priva anche di quel passato in cui potrei rintanarmi.
Di una cosa sono certo: tu non mi vedrai mai soffrire, tu non vedrai neppure l’ombra del mio dolore. Non ti darò mai questa soddisfazione, anche se so bene che non ne trarresti alcun godimento; ma, come ho già scritto, la razionalità ora come ora ha smesso di avere senso.
Adesso voglio solo immaginarti come la grande stronza che sei, la puttana che sta scopando con un altro. Certo, non mi fa stare meglio, ma se ti giustificassi, se arrivassi alla conclusione che non è colpa di nessuno, che semplicemente queste cose capitano, non smetterei mai di amarti. Mentre io ho bisogno di odiarti, di distruggere la tua memoria con la stessa fredda violenza con cui tu hai reciso il nostro legame.
Cerca di capirmi, sarà pure immaturo ma al momento è l’unica strategia di sopravvivenza che conosco.

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La rileggo e mi basta questo a far risalire un conato di vomito che riesco appena a trattenere e mi lascia in bocca un po’ di quella mistura acida a base di succhi gastrici e bolo.
Chiudo gli occhi, li riapro e poi cancello ogni singolo rigo.
Non voglio avere a che fare neppure con le parole che la riguardano. 

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Fotografia portami via

29 Jul

Nientepopòdopodomanimeno siamo arrivati alla quinta puntata di questo splendido racconto a puntate senza interruzioni per i consigli per gli acquisti. 
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Domanda esistenziale: perché le bimbeminkia hanno la reflex, mentre i tizi che fotografano gli ufo sempre delle macchine di merda?
Sono ad Afragola, terra di rifiuti tossici e fujenti, ma anche coacervo di giovani talenti artistici contemporanei, che attraversano le strade della loro provincia con lo stesso incedere di popstar inglesi in un video degli anni ’90. Contemplo la foto di una tizia completamente nuda, con uno squarcio sul collo grondante ettolitri di sangue che si vanno a raggrumare sul seno. Nella foto successiva la stessa ragazza ringhia alla camera, mostrando canini da vampiro e occhi da gatto: i colori sono quasi iridescenti, completamente irreali. In quella immediatamente dopo, sempre la stessa tizia, sempre rigorosamente nuda, si copre la patana con un teschio che stringe tra i denti una rosa.
Che ne pensi?” mi domanda Erica.
Cerco di non farmi prendere dal panico, misuro le parole, rifletto e prima di aprire bocca esprimo il concetto mentalmente, in modo da essere sicuro di risultare almeno un po’ diplomatico. “Non è proprio il mio genere… c’è però un certo richiamarsi ad un immaginario gotico… certo, non è proprio il vero gotico reale, quanto il suo simulacro, ma possiamo dire che…”
Fa cagare!”
Cosa?”
Sgrana gli occhi e indica le foto con l’intero palmo della mano. “Fanno cagare, è evidente. Sono scontate, noiose, non dicono niente se non Ommioddio quanto cazzo sono figa e tormentata”. 
La guardo con un certo orgoglio e di colpo sono orgoglioso di me; di essere qui, al suo fianco. “Fantastico, posso essere sincero. Aggiungo un solo e unico elemento e poi la chiudiamo qui: se usi centocinquantamila filtri per le tue foto, vuol dire che sei una merda di fotografa. Fattene una ragione”.
E con questo abbiamo distrutto ciò che c’era da distruggere”.
In realtà potevamo fare peggio”.
Ma siamo buoni”.
Magnanimi. Già abbiamo subito l’esecuzione del concetto stesso di fotografia, rispettiamo il silenzio che merita ogni lutto”.
Ohhh” sussurra lei, sarcastica. “Quanto sei profondo!”

 

Ciao, sono un'artista ribelle e tormentata, baciata dal sacro spirito del talento. E' inutile parlare con me, dovresti essere tormentato per capire. Comprendere la tragedia di una vita come la mia, massacrata dalle enormi spese per il make-up e gli abiti fetish che compro manco andassi tutte le sere nei club per scambisti.

Ciao, sono un’artista ribelle e tormentata, baciata dal sacro spirito del talento. E’ inutile parlare con me, dovresti essere tormentato per capire. Comprendere la tragedia di una vita come la mia, massacrata dalle enormi spese per il make-up e gli abiti fetish che compro manco andassi tutte le sere nei club per scambisti.


La fotografa si firma Karma, per quanto all’anagrafe risulti chiamarsi Carmela Scognamiglio; usa sé stessa come modella delle proprie foto e si aggira per la sala con un lungo abito nero, che le scopre la schiena e cerca di valorizzare un seno che effettivamente non c’è. Il suo vestito ha la stessa funzione delle sue foto: mostrare ciò che non esiste. 
Si avvicina a noi e domanda ad Erica cosa ne pensa. A me neppure mi caga, mi guarda, mi osserva negli occhi, constata la mia presenza ma mi ignora, volutamente; in fondo lei è l’artista ed io un passate che, se sarà fortunato, riuscirà a cogliere la catarsi che porge in dono il suo talento.
Erica me la presenta. Le porgo la mano: è molle, si limita a stringere la mia unicamente con i polpastrelli. Le faccio un paio di complimenti più falsi di una promessa elettorale. Lei scuote i capelli lunghi, si copre gli occhi truccati pesantemente e poi fa: “Non hai idea di quanto è difficile far comprendere la propria essenza, quando la stragrande maggioranza delle persone vedono solo il fuori. Viviamo in un contesto sociale in cui ogni regola, dalla politica alla morale, è dettata dall’apparenza”. 
Una delle due o tre cose che ho imparato nella vita è che chi dice una cosa del genere di solito descrive sé stesso. Faccio un esempio: avete mai visto qualcuno che critica l’apparenza stare con un cesso senza speranza? (A meno che non sia a propria volte un cesso senza speranze). “La gente non capiscono”.
Già” fa lei, sembra che ogni parola le costi la stessa fatica di un’ora passata a zappare in un campo di pinzimonio. “La gente è terribilmente stupida”.
Dentro di me un rigurgito di parole vuole salire: cerco di chiudere lo stomaco, di contrarre il diaframma, di sigillarmi la bocca e i denti ma è inutile. Ormai non posso controllare questa domanda che è più che un riflesso condizionato, è parte di me: “Hai mai fatto caso che se chiedi alla gente se la gente è stupida, risponde di sì? Strano fenomeno di consapevolezza, non trovi?”
Erica si porta una mano alle labbra, trattenendo a stento una risata.
In che senso?”
No, niente”. Faccio con la mano come per cancellare con un cassino le scritte su una lavagna, sperando che lei possa cancellare ciò che ho appena detto, rimuoverlo dai propri pensieri… per quanto non credo che nei suoi pensieri ci sia spazio per qualcosa di diverso da “io, me stessa, la mia arte, la mia immagine, il mio senso”.
Grazie al cielo, interviene Erica a gamba tesa: “Ti spiace se continuiamo a guardare le foto?”
Assolutamente, fate pure… so bene quanto è complesso il processo di assimilazione”.
Avrei voglia di farle assimilare un volume con l’opera omnia di Henri Cartier-Bresson a furia di violenti colpi sulla nuca.
Ci saluta con un cenno della mano, anche quello stanco, faticoso: giustamente, passa tutto il giorno a zappare poi è normale che le viene l’acido lattico!

 

Quando Carmela Scognamiglio (no, non la chiamerò mai Karma!) è a distanza di sicurezza dalle nostre voci, Erica mi abbraccia: “Grazie, almeno potrò dire che c’è stato un valido motivo per venire qui”.
Ma fammi capire bene però… che cazzo ci sei venuta a fare qui? E perché mi hai portato”.
Karma è una mia compagna di classe del liceo”.
Carmela, dici?”
Sorride. “E… non lo so… anche se penso che sia una perfetta imbecille… mi fa piacere starle vicino, anche solo un po’”. Il sorriso si trasforma, rimane lo stesso un sorriso, ma è diverso, come se non esprimesse più nessuna gioia, ma solo un triste senso di amarezza. “È il mio modo di sentire ancora un piccolo legame con la ragazza che ero in quegli anni”.
Resto per un attimo ad osservarla: questa volta ha messo abiti più femminili, come la camicia aderente, avvitata lungo i fianchi, e che le mette in evidenza le forme del seno. Ha anche tolto gli occhiali. Certo, Erica senza occhiali resta uguale, è identica ad Erica con gli occhiali, con l’unica differenza che finalmente posso guardarla negli occhi. E ha dei bellissimi occhi: sono castani e, anche se da qualche parte sta scritto che gli occhi per essere belli devono essere azzurri o verdi, lei ha questi occhi castani che non sono di un castano semplice, ma più intensi, luminosi e profondi allo stesso tempo.

Nella sala accanto un gruppo punk inizia a suonare, così ci spostiamo. Il tizio alla chitarra indossa solo un paio di boxer e un boa verde, mentre il bassista cantante ha la voce stridula e sottile di chi è stato castrato di recente.
Musica romantica” commenta Erica.
Questo non è un pezzo della colonna sonora di Love story?”
Poi accade qualcosa che non avrei mai potuto prevedere: nella massa informe di corpi attorno al palco ne noto uno in particolare. La sua sola presenza mi fa male, mi congela, iberna ogni sensazione piacevole che stavo provando e me ne innesta di nuove; sensazioni che hanno quasi un loro peso materiale: accelerano il battito cardiaco, mi fanno girare la testa e mi fanno venire voglia di vomitare. La sagoma di Daria si delinea di fronte a me. 
È con un amica, stringe tra le mani il bicchiere di qualcosa che sembra birra. L’amica saltella su sé stessa a ritmo con la musica, mentre lei manda giù un sorso, per poi passare il bicchiere all’amica. Solo allora smette di saltare e beve anche lei.
Andare via o andare da lei? L’opzione di restare e fingere indifferenza è assolutamente da scartare.
Che succede?” mi domanda Erica.
Niente”.
Forse c’è anche il nuovo tipo, quello che si sta scopando e che molto probabilmente ha iniziato a scoparsi quando ancora stavamo insieme; e se anche non se lo fosse scopato allora, avrà di certo immaginato di scoparselo.
Quella puttana!
Spero che mi veda ma anche di esserle invisibile, vorrei spiarla ma non ce la faccio a restare lì. “Andiamo via” dico ad Erica, prendendole una mano e portandola sul terrazzo, dove un gruppo di ragazzi stanno fumando.
Sicuro che è tutto a posto?”
Per niente” e mi invento la prima cosa che mi passa per la testa. “E che certe volte i posti chiusi mi mettono un po’ di claustrofobia”.
Mica c’è tutta questa gente”.
Sì, lo so… è che… certe volte mi prende così”. Sono la persona meno credibile di questo mondo: non riuscirei a rifilare un auto usata a nessuno.

 

[un poco romanticamente: la colonna sonora per il resto del post]

Se Cecco e Fulvio non mi avessero detto niente, forse ora neppure mi troverei qui: nella mia auto con Erica, sotto casa sua, nell’imbarazzante momento del saluto dopo l’appuntamento.
Sulla mia spalla sinistra compare Ron Jeremy, rappresentazione della mia parte lussuriosa. “E mò ce la devi menare ‘na granda sola ‘ncanna!
E forse Erica ci starebbe, ma c’è qualcosa che mi trattiene.Le accarezzo la fronte, come per spostarle una ciocca di capelli che in realtà non c’è. “Lo so che sono stato strano stasera, ma ho passato davvero una bella serata”.
A me non è sembrato” risponde lei, un po’ stizzita. “Vuol dire che sei strano. Cioè, più strano di quello che già sembri”.
Non ho mai detto il contrario”.
Il Ron Jeremy in miniatura attira la mia attenzione pizzicandomi il collo. “Mò dille una cosa nella recchia un poco romanticamente e poi inizia a zucarle tutto il lobo… e vedi come cola tutta”.
Avvicino lentamente il mio viso al suo e mi sorprendo che non si tiri indietro.
Harry?” La voce dell’ispettore Derrick mi strappa dal mio Es pecoreccio. “Sei sicuro di fare la cosa giusta?

 

Una rappresentazione del mio Super Io, pronto ad arrestare l'estro del mio Es.

Una rappresentazione del mio Super Io, pronto ad arrestare l’estro del mio Es.

Non so come rispondergli, ma di certo inizierei ribadendo il concetto che non mi chiamo Harry.
o scè!” urla Ron Jeremy. “Ma sicondo te, farsi ‘na granda pelle nun è ‘na cosa giusta?
Se il buon Harry esista così tanto forse non lo è”.
Non mi chiamo Harry!”
Erica allontana di colpo la testa. “Cosa?”
Senti” indietreggio anche io. “Tu mi piaci. Sul serio, mi piaci ma… oddio, è un momento incasinatissimo”.
Stai dicendo la stessa frase con cui a scuola Karma scaricava qualcuno per poi iniziare a farsela con un altro dopo manco due ore”.
Carmela, dici?”
Non sto scherzando”. E in effetti quella atmosfera che avevamo creato insieme, e che in fondo altro non era che il prendere atto in due che tutto può essere un grosso scherzo, è svanita del tutto.
Sul serio Erica, mi piaci e c’è una voce dentro di me che mi dice che l’unica cosa che devo fare è smettere di pensare e saltarti addosso”.
Un vero signore questa tua voce”.
Non immagina quanto.
Indietreggia sino ad aderire completamente con la schiena allo sportello, poi si sbottona il primo bottone della camicetta con un gesto rabbioso. “Allora forza, perché non lo fai?”
Menat’ strunz!” urla Ron Jeremy. Sinnò domani scrive su facebook che non ingarri ad intostare, ca te fa schifo ‘a pasta e patane e che ti abboffi dalla mattina alla sera di piselli!
Vorrei dirle la verità e se resto in silenzio non è perché credo che non capirebbe, ma perché sono certo che comprenderebbe alla perfezione e, una volta uscita dalla mia auto, non la rivedrei più.
So che te lo posso ripetere all’infinito ma non mi crederesti, ma fidati se ti dico che non sarei mai andato ad una mostra fotografica se non mi fossi piaciuta, se non avessi avuto voglia di incontrarti di nuovo”.
Erica si abbottona. “Un gesto un po’ melodrammatico, vero?”
Mi sono sentito per un attimo in una puntata di Dawson’s creeck”.
Anche tu mi piaci”.
Mi sembrano i presupposti per un secondo incontro”.
Ci salutiamo e nel baciarci le guancia ci capita di sfiorarci le labbra.
Aspetto che si chiuda il portone alle spalle e accendo l’auto per tornare a casa.
Mentre percorro l’autostrada, Ron Jeremy non la smette di dirmi quello che avrei dovuto farle. “Glielo dovevi chiavare a ponta di coltello nel fetillo ma no ad animale, sempre un poco romanticamente… poi, all’intrasata, facevi il puorco e le abbiavi a dire pure qualche parola spuorca”.
Mi limito ad abbassare il finestrino e lasciare che l’aria si porti via il mio delusissimo Es, osservandolo dallo specchietto retrovisore mentre rotola sotto tutte le altre auto in corsa.
Ben fatto, Harry” si congratula l’ispettore Derrick.
Ben fatto? Ben fatto? Come prima cosa, non mi chiamo Harry. E come seconda, avevo a mia disposizione una ragazza che voleva me, dico me, non uno a caso, non il tizio che suonava con le mutande e il boa, non il tipo che si sta scopando adesso Daria, ma me, proprio me e tu? Tu mi fai mandare tutto a puttane!”
Harry?”
Sì?”
Zitto e guida”.
Va bene, ispettore”.

 

Il lavoro debilita l’uomo

27 Jul

Ecco la quarta puntata di Palestra, piazza Bellini, alieni, milf (e altre cose divertenti che non farò mai più).
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Il mio è un lavoro abbastanza insolito: sono un ipnotista. Questo vuol dire che mi guadagno da vivere ipnotizzando la gente ed insegnando ad altra gente come ipnotizzare1. Potevo sfruttare questa abilità facendo rapine, andando ad ipnotizzare galline su Rai2, e invece ho avuto la sfortunata idea di volerla applicare al miglioramento della vita degli esseri umani.
Fin qui non ci sono problemi, gli intoppi cominciano a nascere nel momento in cui mi si chiede che tipo di lavoro faccio. Ho sempre qualche difficoltà a dirlo, anzi, in realtà qualche volta me ne esco dicendo che lavoro in banca come impiegato, godendo del sollievo di non avere alcuna domanda di approfondimento. Quando, invece, dico la verità, ecco che le reazioni sono le seguenti:
1) “Allora mi puoi far fare tutto quello che vuoi?”
2) “Scommetto che non sei in grado di ipnotizzare me.”
3) Non fissarmi, chissà che puoi farmi altrimenti!”

La mia risposta, in ogni caso, è sempre la stessa: “Stai presupponendo che io abbia voglia di ipnotizzare proprio te”.
Poi ci sono anche i tizi che mi domandano: “Dai, allora mi ipnotizzi adesso?”
Che sarebbe un po’ l’equivalente logico dell’incontrare un cardiochirurgo e domandargli: “Oh, visto che ti trovi, mi metteresti un doppio bypass?”
Infine ci sono i Fenomeni, quelli che mi guardano così come si fa con un essere che è un po’ sciamano e un po’ cartomante da tv privata, per poi quasi implorarmi: “Ma allora sei in grado di farmi riportare alla mente ricordi che ho dimenticato?”
Mmm, sì… è possibile”.
Quindi puoi farmi ricordare cose accadute tanto e tanto tempo fa”.
Sì, funziona così”.
Anche cose accadute nella mia vita passata?”
Ecco, quando mi fanno questa domanda io dimentico di essere una persona pacifica che da sette anni è in Amnesty International e ho solo voglia di impattare qualcosa sulle gengive del tizio o della tizia che mi trovo davanti. Così provo a restare calmo, ma dall’altra parte ci si impegna a farmi incazzare come un animale.
Sai, perché io vorrei tanto sapere chi ero nella mia vita passata. Penso che capirlo mi aiuterebbe tanto a sciogliere degli irrisolti”
E tu, a una persona del genere, che diavolo gli vuoi dire? Cerco di mantenere la calma, il sangue freddo e il massimo autocontrollo, finché non urlo: “Ma se te non sai chi cazzo sei in questa di vita, perché diavolo vuoi sapere chi eri nell’altra? Lo vuoi sapere chi eri? Te lo dico io anche senza mandarti in trance: eri un perfetto idiota che si è chiesto chi cazzo sarebbe stato nella vita futura senza fare un bel niente in quella presente!”
Forse, se non avessi questi scatti, mi ritroverei molti più clienti.

Un tipico ipnotista dopo aver mandato in trance la sua cliente.

Un tipico ipnotista dopo aver mandato in trance la sua cliente.

In ogni caso, per dovere di completezza, non credo nella scientificità dell’ipnosi per vedere chi si era nella vita passata, la trovo una truffa bella e buona, una roba a cui può credere solo una persona priva di contatto con la realtà, uno Scilipoti qualunque.

Faccio questa premessa perché oggi sono ad una conferenza in cui vari colleghi prendono la parola per fare il punto circa il proprio operato. La cosa interessante di queste conferenze è che sono composte dalla seguente fauna: gente piena di problemi, gente pienissima di problemi, gente che sta così a pezzi che proprio non lo potete manco immaginare, appassionati di sviluppo personale, colleghi e gente che da dieci anni sta cercando di fare il mio lavoro senza essere riuscita a guadagnare per ora manco un centesimo.
In sala ci saranno all’incirca centocinquanta persone. Al mio fianco c’è Fulvio, un collega emiliano, che è la mia ancora di salvezza. Con lui sono stato chiaro: “Se non vieni tu, non vengo manco io”.
Fulvio ha un livello di sopportazione superiore al mio, così può farmi da scudo umano. Mentre attraversiamo le persone che stanno cominciando a sedersi, un tipo mi riconosce e mi afferra per il braccio. “Ho comprato il tuo libro!” esclama.
Ottimo acquisto” e già inizio ad implorare Fulvio di salvarmi.
Però il sito su cui l’ho ordinato non me l’ha ancora spedito. Ti sembra giusto?”
Assolutamente no, ma sa… questo non è colpa mia. Provi a mandare una mail al sito con tanto di ricevuta di avvenuto pagamento”.
L’ho già fatto e niente”.
Fulvio mi prende sottobraccio: “Signore, provvederemo personalmente a dare fuoco al provider del sito, ci informeremo circa il proprietario, lo identificheremo, lo scoveremo e lo uccideremo, poi uccideremo i suoi figli e, nel caso ne avesse, anche i nipoti. Si fidi di noi, non permetteremo alla sua progenie di invadere il mondo creando ulteriori danni”. E poi ci allontaniamo, senza neppure notare la reazione dell’uomo.
Ecco, la domanda del giorno è: perché io non riesco ad avere questa prontezza?
Era tanto difficile?” mi chiede Fulvio.
In verità, sì.
Il suo intervento è sull’uso dell’ipnosi quale rimedio a problemi di natura sessuale, con tanto di dimostrazione dal vivo di come è possibile far provare un orgasmo (multiplo) ad una donna. Il mio, invece, affronta il modo in cui può essere utilizzata per far apprendere un nuovo comportamento.
È inutile dire chi tra noi riscuote l’interesse del pubblico.

All’ora di pranzo, insieme ai vari relatori, cerchiamo di mangiare qualcosa al buffet, ignorando i nostri colleghi che, sempre con grande eleganza, cercano di tenere a bada l’istinto naturale dell’essere umano che, di fronte ad un pranzo gratuito, tende ad annullare ogni sua razionalità per regredire allo stadio di primate.
Tra questi c’è anche Gianni P., un tizio ormai famosissimo che tiene rubriche su giornali e viene intervistato dalla televisione un giorno sì e l’altro pure. Accanto a lui ci sono tre donne, che lo guardano toccandosi i capelli, ammiccando e ridendo sia alle battute che non fanno ridere sia a quelle che fanno proprio schifo. Appena mi vede, alza la mano: “Ohh, chi si vede, vieni qui”. Mi avvicino, controllando che Fulvio sia ancora con me. Mi presenta alle donne, dicendo: “Ci tengo che voi conosciate forse il miglior ipnotista in Italia”.
Da quando in qua sei il miglior ipnotista in Italia?” mi domanda Fulvio.
E che ne so, a me le cose me le dicono sempre per ultimo”.
Le donne ci dedicano l’attenzione che merita un acaro della polvere, per poi continuare ad ammiccare a Gianni P..
Devo essere sincero, quest’uomo mi ha sempre inquietato: ha delle spalle così grosse che se lo stendi a terra lo puoi usare come tavolo per dodici; ha un sorriso splendente, i capelli sempre impomatati e perfetti, un colorito salubre, degno di un’insalatina appena colta. È diventato famoso facendo da mental coach ad alcuni calciatori di serie A e, a ben guardarlo, ha lo stesso fisico da calciatore. E molto probabilmente anche la stessa morale.
Faccio il conto dei giorni saltati di palestra e mi sento in colpa.

Ciao, sono Gianni P.! E sai chi è il migliore?  IO sono il migliore.  Ma al prezzo di trecento euro l'ora, con un po' di impegno, riusciremo a farti credere di essere un po' simile a me!

Ciao, sono Gianni P.!
E sai chi è il migliore?
IO sono il migliore.
Ma al prezzo di trecento euro l’ora, con un po’ di impegno, riusciremo a farti credere di essere un po’ simile a me!

Io e Fulvio ci allontaniamo dalla tavolata e troviamo posto a sedere all’esterno. Ci accomodiamo fuori, attorno ad un tavolino in plastica. “Allora” domanda lui. “Come vanno le cose?”
Per quanto mi sono impegnato a non essere patetico, so bene che lui è l’unica persona che conosco che potrebbe non solo ascoltarmi con una certa cognizione di causa, ma probabilmente è anche l’unico che può darmi qualche consiglio decente. “Io e Daria ci siamo lasciati”.
Blocca la forchettata di spaghetti tra il piatto e la bocca. “Mi spiace. Come mai?”
In realtà mi ha lasciato lei”.
Ah, così è diverso” e fa riprendere il tragitto al suo boccone. “Buona ‘sta pasta!”
Già” l’assaggio, non è male.
Ti ha dato qualche spiegazione?”
Fondamentalmente si tiene ad un altro”
Da quanto tempo stavate insieme?”
Poco più di un anno”. È poco o è molto? Quanto tempo deve passare per far sì che l’abbandono improvviso della tua ragazza diventi una tragedia biblica per chi ti ascolta?
Non voglio fare lo stronzo, ma… è una cosa normale; capita più spesso di quanto immagini”.
Alzo le spalle: “Lo so bene”. Non me ne frega un cazzo se capita spesso, quello che mi importa è che è capitato proprio a me!
Vuoi tornare con lei?”
Non lo so”. Che senso ha andare dietro ad una che si fa sbattere da un altro. E, per carità, non è una questione di sesso ma ciò che rappresenta: la scelta di aver emesso un giudizio che marca esattamente la sua preferenza tra me e lui. Che poi, come direbbe Renato Zero, lui chi è?
Ti sembrerò banale, ma secondo me l’unica cosa che devi fare adesso è…”
Non lo faccio neanche finire: “Scopare a più non posso?”
Ecco, così mi piaci”.
Porca miseria, ma da quando il sesso è diventato la panacea di ogni male? Non è che se uno ha il cuore spezzato deve andare in giro a mettere il proprio frivolo augello in qualsiasi buco. Oddio, lo può anche fare ma questo non ti strappa via la solitudine, non allontana il dolore, non cambia il fatto che la persona che ti conosce più di ogni altra, che ha visto il tuo meglio (e il tuo peggio) ha preferito il meglio (e il peggio) di un altro. Certo, ci rimedi qualche orgasmo, la possibilità di poter dire a te stesso di aver aggiunto qualche numero in più al totale delle tipe che ti sei portato a letto (o fuori), ma dura appena un secondo, neanche il tempo per raccontarlo agli amici, poi vieni colto da una tristezza e da un senso di angoscia che è paragonabile solo a quella sensazione che ti coglie quando, nel silenzio più totale, parte all’improvviso a tutto volume la sigla di Chi l’ha visto?

Lo sai quello che mi fa incazzare” dico, incazzandomi pure un po’. “Che tutti quelli a cui sto parlandone mi dicono lo stesso: scopa. Senza cattiveria, io non sono il re dei chiavettieri, non sono manco il principe… ma manco, che ne so, il duca… posso essere tuttalpiù il giullare di corte”.
Bè, far ridere è il primo passo per conquistare una donna”.
Infatti i tronisti devono essere delle persone spassosissime”.
Perché, a te non fanno morire dal ridere?”
Fottiti”.
Possiamo fare un’altra volta? Oggi avrei un po’ di mal di testa”. Fulvio si passa una mano tra i capelli. “Lo so che posso sembrare insensibile e… ok, è molto probabile che lo sia davvero, ma a volte è la cosa migliore. Probabilmente ora ti senti rifiutato, come se tutto ciò che di bello c’è in te sia stato buttato via… alla fine andare a letto con qualcuna significa anche rendersi conto che, malgrado Daria adesso stia con un altro, tu risulti comunque interessante e attraente al punto tale da spingere qualcuna a desiderarti… per un’ora o per una vita intera non importa. In fondo, il desiderio non si misura in termini di tempo”.
Ci rifletto su e la cosa mi sembra sensata. Vorrei soltanto dirgli che non sono un tipo così… “fisico”, ma decisamente più mentale; ma non appena cerco di mettere la frase in una forma linguistica tale da essere comprensibile ecco che si avvicina al nostro tavolo uno spilungone.

Posso sedermi?” domanda. E si siede, senza manco aspettare la risposta. “Io sono Ferdinando Di Nuzzo”.
Il celebre Ferdinando di Nuzzo!” esclama Fulvio e mi strizza l’occhio.
Lo seguo: “L’immenso Ferdinando Di Nuzzo”. Gli porgo la mano: “Quale onore”.
Me la stringe: “Non pensavo di essere così famoso”. È appena appena disorientato.
Ma come?” Vedo passare Gianni P., questa volta solo con una donna, lo chiamo e gli domando: “Gianni, ma tu lo conosci il mitico Ferdinando Di Nuzzo?”
Sul volto di Gianni P. è possibile leggere le seguenti emozioni: confusione, dubbio, rassegnazione, speranza, infine gioia: “Il grandissimo Di Nuzzo”. Gli punta contro il dito manco fosse Gesù Compagnone: “Resta nei dintorni che io e te dobbiamo parlare!”
L’uomo al tavolo con noi sembra oggettivamente sorpreso da tutta questa celebrità che neppure sapeva di avere.
Allora Di Nuzzo” fa Fulvio. “Cosa ti porta qui?”
Bè…” esista un po’. “Voi fate ipnosi”.
Così dicono”.
Ecco, io vorrei sapere se voi vorreste collaborare con un importante progetto umanitario”.
Quando c’è la parola umanitario il più delle volte manca il compenso monetario”.
Ferdinando Di Nuzzo indossa un completo blu che gli sta decisamente troppo stretto, ha i capelli corti e lo sguardo che si muove freneticamente, manco avesse paura che qualcuno lo veda qui con noi.
Di che si tratta?” domando.
Io collaboro con un professore universitario di Pisa, lui da anni si occupa di invasioni aliene”.
Io e Fulvio ci guardiamo. E all’unisono diciamo: “Scì… capisco”.
Forse voi non lo sapete”.
Macchè” fa Fulvio. “Ste cose le sappiamo, ma che credi che non l’abbiamo visto Indipendence day?”
Cosa?”
No, niente” dico io. “Continua”.
Gli Alieni sono tra noi e sono qui per portarci via ciò che abbiamo di più importante”.
I dischi di Celine Dion?”
Cerco di non ridere: “Fulvio scherza, continua pure”. Voglio capire dove vuole arrivare.
Vedete, se gli Alieni sono qui è perché hanno bisogno della loro unica fonte di energia. E la Terra è l’unico pianeta che ha a disposizione questa fonte di energia”.
Che sarebbe?”
L’anima umana”.
Scì… capisco”.
Per farla breve, gli Alieni vengono sulla Terra, smadonnano per tre ore perché non riescono a trovare un parcheggio in centro per la loro astronave, così finiscono per metterla in periferia; poi rapiscono persone squilibrate a caso, ne succhiano l’anima con la stessa foga di una ninfomane in astinenza da tre mesi, lasciando nella mente del prosciugato un’energia negativa sotto forma di onde psichiche che può essere rimossa solo grazie l’uso dell’ipnosi. In certi casi, l’alieno trasferisce l’intera sua personalità nel corpo dell’essere umano, impossessandosene.
Sei sicuro che invece non preferiresti sapere chi eri nella vita passata?” Mi pare giusto chiederlo a questo punto.
No, grazie, già lo so: ero un’odalisca”.
Io una suppellettile” dice Fulvio.
Quindi, vorrei sapere se potete darci una mano a liberare le persone”.
Fulvio mi da un lieve calcio sotto il tavolo e mi fa segno di non dire nulla, poi si rivolge a Di Nuzzo e gli chiede: “Perdonami, possiamo parlare un attimo da soli?”
I due si alzano, Fulvio lo prende sotto braccio e, dopo essersi allontanato qualche passo, gli sussurra qualcosa all’orecchio. Di Nuzzo si allontana di scatto, lo fissa terrorizzato e poi scappa via.

So che la cosa può sembrare troppo assurda, ma c'è gente davvero convinta di una simile teoria. L'idea dell'ipnosi come "cura" per il rapito dagli alieni è stata sviluppata dal professor Corrado Malanga, docente presso la facoltà di Scienze Matematiche di Pisa,  che, come un novello salvatore, si è fatto baluardo per la lotta contro gli extraterrestri.  Se in America hanno gli Avengers, qui abbiamo Malanga e i suoi ipnotisti. Insomma, in caso di invasione, siamo fottuti come una puttana dopo una notte di straordinari.

So che la cosa può sembrare troppo assurda, ma c’è gente davvero convinta di una simile teoria. L’idea dell’ipnosi come “cura” per il rapito dagli alieni è stata sviluppata dal professor Corrado Malanga, docente presso la facoltà di Scienze Matematiche di Pisa, che, come un novello salvatore, si è fatto baluardo per la lotta contro gli extraterrestri. Se in America hanno gli Avengers, qui abbiamo Malanga e i suoi ipnotisti. Insomma, in caso di invasione, siamo fottuti come una puttana dopo una notte di straordinari.


Non appena Fulvio torna a sedersi, non posso fare a meno di domandagli cosa gli abbia detto.
Niente di importante. Tornando a noi, se proprio devo essere serio, se per te devo fare questo enorme sforzo di smetterla di dire stronzate e fingere di essere una persona sensibile, inizia a guardarti attorno, ad uscire, a fare cose nuove, conoscere gente nuova, donne o uomini poco importa, inizia quantomeno a fare cose diverse. Altrimenti ti fissi col pensiero di Daria che ti ha scaricato e non ne esci più”.
Sì… in fondo lo so che è la cosa migliore”.
E allora che lo chiedi a fare me?”
Perché è meglio sentirselo dire, no?”
Restiamo qualche secondo in silenzio. Poi gli domando di nuovo che cavolo ha detto a Di Nuzzo.
Niente di speciale” e alza le spalle. “Gli ho semplicemente fatto notare che per quanto possano impegnarsi, noi ormai abbiamo il controllo, l’invasione è completa e lui non può fare nulla per fermarci”.
Ridiamo e per un attimo ho l’impressione che sia tutto sparito: Daria, il mio lavoro, le persone che ci circondano… tutto ciò che resta è semplicemente il tavolo attorno a cui siamo seduti: unico punto di equilibrio in un mondo completamente assoggettato agli extraterrestri.

Lo spritz come stile di vita

25 Jul

Ecco la terza puntata di Palestra, piazza Bellini, alieni, milf (e altre cose divertenti che non farò mai più).
Se non avete voglia di leggerlo a puntate, potete visualizzare immediatamente l’e-book cliccando qui.
Per le singole puntate puoi:
Cliccare qui per la prima
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Lo sapevi che sarebbe finita” dice il mio amico Cecco Scognamiglio. Siamo a piazza Bellini, a dimostrare al mondo quanto la crisi non ci spaventi, al punto tale che possiamo starcene lì a fare un aperitivo.
Ecco” faccio io. “Sta roba da lo sapevi che sarebbe finita non la capisco. Ok, tutto finisce, niente è per sempre, la conosco pure io la canzone degli Afterhours, però finché ci stai con una tipa mica ci pensi. Se ci pensi finisci col comportarti da imbecille e quella ti scarica in tronco”.
Oh, guagliù mica tenete una cartina?” domanda una ragazza vagamente punk, con un bouquet di fiori tatuato su metà braccio.
Cecco caccia dalla tasca un rotolo di asciugoni Regina per le canne e ne allunga una striscia: “Va bene così?”
Eh sì… ma falla un po’ più lunga che siamo in tanti”.
A quest’ora la piazza è piena di sfessati, studenti fuori corso, fantomatici artisti da tv private, ultras del Napoli, tutti uniti da un solo grande credo comune: non c’è vita senza spritz!
Ora c’è una sola cosa che devi fare” riprende il Cecco, staccandosi un’altra striscia di cartina.
Drogarmi?”
Pure, ma non necessariamente. Iniziare a darti da fare con le altre. Sei libero, giovane, bello…”
Oddio, io direi simpatico”
Vabbè, ci siamo capiti. Torna a fare l’uomo cacciatore che sei”.
Ecco, ora non vorrei fare il polemico, ma questa storia dell’uomo cacciatore io non la capisco. Che poi tutti i maschi che si ricordano sta storia, se ne ricordano sempre e solo quando si devono fare una chiavata; quando, invece, devono mangiarsi la fetta di carne vanno dal macellaio. Allora se sei cacciatore, sei cacciatore sempre. Quindi, domani te ne esci con l’arco e le frecce e non mangi nulla se prima non l’hai ucciso con le tue mani! E almeno una volta l’anno accendi un fuoco come un vero uomo; possibilmente non dentro casa (che potrebbe creare qualche problema).
Guarda, non ne ho proprio voglia” cerco di tagliare corto.
Ed è proprio questo il momento in cui devi farti avanti. Sei un uomo…”
Chi, io?”
Pieno di ormoni che non desiderano altro che esplodere in una detonazione di desiderio sessuale in grado di ingravidare stuoli di pulzelle”
Hai appena descritto Rocco Siffredi imbottito di nitroglicerina, lo sai?”
E smettila di fare il disfattista” mi fa un segno con la mano come per voler scacciare una mosca. Poi estrae dalla tasca un pezzo di fumo e inizia a squagliare. Attorno a me vedo solo canne e spritz. Guardo il bicchiere nella mia mano destra e mi rendo conto di essere uno tra tanti, una sorta di stereotipo; vado oltre la specificità per essere un generico appartenente ad una generazione che non conosco e con cui, a voler proprio essere onesti, non ho mai avuto molta voglia di socializzare.
Un po’ di cannuoppolo?” mi domanda il Cecco, dopo aver fatto il primo tiro.
Approfondire il mio essere uno stereotipo o ribellarmi al sistema: questo è il dilemma. “No grazie, sono stupefacente di mio”.
Veramente non lo sei manco per il cazzo”.
Nell’amicizia la cosa più importante è la sincerità; ma quando è troppa rompe i coglioni.

Sfessatolandia al tramonto

Sfessatolandia al tramonto

L’ora dell’aperitivo funziona così: la gente ha il suo cocktail in mano, si incontra, finge di essere felice, si scambia quattro cagate sulle proprie sfighe al solo scopo di rendersi conto che in fondo tutti sono messi un po’ male, per poi tornare a casa avvolti da un’aura etilica che riesce a far sopportare meglio la programmazione serale della televisione.

Io resto in disparte ad osservare come un antropologo, come un etnologo metropolitano, neanche fossi un Marc Augé partenopeo; oppure, come un sociopatico che non vuole incontrare nessuno e ancora non ha capito perché diavolo ha messo il naso fuori casa.

Cecco si è buttato sulla tipa punk, la prende in giro, scherza e, senza che manco me ne renda conto, già le sta cingendo i fianchi con un braccio. Probabilmente si bomberà anche lei, per poi telefonarmi nel cuore della notte e dirmi com’è stato, cosa ha fatto lui, cosa ha fatto lei, cosa ha detto, in che modo, con che tono di voce.
Sarà che è primavera e la stagione dell’amore è entrata effettivamente in attività ma io non è che la senta poi tanto. C’è sempre un periodo dell’anno in cui sembra che il diktat dominante, l’assoluto imperativo morale a cui rispondere sia: “Chiava, chiava assai!” E – dico sul serio – non è che io non voglia è solo che… non lo so, mi manca la giusta motivazione.
Sarà che Daria mi ha lasciato.
Sarà che in fondo non sono mai stato particolarmente bravo a portarmi a letto una ragazza solo perché è figa. Ci deve anche essere altro. Altro che aveva Daria e che molto probabilmente non ha la l’amica della punk che Cecco tiene sottobraccio e mi presenta, quasi portandomela in dono come un re magio.
Lei è Cristina” dice il Cecco.
Ciao Cristina” faccio io.
Ciao” dice lei, con una voce che esprime la stesa gioia di vivere di un uomo che ha appena finito di ascoltare l’intera discografia di Al Bano. Ha un paio di occhiali dalla montatura grossa, in pieno stile finto nerd, indossa un gilet a quadri sopra una camicia bianca, un jeans strappato e un paio di clarks verde cacca di neonato. È un’hipster.

Sai” dice il Cecco. “Cristina è una bravissima fotografa”.
Una fottutissima hipster. Una bimbaminkia con la Canon che se la prende con altre bimbeminkia con la Nikon.
Per la mente perversa del Cecco, dovrei dirle qualcosa, fingere interesse, estrarre il mio tablet e chiederle di mostrarmi le sue foto su flikr, fingere sgomento, parlare di espressione visuale, di arte, ascoltare la sua storia di artista in divenire, le difficoltà che deve affrontare per affermarsi come elemento agente della cultura contemporanea, per poi sperare che quantomeno me lo prenda in mano.
No, grazie: not in my name!
Tu che fai nella vita?” domanda lei.
Un po’ questo, un po’ quello, faccio cose, vedo gente anche se preferirei non vederla”.
La gente è stupida” sentenzia lei, lapidaria come un musulmano ad un esecuzione.
Già… hai mai notato che se chiedi alla gente se la gente è stupida risponde di sì? Si tratta di autoconsapevolezza secondo te?”
Stai facendo del sarcasmo?”
Alzo le spalle: “Ormai mi scappa senza volerlo”.

Aperitivo instagrammato: roba da far venire l'eiaculazione precoce a qualsiasi hipster.

Aperitivo instagrammato: roba da far venire l’eiaculazione precoce a qualsiasi hipster.

Sono al terzo spritz, lo mando giù assieme a delle noccioline così stantie da essersi ossificate. Il Cecco continua la sua opera di abbordaggio, destreggiandosi tra la punk e la hipster, che si è resa conto che altro non sono che un triste essere troppo mainstream.
Cristina adesso sta prendendo il cellulare per fare una foto al Cecco e alla punk e a me viene da allontanarmi, perché una delle mie fobie è quella di finire sullo sfondo di qualche foto instagrammata.
Attraverso la piazza, vado sino alle scale della biblioteca, dove gli ultimi studenti escono per festeggiare la fine di una giornata sui libri o a giocare a carte con un aperitivo. Alcuni li conosco, ci parlo, con qualcuno ci rido.
Ho saputo che tu e Daria non state più insieme” mi dice uno.
E come l’hai saputo?” domando io.
L’ha scritto su facebook”.
Come l’ha scritto su facebook?”
Prima aveva situazione complicata e ora ha messo single”
Situazione complicata?
Perché il popolo di facebook sapeva che avevamo una situazione complicata mentre io no?
Ecco cosa succede a non fare il troglodita controllando ogni cinque minuti il profilo della ganza.
Torno da Cecco per salutarlo: “Io vado”.
Senti, aspetta” mi trattiene per un braccio. “Stavamo pensando di andare a vedere un film”.
Al cineforum dell’Orientale” continua Cristina. “Danno Il Cineamatore di Krzysztof Kieślowski”.
Non so, non ho mai visto nulla di Kieslowski” e non appena finisco la frase ho l’impressione che il tempo si fermi, che ogni suono cessi di esistere, che i movimenti si interrompano di colpo e che ogni sguardo, sorpreso, attonito, schifato, punti verso di me. La punk mi osserva come se avessi appena pronunciato unanatema. Mentre Cristina scuote la testa: “Scusami, io non ci parlo con chi non conosce Kieslowski”.
Tranquilla, mi sembra più che onesto”.
Faccio un cenno con la testa a Cecco e mi avvio verso casa.
Se non ho visto l’intera filmografia di Kieslowski poco ci manca, ma in questo periodo non posso fare a meno di impegnarmi a stare sul cazzo agli altri per delle banalità. È una cosa che mi riesce bene, quasi un talento naturale.
Ad essere sincero, sembra che non abbia fatto altro sino ad oggi.

 

 

Soluzioni posticce al problema dello scaricamento

22 Jul

Ecco la seconda puntata di Palestra, piazza Bellini, alieni, milf (e altre cose divertenti che non farò mai più).
Se non avete voglia di leggerlo a puntate, potete visualizzare immediatamente l’e-book cliccando qui.
Per la puntata precedente, invece, clicca qui.

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Attraverso la mia provincia addormenta neanche fossi un personaggio di Michele Prisco; ostento con arroganza Allen Ginsberg sulla t-shirt e porto aperta una camicia a quadrettoni che serve a proteggermi da tutti gli anni che sono venuti dopo il 1994.
Non so se mi sono lasciato davvero convincere dal Cecco, o se mi interessa davvero uscire con Erica. C’è da dire che è giorno, il sole splende e il polline si accanisce contro di me per sollazzare un’allergia che a stento viene tenuta a bada dall’antistaminico, quindi non possiamo definirla una vera e propria uscita nel senso stretto del termine; quelle si fanno rigorosamente la sera.

A dirla tutta, non so se Erica sia davvero contenta della prospettiva del nostro rendez vu; io non lo sono per niente ma, come dicono i miei compagni di bagordi, devo combattere il mio stato di abbandono da scaricato e ricordarmi di percorrere la geografia sessuale di Raffaella Carrà, che incita a far l’amore da Trieste in giù.

Ci incontriamo ad un bar: io oggi non devo lavorare, mentre lei non ha per niente voglia di studiare. Erica ha degli splendidi occhi azzurro idraulico liquido, il viso segnato da qualche brufolo risalente all’adolescenza e i capelli lunghi e castani. Indossa un grosso paio di occhiali che, a dispetto della moda attuale, sono tondi invece che quadrati. Mi ricorda vagamente la protagonista di un cartone animato che andava in onda una decina di anni fa su Mtv.
Un cartone che ha per protagonista una ragazza con lo stesso nome della mia ex: Daria.
Quella puttana!

Ci sediamo ed ordiniamo entrambi un cappuccino, lei caldo ed io freddo.
“Però” dice “Mica me lo immaginavo che fossi così comunista?”
“Comuché?”
“Il tizio sulla tua maglia, dico. Non è Carlo Marx?”
Ho visto le menti più brillanti della mia generazione distrutte da una citazione non colta al volo, affamate isteriche nude, trascinarsi in squallidi bar continuando a sottoporsi allo strazio, in cerca di un sollievo astioso, che potesse essere una rissa con la cassiera o un’invettiva contro il Governo… continuo a stuprare i versi de L’urlo nella mia mente finché non rispondo: “No, non è Marx, ma un poeta”. Poi, visto che sono un vero galantuomo, aggiungo: “Ma tranquilla, molti li confondono”.
Lei se ne sente sollevata e dice: “Io di poesia non è che sono tanto ferrata. Però mi piace tantissimo Prevert”.
“Bè, in effetti ci sono delle cose di Prevert niente male, così come delle cagate immonde di una banalità assurda tipo…”
I ragazzi che si amano è la mia preferita”.
“Appunto”. Sfodero il mio sorriso a trentadue denti, sperando che non siano diventati tutti canini.

Quello che accade nei minuti a seguire è il classico stereotipo da giovani in tempesta ormonale che si analizzano per vedere se ci sono delle compatibilità che potrebbero dare luogo a nuovi incontri che andranno poi a concretizzarsi in un atto carnale, in una relazione, insomma in qualcosa che coniuga con eleganza il bisogno di avere una persona accanto a quello di farsi una sgroppata come cristo comanda.
Lei parla delle sue passioni: i giochi di ruolo, i fumetti giapponesi, i vampiri, andare ogni sabato sera a mangiare in un posto diverso, la musica metal, il desiderio di vivere in Polinesia.
“Ma perché, ci sei stata in Polinesia?”
“No, però secondo me è bella”.
Io le rompo gli zebedei con DeLillo, il grande romanzo americano, le serie televisive della Showtime e i fumetti di Andrea Pazienza.
Non siamo come dei pezzi di puzzle che non combaciano. Direi, più che altro, che io sono un mattoncino lego mentre lei è un pezzetto del meccano. Siamo sistemi completamente diversi. Come Microsoft e Apple.
Penso alle parole di Cecco: “Mi raccomando, mò che esci co sta tipa non mandare tutto a puttane!”
“Ma io non mando tutto a puttane, è solo che se non siamo compatibili non posso farci niente”.
“Anche se non la conosco, io so che voi siete compatibili”.
“Ora mi dimostri questa asserzione”.
“Semplice, tu hai un pene e lei una vagina”.

Due lego in un momento di rilassamento.

Due lego in un momento di rilassamento.

Le cose semplici sono le più difficili, ha scritto una volta Sanguineti. Con la scusa di dover andare in bagno vado a pagare il conto, che come gesto fa sempre tanto signore; signore incontinente ma pur sempre signore.
“E’ presto” dico. “Ci facciamo un giro?”
“Che sorpresone!” Sorride ed ha un bel sorriso.
“In che senso?”
“Sembra ti stai annoiando”
“No, è che in questo periodo sono con la testa altrove”.
“Ti capisco, quando sono in questo stato devo staccare con tutto. Di solito mi chiudo in casa, mi sbatto sul divano, mi accendo una canna e guardo per l’ennesima volta Ghostbusters”.
“Oddio! Ma è il mio film preferito in assoluto!”
“Dai, non ci credo”.
I miei occhi si illuminano tipo antinebbia nella notte. “Aspè, cosa ne pensi di Spongebob?”
“Lo amo. E’ geniale!”
“Ti prego, sposami!”
Ci allontaniamo dal bar e lei ha il buon gusto di non affrontare né l’argomento nozze, né il terribile problema delle partecipazioni.

 

Non posso farci niente, mi sono sempre sentito attratto dalla ragazze nerd e, per quanto Erica sia a tutti gli effetti una di quelle ragazze che qualcuno potrebbe definire “bruttina” o “un tipo”, cerco di immaginarmela come starebbe senza occhiali, magari con i capelli più curati. Indossa una maglia nera e una gonna lunga ma, se solo vestisse con qualcosa di più femminile, risulterebbe decisamente più carina.
Camminiamo sino alla Feltrinelli, scoprendo che entrambi amiamo le librerie, anche quando non vogliamo comprare assolutamente niente, e che quando siamo stressati mettiamo in ordine la nostra collezione di libri e cd. Dentro c’è un’aria condizionata che ci strappa via dal tepore primaverile.
“Che ne pensi del fantasy?”
“Mi annoia”.
“No! Perché?”
Alzo le spalle: “Non lo so. Però mi piace Game of thrones”.
“I romanzi o la serie tv?”
“Serie tv”.
“Eh, ma allora non vale”.

La mia idea di ragazza che gioca di ruolo.  (idea massacrata dal rapporto con la realtà)

La mia idea di ragazza che gioca di ruolo.
(idea massacrata dal rapporto con la realtà)

Siamo agli sgoccioli, controlliamo le nostre compatibilità, alla ricerca di una qualsiasi motivazione che possa giustificare un bacio, o anche solo un secondo appuntamento, magari di sera.
Esiste qualcosa di inquietante in certe coppie che escono assieme: è come se non accettassero l’idea che ci si possa sentire attratti senza una ragione. In fondo in questo campo non c’è nulla di razionale: né le cose in comune, né la certezza che domani ci si rivedrà. L’attrazione non ha niente a che fare con questo, non ha regole. Le relazioni, invece, hanno regole ben precise e forse è per questo che la stragrande maggioranza delle persone non sono soddisfatte dalle proprie.
Erica è simpatica e sembra in gamba e in più abita ad una decina di chilometri da casa mia; insomma, rappresenta il mio vello doro, il mio santo grall, ciò che ho sempre visto più come un’idea platonica che una realtà: la chiavata a chilometro zero!

A causa di un dio malvagio che mi odia, o di un karma avverso che vuole farmi pagare il mio essere stato Adolf Hitler in una vita passata, tutte le ragazze con cui sono stato distavano chilometri e chilometri da me. Per giungere a loro, come un cavaliere dalla scintillante armatura post moderno, dovevo affrontare le lunghe code di serpente del traffico immobile, mostruosi ingorghi autostradali, caselli che puntualmente non riconoscevano il mio telepass e mi costringevano a fare la fila. Ma Erica abita vicino casa: è la donna della comodità.

“Seeenti” fa lei. “Consigliami un libro”.
Cerco qualcosa che possa piacere anche a lei e l’unica cosa che riesco a notare è una raccolta di poesie di Anna Achmatova.
“Poesia russa? Se dico che è una cagata pazzesca mi scatta l’applauso di novantadue minuti?”
Ecco, sono citazioni del genere che riescono a fare breccia nel mio tenero cuoricino.
Controllo l’indice e vado alla poesia che cercavo. Mi schiarisco la voce con un colpo di tosse e leggo:

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Resta qualche secondo in silenzio, poi con un filo di voce dice: “È bella”. E per un attimo ho l’impressione che lo stia dicendo a me più che alla poesia.
Ci salutiamo con due baci sulle guancia e l’impegno a rivederci un’altra volta, per quanto credo che nessuno dei due sia sicuro.

Mentre torno a casa penso che sono sempre un gran figo quando faccio il tipo colto che legge le poesie. Poi mi torna in mente che Anna Achmatova me l’ha fatta conoscere Daria, così mi incazzo al punto tale che mi viene da grugnire un vaffanculo così forte, che un paio di persone si voltano verso di me, guardandomi così come si guardano i pazzi.
E in effetti un po’ pazzo lo sono. Perché diavolo non ho dato un vero appuntamento ad Erica? Lei non voleva altro. Ma io che cosa voglio? Che diavolo, un paio di colpi pure glieli darei (oltretutto in questo periodo non è che possa andare molto per il sottile). Le scrivo un sms: “Non scherzavo, mi piacerebbe rivederti”.
Per avere una sua risposta devo aspettare ben tre ore: “Se vuoi c’è una mia amica che inaugura la sua mostra fotografica. Che ne dici di accompagnarmi?”
Se mi avesse proposto di andare a farci strappare le unghie dei piedi mi sarebbe sembrata una cosa meno traumatica.

La palestra come metafora di qualcosa ma non so cosa

20 Jul

Comincia con questo post la messa on line dei singoli capitoli di Palestra, piazza Bellini, alieni, milf (e altre cose divertenti che non farò mai più). Ovviamente se non avete genio di aspettare che mi ricordi di mettere anche gli altri capitoli, potete scaricare l’intero e-book qui.

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Ci sono dei momenti tristi nella vita in cui un uomo deve arrendersi, in cui bisogna piegarsi, in cui si è costretti a distruggere tutto ciò in cui crede: è la morte dell’idealismo, di qualsiasi aspirazione ad una qualche volontà di potenza.
Per questo ora sono in palestra.

Alzo il bilanciere con la stessa disperazione di un Saccontino del Mulino Bianco che cerca di liberarsi inutilmente dalla sua prigione di plastica e, dopo averlo rimesso a posto, osservo gli altri che mi circondano. Qualcuno solleva i pesi osservando compiaciuto la sua immagine allo specchio, qualcun altro fa gli addominali a tempo con la musica house demmerda che viene sparata a tutto volume, mentre un paio di ragazze adocchiano i presenti con lo sguardo del cacciatore che cerca di capire quale preda starà meglio come trofeo nel salotto di casa.
Mi chiedo perché sono qui e tutto ciò che riesco a dirmi è perché Daria mi ha scaricato, così ho deciso di rimettermi in gioco. La risposta mi crea una fitta di dolore che mi prende il cuore, il fegato e un po’ pure il culo. Cerco di capire che nesso c’è tra il rimettersi gioco e il rimettersi in forma ma le due ragazze che sembrano cercare il miglior paio di mutande all’ipermercato sono una risposta sufficiente; una risposta triste ma pur sempre esauriente.
Torno al mio bilanciere, mentre loro si avvicinano ad un tizio che solo sul bicipite ha la stessa massa muscolare che ho io in tutto il corpo e gli domandano come fare un esercizio. Lui se la ghigna, lo mostra con orgoglio e poi, come in una qualsiasi scena porno di Brazzers, va dietro una delle due, facendo aderire i propri addominali alla sua schiena.
(Lui ha la tartaruga che ha sconfitto Achille in corsa; io un pingue pinguino che si è appena chiuso la porta di casa alle spalle e già non ricorda se ha chiuso il gas).

Tengo pure il gagliardetto!

Tengo pure il gagliardetto!

Daria ha detto: “Ci siamo allontanati”.

La cosa mi ha perplesso.
Poi: “Siamo cambiati. Ed è un bene, solo che siamo cambiati in modi troppo diversi”.
Un concetto sensatissimo ma che onestamente disorienta.
E infine: “Dobbiamo separarci per comprendere meglio chi siamo, cosa vogliamo e solo allora, magari, nel caso, comprendere se possiamo ancora continuare insieme”.
Ho controllato le pareti della stanza in cui eravamo per comprendere se ero finito in una telenovela con dei pessimi sceneggiatori. L’ho guardata. Ho provato a dirle qualcosa ma niente. Ci ho provato di nuovo e le parole quasi mi si sono strozzate in gola. Ho tossito tipo un vecchio in coda alla posta. “Fammi capire bene, ti stai scopando un altro?”
“Non è questo il punto”.
Che è un po’ come dire sì.
Puttana!

Sono sudato, stanco e frustrato.
Che ci faccio io qui? Perché ho il fiatone malgrado non stia correndo come un pazzo per non perdere la Vesuviana? E perché la visione di quelle due tipe col tipo muscoloso mi crea questo senso di impotenza degno di chi ha subito una castrazione chimica.
La voce della mia saggezza mi dice: “Sono queste il tipo di donne con cui vuoi avere a che fare?” Ha lo stesso tono caldo e profondo dell’ispettore Derrick.
“Io a quella però un poco di pesce di carne ce lo darei” risponde la mia parte rattosa che, invece, ha lo stesso tono di Ron Jeremy in Concetta Licata.
“Dipende sempre da cosa stai cercando” dice di nuovo l’ispettore Derrick.
“Eh, pare che non lo va cercando di farsi una pelle!” esclama Ron Jeremy.
“Ma ciò non sta a te deciderlo, ma al nostro… ehm… il nostro buon Harry”.
Quando ti rendi conto che neppure la voce della tua saggezza ricorda il tuo nome vuol dire solo che la giornata non può che peggiorare.

Mi dedico agli addominali.
Dopo la prima serie il pingue pinguino fa: “Perché mi stai facendo questo?”
Finita la seconda serie ha gli occhi stralunati manco si fosse calato un intero pacchetto di Zigulì alla metanfetamina.
A metà terza urla nel panico più totale: “Il gas! Ho lasciato aperto il gas!”
L’unica fortuna di questa palestra è che dista esattamente due metri da casa mia, quindi posso evitarmi l’allucinante esperienza della doccia nello spogliatoio maschile. Esco in strada come un membro della legione straniera nel deserto in una vignetta della Settimana enigmistica.
Una volta nel mio bagno lascio che l’acqua mi lavi via sudore, stanchezza e senso di inadeguatezza.

C'è sempre un crying Dawson pronto ad uscire fuori di te ogni volta che vieni mollato.

C’è sempre un crying Dawson pronto ad uscire fuori di te ogni volta che vieni mollato.

Quando ero bambino mi guardai intorno, feci le dovute analisi, valutai i pro e i contro, feci un grafico a torta e sette istogrammi che rappresentassero tutti i dati raccolti per poi prendere la decisione: essere un intellettuale o uno sportivo?
Col senno del poi, mi sono reso conto che la mia capacità d’analisi fa schifo al cesso.
Certo, lo so, non esistono categorie nette come intellettuali e sportivi, così come so che io di certo non sono un intellettuale, tuttalpiù sono un cafone sagliuto (e manco sagliuto chissà quanto). Ma allora ero piccolo e ingenuo.
Il punto è che adesso mi pare proprio che ci siano solo due modi di essere ed io non mi sento in grado di appartenere al secondo, mentre col primo, forza siamo sinceri, posso farne parte solo se si accettano strane mutazioni genetiche post Chernobyl.
Mi chiedo com’è fisicamente il tipo che si sta scopando Daria.
Quella puttana!

Il giorno dopo sono di nuovo in palestra. Ci sono anche le due ragazze di ieri, ma questa volta non indossano la striminzita tuta che a stento conteneva i loro ormoni, ma vestono con un jeans e una maglietta (tipo Nino D’Angelo ai tempi doro). Mentre parlano con un altro tizio mi rendo conto che per loro questo non è il templio del corpo, dove il bello e il forte platonico si coniugano per generare il καλὸς καὶ ἀγαθός greco, ma una semplice macelleria di corpi umani.
Ed io probabilmente sono l’equivalente logico del lardo di colonnata.
La voce della saggezza mi conforta: “Sai bene di essere più di questo, Harry”.
Non mi chiamo Harry.

Alleno i bicipiti, mi chiedo quanto davvero sia importante e mi dico che lo è e molto ma perché allora ad ogni contrazione muscolare mi viene da chiedermi se ne valga davvero la pena?
Certo, lo so, l’apparenza è fondamentale nella nostra epoca, ma perché allora sembra fregarmene così poco da voler assecondare il pinguino andando a controllare il gas?
Salgo sulla ciclette e inizio a pedalare così forte che se fossimo in un cartone animato si sgancerebbe da terra per portarmi dritto in Messico. E bisogna dire che ci vuole una grande abilità per attraversare l’oceano in ciclette.

Il vero libro dell’estate!

17 Jul
Ciao sono Fabio Volo e questo post non parla di me. Sono qui per ingannarti e attrarre la tua attenzione, altrimenti col cazzo che cliccavi per aprire il post!

Ciao sono Fabio Volo e questo post non parla di me. Sono qui per ingannarti e attrarre la tua attenzione, altrimenti col cazzo che cliccavi per aprire il post!

Mò lo so che se lo dico pare che me la voglio tirare, però guagliù veramente ce ne sono state di persone che mi hanno detto: “Oh buono e bello compagno Umbertoskj, perchè non ci delizi scrivendoci un bel libro ilare, che ci sollazzi col tuo fine umorismo?”
Cioè, non è che abbiano detto proprio così – preciso preciso – però il senso quello è.
Così mi sono messo d’impegno e mi sò messo a scrivere sto libricino, un po’ perché in fondo non vi odio chissà quanto e un po’ perchè avevo tempo da perdere.

Visto che sono pigro e in questo periodo non ho voglia di aggiornare molto il blog, lo posterò a puntata anche nei prossimi giorni, ma mancheranno molti pezzi (perlopiù legati alle note). Quindi, potete decidere: o la versione completa per intero o la parziale a puntate.
Certo, c’è pure la famosa terza via che la spiritualità orientale ci ha insegnato e che, in questo caso, può essere sintetizzato nel vostro eventuale pensiero: “Sì ma onestamente chi se ne fotte di quello che hai scritto!”
E non ho niente da ridire anche perchè mai come in questo periodo è meglio evitare di mettersi contro gli orientali.

Quindi clicca qui per scaricare il libro.
Pettramento, guarda com’è bella la copertina.

cop

E’ stata disegnata da Vincenzo Balzano, che è bravissimo… infatti vi consiglio di passare per il suo blog prima ancora di leggere il libro.

Detto questo, concludo chiedendovi un piacere piccolo piccolo: se il libricino vi piace (ma pure se non vi piace, per l’amor del cielo) che ne dite di condividerlo sui vostri social?
In primo luogo non vi costa niente, poi fate un piacere a un povero cristo e poi che cacchio, io scrivo il libro, lo metto on line, voi lo leggete e non mi fate manco il piacerino di condividerlo, giusto per non farmi sentire triste come il bimbo che a natale dice la poesia, chiede la cinque euro e ogni zio dice che non ce l’ha, che non deve chiedere a lui ma all’altro zio.

Insomma, buona lettura e se non l’avete ancora fatto potete cliccare anche qui che vi esce (grazie ai prodigi della tecnologia) una bella schermata del piddieffe.