Archive | August, 2013

Storie di pazzi e di non-normali (insomma: ‘e sciem!)

28 Aug

Io, se fossi dittatore, tiranno, papa, masto di festa alle nazioni unite, presidente indiscusso o anche solo ministro del buon gusto istituirei una pena per tutti quegli imbecilli che con un fare un po’ da Bukowski e un po’ da zoccola di Arcore dicono cose del tipo: “Sai… io in fondo non sono un tipo tanto normale, sono un po’ pazzo”.

Nanni Moretti approva questo post.

Nanni Moretti approva questo post.

Niente di eccessivo, per carità: un semplice matrimonio di paccheri che manco Tyson e Mario Marola assieme, ogni volta che dicono ‘sta strunzat.

Lo capisco bene che c’è bisogno di sentirsi unici e speciali, ma ‘sta gente – che Dio li chiami alla sua gloria il prima possibile! – ne hanno fatto proprio una malattia, ci tengono a ribadire sto concetto per ogni cosa che succede.

“Sai, io non sono un tipo tanto normale, sono un po’ pazzo… ad esempio se sono in libreria e vedo un titolo che mi colpisce, pure se non so niente dell’autore, io lo compro e lo leggo lo stesso!”
Minchia, chiamate la Neuro!

Oppure: “… per farti capire, una volta al ristorante ho ordinato le patatine fritte ma quando sono arrivate non ne avevo più voglia, così non le ho mangiate. Sono fatto così, sono un po’ pazzo”.
Mò, escludendo la disapprovazione per l’atto in se che un qualsiasi membro della Fao potrebbe esprimere (ma non solo), io resto con tanto di occhi sgranati, mascella a terra e penso: “Marò… sei un rivoluzionario!”

Così succede che dovunque vado mi ritrovo circondato da ‘sti sciem che si vantano della propria pazzia e della loro a-normalità.
Il mio problema con questi qui (e so che il problema è mio, mica loro che se ne sbattono le palle, tanto sò pazzi) è che le parole sono importanti, se penso alla non-normalità o alla pazzia al massimo mi viene in mente il Barone a piazza del gesù che puzza di Ronco a duecendo metri di distanza e che ogni tanto si tira fuori il pesce per paccariarselo manco fosse un criaturo che ha appena rotto un piatto del servizio buono.

Il fatto è che ‘sti pazzi, ‘sti non normali, ‘sta band’e sciem sono fin troppo normali, se vogliamo considerare la normalità come elemento statistico (se non lo sapete la statistica è la scienza che vi dice quante possibilità avete di esaurirvi mentre la studiate) sono così tanti da essere comuni, da rientrare nella media.
Per non parlare della pazzia.

Fai qualcosa di veramente pazzo, cazzo! Vestiti da Goldrake e inizia a cantare tutte le canzoni di Pupo nel bel centro di piazza San Pietro durante la messa. Chiama a Barbara Durso e denuncia il fatto che non solo non ti vogliono fare sposare col tuo cane, ma non vi vogliono manco fare adottare un bambino. Vestiti da Berlusconi, vai sulla tomba di Andreotti con una scimitarra tanta e urla: “Ne è rimasto soltanto uno!”
Che sono ste pazzie da quattro soldi?

Altrimenti un minimo di onesta: “Sai, io non sono normale, sono imbecille!”
Personalmente la mia reazione sarebbe questa:

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Fotografia, vacanze e commenti originali degni di una tragedia greca

26 Aug

Tratto da I dialoghi con Leucò ai tempi di Facebook di Cesare Pavese (opera postuma).

La foto postata raffigura un qualsiasi luogo di vacanza, reale o farlocco non fa differenza: l’azzurro cristallino del mare si congiunge con l’azzurro del cielo, si intravede appena una nuvola, la spiaggia ospita pochi bagnanti.

Tipo così.

Tipo così.

L’autore mette le possibili originali didascalie:
– Il paradiso!
– Finalmente!
– Potrei restare qui in eterno. 

Commentatore 1: spettacolare!
Commentatore 2: i like!
Commentatore 3: invidia! ahhahhahahha
Autore: eh, ci voleva proprio!!!
Commentatore 3: madò, bellissimo! si vedono pure i pescetti!
Commentatore 1: no da, ma veramente sono pesci?
Autore: eh già! cioè raga… non vi dico… è troppo bello!
Commentatore 2: oh, ma avete sentito? il Porcellum va bene anche a #Grillo. che ridicolo, cioè, prima gridava vergogna, adesso gli sta bene!!!
Commentatore 3: ma che te ne frega! Relax, dai! Cioè siamo in vacanza… ehhehhehehe…

Logout.

Faccia a faccia

7 Aug

Ebbene sì, stiamo volgendo al desìo, ecco la nona puntata di questo splendido racconto fatto di odio, malinconia  e suppellettili. .
Come sempre, se non avete voglia di leggerlo a puntate, potete visualizzare immediatamente l’e-book cliccando qui.
Per le singole puntate puoi:
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Sono giorni che dopo il lavoro vengo qui, a piazza Bellini, fuori al bar degli artisti, che non ospita neppure un cazzo di artista, ma solo presunti tali, impegnati a parlare di quanto il mondo non riconosca il loro valore. La cosa davvero triste è che l’unico motivo per cui finisco tutte le sere qui è che non ho altro posso dove andare, così come anche gli altri qui attorno: eterni fuoricorso, giornalisti online con pose da Oriana Fallaci, blogher che elemosinano contatti mandando messaggi su facebook in cui implorano un “mi piace”, laureati sfruttati da scuole private che non li pagano perchè tanto loro devono fare punteggio, rivoluzionari che prendono la paghetta dai genitori, dj di musica new wave che non accettano che gli anni ottanta sono finiti, femministe new age che non fanno la ceretta da un eone e rivendicano il loro corpo che ormai non vuole nessuno, lesbiche che camminano come camionisti, froci che sculettano come veline, ultras che prendono le sedie dai bar e poi si mettono in cerchio nel centro della piazza a fumare, hipster convinti che della loro opinione possa davvero fottere a qualcuno, attori col culto della propria persona, mocciosi che giocano a pallone e che prendono a pallonate chiunque si metta tra loro e il cancello che hanno eletto come porta per i loro goal, musicisti che si lamentano della totale assenza di gusto nel panorama della musica italiana, dottorandi che consigliano alle studentesse cosa studiare meglio per l’esame e intanto scivolano con la mano lungo la schiena e poi più giù, fuorisede che vengono dalla provincia di Benevento e sono convinti che la vera vita sia questa e non quella che si sono lasciati alle spalle, operatori sociali che volevano fare tutt’altro, aspiranti romanzieri che hanno pubblicato due racconti e si sentono arrivati.

Sfasulati a Bellini

Sfasulati a Bellini

Questa piazza mi fa schifo, mi fa schifo l’aperitivo, mi fa schifo il modo assurdo in cui ognuno cerca di darsi un tono, una posa; il modo feroce in cui ognuno mente dal proprio piedistallo solo per ingannare sé stesso. Mi faccio schifo io che sono qui, in mezzo a questa gente e mi conformo per il solo fatto di non essere altrove. Le mura greche si confondono con l’immondizia accumulata, quell’immondizia che ormai ha invaso anche quei pochi resti che dovrebbero avere un valore storico ma nella realtà dei fatti fanno schifo come tutto il resto da queste parti.
Mi fa schifo Cecco, che ha lasciato la punk dopo essersela scopata tre volte, ed ora se ne sta intortando un’altra con cui stasera probabilmente farà sesso e, di nuovo, mi chiamerà per raccontarmi tutto. Mi fa schifo perché io non ci riesco, perchè non ci so fare come lui, perchè anche se ci sapessi fare non avrei la sua stessa facilità con cui fa entrare e uscire le donne dal suo letto.

Mi fanno schifo Veronica e Susi, proprio di fronte a me, che mi indicano e ridono e parlano e non me ne frega niente di quello che stanno dicendo, non mi importa neppure se stanno sul serio parlando di me o meno, vorrei semplicemente andare da loro e schiaffeggiarle, prenderle per i capelli, sbattere la loro faccia contro il muro e poi scartavetrarla via.
Prendo un grosso respiro: devo controllare questa rabbia.
Il punto è che la controllo; se solo urlassi, se solo cominciassi a piangere, se solo dicessi a tutti loro quanto cazzo mi fanno schifo, allora sono certo che mi sentirei meglio.
E, invece, eccomi qui che mando giù questo spritz, appoggiato contro la ringhiera delle mura greche, mentre Veronica e Susi continuano a parlare, mentre Cecco accarezza la fronte della nuova tipa proprio come io ho fatto con Erica quando l’ho accompagnata a casa, mentre qualcosa strapiena e che bolle sta lì lì per esplondermi dentro.
Ma non esplode.

“Allora” fa Veronica. “Tu e Daria non vi sentite da un po’, vero?”
“Da quando si sono lasciati” dice Susi.
“E che cazzo me lo chiedi a fare se lo sa la tua amica?” sbuffo.
“Sei ancora nervoso” fa Veronica. “Non dirmi che anche oggi non è aria”.
Cerco di mantenermi calmo. “Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo parlare… anche perchè, fidati, non vuoi che parli io”.
Ride. “Perchè, cosa avresti da dire?”
“Lasciamo stare”.
“Sai come fa lui” dice Susi. “Ha sempre una sentenza pronta. Si lamenta costantemente di quanto gli altri si diano dei toni da grandi uomini e poi è il primo a giudicare chiunque”.
“Lasciamo stare”.
“Dai, raccontaci quanto la gente è stupida” dice Susi.
Veronica le fa eco: “Ora se ne uscirà con la solita battuta che se chiedi alla gente se è stupida risponde di sì”.
“Dai, diccelo” continua Susi. “Secondo te la gente è stupida oppure no?”
Le guardo come se da un momento all’altro dai miei occhi possano uscire fuori sfere di fuoco in grado di incenerirle. “No” alzo le spalle. “Io sono stupido”. Lascio il mio bicchiere sulla ringhiera e me ne vado; le loro risate mi accompagnano sino a quando non sono abbastanza lontano da non sentirle più, per quanto ho l’impressione di portarle con me.

Non sono mai stato il più popolare della comitiva, né il più desiderato dalle ragazze. Io sono quello che le ragazze guardano, per poi dire: “Sei carino”.
Che tradotto dal femminese all’italiano vuol dire: “Sei inchiavabile”.
Sono quello che viene osservato con un misto di ammirazione e dolcezza, prima di dire: “Sei un bravo ragazzo”. E lì per lì uno quasi ci crede che sia una cosa positiva, poi ecco che controlla il vocabolario e si rende conto che in femminese significa: “Sei un coglione”. Sono quello che parla parla parla parla sino a quando lei non mi guarda e dice: “Sai, non mi è mai capitato di sentirmi così come mi sento ora con te, è qualcosa di travolgente, di intenso, quasi di spirituale”. Tanto che sembra logico pensare che ci sta, ma quando scatta l’approccio ecco che lei fa: “Scusami, forse hai frainteso, è che ti vedo solo come un amico”.
A quel punto se solo non ci fosse la disperazione che fa venire in mente mille modi diversi per togliersi la vita usando i giocattoli dei teletubies, si potrebbe razionalizzare e rispondere: “Scusa, ma non hai detto che era solo un tuo amico anche quel tizio a cui il mese scorso infilavi in bocca mezzo metro di lingua di menelicco?”
Il punto è che quando una donna ti dice che ti vede come un amico sta mentendo, non è così, è molto peggio: sei il gradimo più basso della catena sessuale, più in basso dell’amica cessa con cui non giocherebbe a fare la lesbica neppure dopo la quarta tequila.

Scegli anche tu con quale lingua di menelicco limonare!

Scegli anche tu con quale lingua di menelicco limonare!

Eppure con Daria non è andata così. Daria pensava fossi attraente, simpatico e intelligente. E chi lo credeva possibile! Certo, ho avuto altre storie ma mai davvero importanti e comunque sempre con quell’impressione che da parte della persona con cui stavo ci fosse l’atteggiamento di chi pensa: “Vabbè, finché non trovo di meglio può andare”.
Daria mi faceva sentire molto meglio di chi sono davvero.
O forse è il contrario: solo con lei riuscivo a comportarmi come chi sono veramente.
Il cellulare suona, è Cecco: “Che ti è preso?”
“Mi fa schifo la piazza, devo andare via”.
“Ma è per qualcosa che hanno detto quelle due?”
“Sì… no, per niente”
“Lo sai che sono solo delle frigide?”
“Secondo me no”.
“Fidati, Veronica scopa molto meno bene di quel che può sembrare”.
Ma c’è una, dico almeno una, che non si è bombato? “Sei tu l’esperto”.
“Dove stai andando?”
Solo quando me lo chiede me ne rendo conto: “Da Daria”.
“No! Assolutamente no! Dimmi dove sei e ti raggiungo”.
“Non ti preoccupare”.
“Col cazzo che non mi preoccupo. Dimmi subito dove sei che ti raggiungo di corsa”.
“Ti voglio bene anch’io”. Attacco e spengo il telefonino.

C’è qualcosa nel portone di casa di Daria che mi mette ansia e che mi fa tornare in mente tutte le volte che sono stato qui e ho bussato e sono salito. Schiaccio il pulsante del citofono. Mi risponde Andrea, la sua coinquilina: “Ah, ciao… veramente non c’è, è andata a fare la spesa… per caso vuoi aspettarla sù?”
“Sì, ti ringrazio”.
Ho sempre trovato inquietanti le ragazze che si chiamano Andrea, mi fanno tornare in mente uno dei personaggi di Berverly Hills 90210, la ragazza cessa e secchiona che cercava in tutti i modi di farsi Brandon. Ovviamente, Brandon sarà stato pure moralista e bigotto (e quindi repubblicano) ma non si sarebbe mai alzato un cuoppo del genere. Infatti, con chi ci prova? Con Emily Valentine, una tossica da centro sociale che come prima cosa, visto che non trova nessuna poesia da dedicargli, gli mette non so quale droga nell’acqua tonica. E lui apprezza pure: “Apperò, che bel retrogusto di acido lisergico ha ‘sta bibitazza”. Poi però gli prende di un male che manco quella sera in cui aveva mangiato quattro melenzane ripiene, così quando c’è da intostare non intosta e il giorno dopo, mentre si prepara la colazione, si confida con la povera Andrea, che intanto ha comprato pure lei una pasticca di roipnol, nella speranza di poter abusare di lui quando è in stato di inconscienza. “Epperò, se non intosta che ci faccio?” si domanda la poveretta, che ormai ha i calli sulle dita come una sedicenne.
Malgrado questo, però, trovo nel personaggio di Andrea qualcosa di rivoluzionario, che va completamente a spezzare l’immaginario cinematografico degli anni precedenti. Infatti, se negli anni ottanta la cessa con gli occhiali si toglieva gli occhiali, diventava un patatone esagerato. Andrea, invece, se li toglie e… resta cessa uguale; anzi, forse forse peggiora pure. Siamo all’inzio degli anni ’90: i lustrini e le pailettes degli anni ’80 si sono dissolti e ciò che resta è il grigiore, la polvere del muro di Berlino ormai distrutto, i missili in notturna durante la guerra contro Saddam, Clinton che suona il sassofono e Monica Lewinski che gli suona la zampogna. Insomma, non c’è spazio per le illusioni, per i sogni; c’è solo la realtà, affilata come un pezzo dei Nirvana, apocalittica come la discesa in campo di Berlusconi.

Tantissime ragazze vorrebbero essere Amelie, nessuna vuole essere Andrea.

Tantissime ragazze vorrebbero essere Amelie, nessuna vuole essere Andrea.

Casa di Daria non mi accoglie nello stesso modo in cui mi accoglieva quando stavamo insieme, sembra quasi ostile, un po’ come Andrea che mi apre la porta con un certo imbarazzo. “Se ci sono problemi” le dico. “Aspetto giù”.
“No, ma figurati… è vero, la situazione è strana, ma non sei il tipo che viene e fa una scenata alla Mario Merola”.
“No, per niente”. Almeno lo spero.
Mi porta in cucina. C’è un’aria diversa in questa casa, me ne rendo conto attraversando il corridoio, è qualcosa che non riesco a comprendere del tutto. La disposizione dei mobili è la stessa, ma è come se l’odore fosse cambiato. Certo, lo so bene che non può essere così (a meno che non abbiano iniziato ad usare un nuovo deodarante per interni), quindi questo vuol dire che sono ufficialmente impazzito.
“Come va?” domando ad Andrea, una volta in cucina.
“Si lavora” risponde con un sospiro. “Oddio, si fa per dire”.
“Sempre lezioni private?”
“Sempre le stesse. Ogni tanto un paio di serate da cameria e poi sempre buttata qui” mi indica il portatile al centro del tavolo. “A inviare curriculum”.
Andrea si è trasferita a Napoli da Monteforte Molinelle quando ha cominciato l’università, si è laureata col massimo dei voti e, pur sapendo sin dal primo giorno di lezione che la sua vita non sarebbe stata affatto come un film di Indiana Jones, non avrebbe mai potuto immaginare che si sarebbe ridotta a trascorrere interi pomeriggi così. Qualche mese fa, a cena, mentre Daria era a telefono, mi ha detto che voleva tornare al paese.
“Stai ancora pensando di tornare a casa?”
“Sì” dice lei. “Napoli mi ha deluso e mi delude ogni giorno di più. Vuoi qualcosa da bere?”
“Sì, grazie, un po’ d’acqua. Che cosa ti ha deluso?”
Alza le spalle. “Non lo so di preciso”. Va al frigorifero e prende la bottiglia di vetro senza tappo che forse è in questa casa da più anni di lei. “La gente, la chiusura, il suo essere una specie di provincia di sè stessa”. Dal ripiano sopra il lavello prende un bicchiere, lo riempe e me lo porge. “Finchè vivi in mezzo alle montagne la accetti l’aria di provincia, ma poi quando te la ritrovi in città difficilmente la sopporti. Che diavolo, volevo cambiare ambiente ed ecco che mi ritrovo al punto di partenza. Cioè, geograficamente è diverso, ma per tutto il resto non cambia più di tanto”.
Prendo il bicchiere e me lo porto alle labbra. “In che senso non cambia più di tanto?”
“Ti faccio un esempio. A Monteforte ci sono le vecchie affacciate alle finestre, che osservano tutto e tutti con la convinzione che il privato delle persone debba essere di pubblico dominio. Sanno esattamente cosa è il bene e cosa è il male, hanno le idee chiare sui valori, su ciò che è giusto e sbagliato e se violi queste loro leggi, sei additato”.
“E qui, secondo te, è lo stesso?”
“Se entri in una classe di latino sì. Se ti aggiri per un dipartimento qualsiasi sì. Dai, lo sai meglio di me, fatti un giro a piazza san Domenico, con le sue abitudini, i suoi rituali così certi, comodi. Ovunque vai, trovi sempre lo stesso e identico schema”.
“Credo che sia così ovunque”.
“Forse sì. Allora vuol dire che sono io ad essere fatta male”.
“È il periodo” dico più a me stesso che a lei. “Abbiamo trent’anni e non siamo né adulti, né ragazzi. Non siamo adulti perchè siamo cresciuti con l’idea che essere adulti significhi essere come i nostri genitori, ma non ci riusciamo ad esserlo: un po’ per il periodo storico, un po’ per la crisi economica, un po’ per l’assenza di lavoro. E non siamo ragazzi perchè… questo onestamente non so dirlo, per quel che mi riguarda forse non lo sono mai stato”.
“Io credo che ad una certa età uno si rompa pure di essere ragazzo”.
“Non so… ultimamente va di moda l’adolescenza lunga!”
“Tu, però, almeno per il lavoro sei messo bene”.
“Vero. È in tutto il resto che lascio a desiderare”.
Si riempie anche lei un bicchiere d’acqua e lo alza come fosse un calice. “Al nostro essere disadattati!”

Non c’è molto da aspettare, Daria arriva con due buste della spesa piene. Quando mi vede in cucina, resta quasi paralizzata, come se di fronte non avesse davvero me ma la Medusa col suo sguardo pietrificante.
“Uè” dice, quasi urlando.
“Devo andare via?” domando.
“No, no” scuote la testa. Mi si avvicina, posa le buste sul tavolo e mi saluta con due baci sulle guancia. “Come va?”
“Sinceramente, non lo so”.
“Io devo andare a fare delle cose in camera mia” dice Andrea. “Passo dopo”.
Aspettiamo che esca dalla cucina.
“Vuoi una mano a mettere a posto?”
“Figurati, non è molto. Allora, come mai qui?” Neppure finisce la frase, che subito dice: “Cioè, scusami, non volevo dire questo… è che non mi aspettavo di vederti, sei sparito”.
“Si fa così quando si viene lasciati”.
“Oppure si finisce col fare lo stalker”.
“Ho preferito evitare”.
“Mi fa piacere vederti”.
Restiamo in silenzio mentre sistema le cose tra la dispensa e il frigorifero. Avevo quasi dimenticato i suoi movimenti, il modo in cui si muove, le gonne lunghe che indossa e sembrano avere una vita propria ad ogni passo che fa.
“Posso essere diretta?”
“Spara”.
“Se qui per la tua ex ragazza o per la tua” fa con le dita il segno delle virgolette. “Psicologa?”
“Se ti dicessi per entrambe?”
“Mi sembrerebbe l’ipotesi meno grave”. Torna al frigorifero e prende una bottiglia da mezzo litro di Peroni. “Ci vuole, non credi?”
Non le chiedo del suo nuovo ragazzo, non le chiedo del perchè mi ha lasciato, sarebbe troppo facile e poi non ha senso, non cambierebbe le cose, nè mi darebbe anche un solo elemento che potrebbe essermi utile. “Perchè ti sei innamorata di me?” E poi: “Perchè alla fine non ti è bastato?”
Daria guarda in basso, sul tavolo, proprio lì dove dove tiene poggiate le mani. Poi alza la testa e dice: “Mi sa allora che invece della birra ci vuole la vodka”.

Mi sono innamorata del modo in cui mi facevi sentire, di come mi facevi ridere. Alla fine l’amore è un processo egoistico: cerchiamo la persona che ci faccia sentire esattamente come desideriamo. Mi sono innamorata del fatto che con te il tempo passava troppo in fretta e restava fermo allo stesso tempo. Poi sono cambiata. Cambiata sul serio. Cioè, non credo...”

Quando esco da casa sua finalmente riesco a piangere come non era accaduto neppure il giorno in cui mi ha lasciato. Ormai è notte e l’aria è fresca, quasi rimpiango di non essermi portato dietro un giubbino. Mi sento, però, più in pace, come se una parola fine sia stata messa.

Cioè, non credo si sia trattato solo di un cambiamento, ma qualcosa che era dentro me da tempo. Con te mi sono sentita accettata come da nessun altro. Accettavi di me le cose buone così come le meno buone e questo… questo ha fatto sì che le accettassi anche io. E non solo, ho imparato ad accettare che c’era anche altro. Altro che forse conoscevo e cercavo di nascondere, altro di cui avevo paura. O forse altro che aveva bisogno solo che mi sentirssi pronta per poter venire allo scoperto. E quando tutto questo è…

Ne sono ancora innamorato? Certo che sì.
Ma ho come l’impressione che sia solo una questione di tempo.
O almeno lo spero.
Oltretutto sapere che…

E quando tutto questo è uscito allo scoperto, ho dovuto prendere una decisione. Cerco di spiegarmi meglio, stavo bene con te, ci sto bene e credo che se passassi la vita intera con te potrei riternemi fortunata. Ma, allo stesso tempo, so che sarebbe una vita incompleta. Non so come dirlo, quindi sarò diretta: non ti ho lasciato per un altro ragazzo, semmai per una ragazza“.

… sapere che sta con una donna rende tutto più facile.

Galeotto fu il tag, coglione chi mise la foto su facebook

5 Aug

Ebbene sì, siamo arrivati alla sesta puntata di questo splendido racconto a puntate senza ogm né grassi saturi.
Come sempre, se non avete voglia di leggerlo a puntate, potete visualizzare immediatamente l’e-book cliccando qui.
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Se c’è qualcosa di buono nel mio lavoro è che mi impedisce di pensare a me stesso. Quando sono seduto di fronte ad un cliente, smetto di esistere, mi trasformo in una macchina che deve comprendere ciò che vuole, ciò che dice, il suo modo di rappresentare il mondo, le sue convinzioni. È come se diventassi Neo in quella scena di Matrix in cui si rende conto che la realtà altro non è che un insieme di dati in codice binario, sui quali è possibile agire per modificare la realtà stessa.
Il primo cliente passa in fretta e, mentre aspetto il secondo, controllo il computer, la posta, facebook. Mi si informa che sono stato taggato in bene dodici foto. Ci do un’occhiata: niente di speciale, in qualcuna parlo con Cecco, in un altra urlo qualcosa a Susi, poi… poi eccone una in cui sono seduto sul divano insieme alla milf. E un’altra in cui ci sto limomando duro.
C’è pure un “mi piace”.
Di Daria.
Emmacheccazzo!
Mi staggo immediatamente, per quanto so che ormai è troppo tardi, probabilmente l’intero popolo in vetrina di facebook l’ha vista; forse anche Erica.
Arriva il secondo cliente ed è complicato adesso riuscire ad essere presente. Cerco di pensare a come sondare il territorio con lei: contattarla in chat, sms, una chiamata vecchio stile come facevano i nostri antenati? Quando va via anche il secondo, provo a chiamarla ma non risponde. Ci provo anche dopo il quarto e, anche questa volta, non risponde.

Arcipigna! Tonio Cartonio delle melevisione? Che cazzo centra, direte voi.  Assolutamente nulla, semplicemente non sapevo che immagini mettere.

Arcipigna!
Tonio Cartonio delle melevisione?
Che cazzo centra, direte voi.
Assolutamente nulla, semplicemente non sapevo che immagini mettere.


Esco in strada, il sole sta tramontando. Non ho voglia di restare da solo, ma neppure di vedere qualcuno, così mi limito ad alternare i piedi, a sgambare senza meta, guardando ogni tanto il cellulare nella speranza di avere un segnale da Erica.
Entro in un bar, non ho voglia di spritz, in realtà non ho voglia di niente, ma almeno devo darmi un minimo di scopo in questo giro senza meta. Ordino un caffé macchiato e al bancone mi ritrovo Veronica.
Dio, ti prego, prenditi un rene ma falla svanire!
E invece no, eccola lì che mi guarda e mi sorride ed io ho solo voglia di una clava per colpirla sulle gengive, vederla a terra col volto tumefatto, sporco di sangue, la bocca ridotta ad una massa informe di mucosa, per poi continuare ad infierire sulla sua carcassa a forza di calci.
Ma non sono una brutta persona!
Veronica ha trent’anni ed è una tizia che mi ha mollato un palo enorme un paio di anni fa, prima che incontrassi Daria. Il mio odio profondo, però, non deriva da questo, quanto dal fatto che ha l’atteggiamento di chi crede che tu sia in suo potere solo perchè una volta le hai chiesto se potevi darle un paio di colpi. È quel modo di fare di chi pensa di avere un valore superiore solo perchè ti ha rifiutato.
“Come stai?” mi dice, spolverandomi dalla spalla qualcosa di inesistente.
Io questo atteggiamento da femme fatale dei poveracci lo odio; anzi, sono convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se ci fossero meno gatte morte in giro e più ristoranti cinesi che le servono a cena. “Tutto bene” rispondo, cercando di nascondere ogni frammento di fastidio.
Certo, mi fa ancora effetto: Veronica è sensuale, probabilmente una vera bomba del sesso, ma dopo la serata di ieri (e le implicazione che sta avendo oggi) il mio frivolo augello si è ridotto ad un misero fagiolo che non vuole più uscire dal suo cantuccio, ma vuole restare lì per sempre, ritratto e contratto fino alla fine dei giorni.
“Ho saputo di te e Daria”.
“Già” bofocchio. “Ma fammi capire una cosa, vieni spesso in questo bar?”
“Me lo chiedi così ci passi tutti i giorni?”
“Veramente avevo intenzione di cambiarlo”.
Finge di ridere. “Lo sai, ormai non attacca più la storia del tipo acido, cinico con l’atteggiamento superiore”.
“Io atteggiamento superiore? A proposito, hai dimenticato di baciarmi la mano” e gliela porgo manco fosse quella del papa tutta piena di anelli.
La allontana colpendola con uno schiaffo. “Ho visto anche che ti stai dando da fare”.
“Oh, ma che cazzo, tutti a guardare il facebook mio!”
Lei arrossisce e scatta: “Bello, non è che io mi faccia i fatti tuoi, ma se tu posti una foto di te che stai pominciando con una tardona mica è colpa mia? Mi esce tra le notizie recenti”.
Veronica è quella che su facebook scrive status del genere: “Perchè tutti gli uomini che ogni giorno mi chiedono di uscire sono così al di sotto delle mie aspettative?” Oppure: “Il segno della decadenza dell’occidente è direttamente proporzionato allo schifo di fidanzato con cui sono stata negli ultimi sei mesi“.
“E come l’ha presa Daria per la tua passione per il buon brodo fatto con la gallina vecchia?”
Il suo tentativo di ironia è patetico come potrebbe esserlo il mio di fare il provino da tronista. “Mi ha scaricato lei”.
“Ah, ora è più chiaro”.
Bevo il mio caffè. Forse l’imbecille che ho qui davanti ancora non si rende conto che ho passato due giorni di merda, dopo averne passati molti altri che di certo non avevano il calore delle sterco appena sfornato ma ne conservavano intatto lo stesso e identico odore. “Veronica” cerco di restare calmo. “Oggi non è aria”.
“È un brutto periodo?”
“Pessimo!”
Sorride. “A me invece va alla grande”.
“Brava” le do una pacca sulle schiena, pago il caffè (solo il mio) e vado via per fare ritorno a casa, che il mondo oggi è troppo brutto per i miei gusti.

Ed ecco Uan, così come è oggi.

Ed ecco Uan, così come è oggi.

Ovviamente le foto sono state messe on line da Susi, perchè è importante far vedere su facebook quanto sono fighe le sue feste, quanta gente c’è, quanto ci si diverte, di modo che tutti quelli che non ha invitato possano rosicare e maledirsi per non averci partecipato. Me la immagino, dietro lo schermo del suo pc, mentre pensa ai suoi contatti rosiconi, alcuni dei quali forse rosicano davvero, per quanto sono certo che la maggior parte se ne sbattano allegramente gli zebedei.
Sono quasi spinto dal chiamarla e insultarla ma non ha senso. Potrei telefonare a Cecco e insultare lui, senza alcun motivo specifico, giusto per sfogarmi, ma alla fine mi ritrovo a casa, sul mio letto, a fissare il soffitto mentre ascolto gli Smashing pumpkins.
Faccio un ultimo tentativo con Erica e questa volte risponde.
“Dimmi” la sua voce è gelida.
“Hola” cerco di dissimulare tutto ciò che posso. “Come va?”
“Potrebbe andare meglio. Tu?”
“Non malaccio, ho finito di lavorare da poco. Tu come stai? Immagino sei stata incasinatissima”.
“Per niente, solo che non avevo voglia di sentirti. E non ne ho voglia neanche adesso”.
È diretta la ragazza.
“C’è qualcosa che non va?”
“Mi stai prendendo per il culo?”
Sento il rumore delle mie unghie che scivolano lungo uno specchio, incapaci di trovare anche solo un minimo appiglio. È un po’ come quando mia madre scopriva un orribile crimine che avevo commesso: confessare subito, o negare tutto, recitare la parte di chi cade dalle nubi, nella speranza di instillare almeno il dubbio dell’innocenza?
Punto la carta del finto tonto: “Scusa, ma non capisco”.
“Eri tu quello che si slinguava la zia di qualcuno in quella foto?”
“Ah, ti riferisci a lei… guarda, non è come sembra”.
“Le foto ingannano, vero?”
“Vero sì, guarda quelle della tua amica”.
Nei pochi secondi di silenzio che trascorrono accadono diverse cose: centinaia di vite si spengono e altre cominciano, delle stelle smettono di brillare e l’universo si espande spinto dall’etropia. “Cerco di essere schietta” dice Erica. “Io non lo so che ti passa per la testa. Non è per cattiveria, ma non mi va di incasinarmi dietro uno che prima mi chiede di uscire e poi pubblica delle foto in cui sta con un’altra”.
“Veramente non le ho pubblicate io”.
“È lo stesso. Mi piaci, lo sai, ma se credi che questo mi metta nella posizione di farti da crocerossina o aspettarti finché non la smetti di essere così incasinato ti sbagli”.
“Lo so bene”.
“Quindi te lo chiederò un’ultima volta: che diavolo ti gira per la testa?”
Basterebbe mentire, dirle che sono stressato dal lavoro e probabilmente mi crederebbe. Potrei tranquillamente liquidare la faccenda di ieri, dicendo che avevamo bevuto, fumato e quello altro non era che un gioco facilmente fraintendibile da una singola foto. Ma le dico la verità, le racconto anche di quando ho visto Daria che pogava al concerto punk, e le dico che con la milf ci sono andato a letto (per quanto eviti la parte in cui le ho vomitato addosso). “Spero che almeno apprezzerai la sincerità”.
“Sì, la apprezzo. Io spero che capirai il motivo per cui metto giù il telefono e ti chiedo di non farti sentire”.
“Sì… lo capisco”.
“Addio”.
“Ciao”.
The word is a vampire canta Billy Corgan. E se il vampiro, invece, fossi io?
Resto immobile sul mio letto, cercando di capire, di capirmi; so solo che ho l’impressione che negli ultimi giorni stia perdendo troppe cose, una dopo l’altra, per quanto non so che nome dare ad ognuna di esse, non so descriverle, non le so definire, restano confuse così come sono io.
Mi arriva un messaggio da un amico, vuole sapere se esco. Neppure rispondo: è vero, chi tace acconsente, ma sono certo che non vedendomi arrivare si renderà conto che chi tace semplicemente non dice niente di niente.
Mi spoglio, indosso la tuta e vado in palestra, nella speranza che almeno la fatica fisica zittisca ogni singolo pensiero.

M.i.l.f.: la soluzione ad ogni problema!

2 Aug

Ebbene sì, siamo arrivati alla sesta puntata di questo splendido racconto a puntate senza carichi pendenti né spam.
Come sempre, se non avete voglia di leggerlo a puntate, potete visualizzare immediatamente l’e-book cliccando qui.
Per le singole puntate puoi:
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Ha quarantadue anni, me l’ha detto lei, per quanto le donne tendono a mentire sull’età. Il corpo, però, sembra confermare: la pelle non è elastica, ma i muscoli sono tonici, tipici di chi cerca di combattere il decadimento fisico con estenuanti ore di palestra, che non hanno tanto lo scopo di tenersi in forma, quanto il valore di una liturgia in nome del proprio organismo, per pregarlo di resistere ancora un altro poco, di restare integro il più a lungo possibile.
Ha il mio cazzo in bocca e mi osserva mentre continua a succhiarlo, guadandomi negli occhi e aggiustandosi ogni tanto gli occhiali come se ci fosse una telecamera a riprenderla. Cerco di godermi la scena al meglio, perché mi sembra di stare in un porno, per quanto io non sono un idraulico, né un uomo di colore.

Ron Jeremy approva questo post. Se ti impegni, forse, approverà anche te!

Ron Jeremy approva questo post.
Se ti impegni, forse, approverà anche te!

Si chiama… oddio, mica me lo ricordo come si chiama… ma pare che ha passato tutta la sua vita a fare pompini, quindi che senso ha farmi domande del genere?
Sento un leggero reflusso gastrico che sa di alcol. Devo aver bevuto e parecchio.
Mi ricordo dove sono?
Ok, facciamo il punto della situazione: è una camera da letto e non è la mia. Sul comodino alla mia destra c’è una foto ma non raffigura la milfona davanti a me. Sembra Susi, anzi no, è Susi. Quindi sono a casa sua, nella sua camera da letto, con una milf che lo sta prendendo tutto in bocca… ma proprio fino in fondo.
Chiudo gli occhi e incontro Ron Jeremy. Gli porgo il pugno chiuso e lui me lo colpisce col suo pugnetto del rispetto. “A manella” fa. “Mò mettile la manella in capa!” Li riapro.
Cosa ci faccio qui?
C’era una festa, se non mi sbaglio. Da Susi ci sono sempre feste del genere, feste in cui qualcuno finisce per accoppiarsi selvaggiamente; di solito, però, quel qualcuno non sono io.
Devo di nuovo chiudere gli occhi. “Batti il cinque, Ron!”
Non se lo lascia ripetere due volte: “Guagliò, hai scassato!

Sento la porta che viene aperta, apro gli occhi e trovo un tizio sull’uscio che ci osserva. La milf (ma come cazzo si chiama?) si volta per un attimo, mi sorride e riprende indefessa la sua splendida attività.
“Non è che volete compagnia?” domanda il tizio.
“Cosa?”
“Cioè, non è per maleducazione, ma nel caso… cioè, non fate complimenti”.
Resto interdetto e non riesco a pensare molto. Devo essere ubriaco, in più la pratica ludico-ricreativa in cui sono impegnato non mi consente di pensare chissà quanto bene. “Grazie” rispondo. “Come se avessimo accettato”.
Il tizio fa spalluce. “Come vuoi, nel caso cambi idea io sono di là”.
“Non mancherò”.

Tipica rappresentazione iconografica della MIlf.

Tipica rappresentazione iconografica della MIlf.

Cerco di tornare indietro con la memoria.
Ero seduto su un divano, c’era Cecco, c’era Susi, c’era una ragazza ubriaca che raccontava di un gioco di ruolo dal vivo come se fosse la sua vita reale. C’era del vino, rosso, ne ricordo appena il sapore, il modo in cui lo mandavo giù, flash, un altro flash, fotografie da esporre su facebook perchè se non posti le foto nessuno sa che sei stato ad un festino e se nessuno lo sa è come se non ci fosse mai stato e quindi che ci sei andato a fare? Poi buio.
E poi c’è Cecco che prepara una canna, la punk che lo bacia, il suo tatuaggio floreale, il pearcing sulla lingua.
“Hai il pearcing?”
La milf si ferma e mi mostra la lingua: al centro brilla una sfera metallica. Le metto la mano dietro la nuca e la spingo verso il basso.
Sì ‘o creatur mij, chist’è ‘o creatur mij!Ron Jeremy non è mai stato così fiero di me.
Susi ha detto qualcosa su Daria, che da quando non stiamo insieme la vede meglio, cambiata, davvero felice, con una luce nuova negli occhi. Susi ha detto che Daria sembra davvero innamorata e non vede l’ora di conoscere il nuovo ragazzo.
“Ma sei una stronza o cosa?” ha urlato Cecco.
Ancora vino… anzi no, rhum, rhum e pera. Uno shottino, due, tre, quattro. “Dai bello” la voce di
Cecco. “Manda giù che ti fa bene. E prendi anche questo”. Una canna gravida di marocchino. È pesante, tossisco e poi do un secondo tiro come se fosse una medicina.
Ricordo la milf, le porgo la mano, mi presento, lei me la stringe, mi dice il suo nome ma è buio, proprio non lo riesco a ricordare. È una collega di Susi, di questo ne sono certo, lavorano insieme. Che lavoro fa Susi? Un altro shottino, la Milf che dice che sono simpatico, mi domanda cosa faccio nella vita, “il casellante sulla Salerno Reggio Calabria”, “Ma non ci sono ancora i caselli”, “Infatti sono cassaintegrato”. Un altro shottino, musica a tutto volume. Di nuovo buio.

“Ora scopami”.
Il solo sollevarmi mi crea un altro reflusso gastrico e questa volta lo riconosco, è decisamente rhum.
Gente che balla, saranno almeno una trentina, la milf mi dice che sono divertente, io che ha un bel paio di tette, Cecco sul divano limona con la punk, ho io la sua canna in mano, la passo alla milf, che la passa a Susi, che mi dice nell’orecchio “Vedi che ci sta”, dove sta? Ancora il buio. Buio profondo, pesto, dal sapore etilico, ma almeno ho mangiato qualcosa stasera?
Ballo, con la camicia completamente aperta (me l’ha sbottonata la milf?), cantando Tocca-tocca-tocca-toccami voglio essere pooooorca!, agito le mani sopra la mia testa. Cecco ride, la punk squote la testa, non sono felice, non sono depresso, va bene così.
Non sento quasi niente mentre lo facciamo, riesco appena ad ascoltare le contrazioni muscolari, il sudore che inizia a ricoprire entrambi i nostri corpi, i suoi lievi mugolii emessi con la bocca appena aperta, la porta chiusa attutisce la musica dell’altra stanza, ma posso comunque riconoscere Robot rock dei Daft punk. Proprio di fronte alla porta c’è Ron Jeremy in piedi che ci osserva, accarezzandosi i baffi tutto compiaciuto.
Strozzami!”
“Che?”
“Stringimi le mani attorno al collo” lo dice anche in modo inquietantemente dolce.
Ma che è, roba sadomaso?
Guagliò, chesta è ‘na granda zoccola“.
Sono un semplice ragazzo di provincia cresciuto con gli 883, mica lo so come si fanno ste cose! Vado per intuizione, penso a Dario Argento: la mano dell’assassino che compare nei suoi film è sempre la sua, si avvinghia intorno alla gola sino a togliere il fiato.
“Più forte”
Stringo di più.
“No, scopami più forte”.
“Ah, scusa”.
Ansima sotto di me, il viso le diventa rosso, cerco di andare più forte, più veloce, la sento venire, inizia a gemere, mi infila le unghia nelle spalle e mi dice qualcosa che sembra una parolaccia ma non capisco bene perchè sono tutto concentrato su Robot rock. Sento l”orgasmo montare a neve dallo scroto, per poi diramarsi sù verso le cosce, il cazzo, l’inguine, spingo più forte e sì, vengo.
Resto qualche secondo su di lei, osservo il suo seno, le labbra, le rughe che si ramificano dagli angoli della bocca. L’ho baciata? Sento risalire sù qualcosa.
Sei bravo” dice e mi fa tornare in mente la mia professoressa di italiano del liceo, che diceva la stessa cosa ogni volta che mi correggeva i temi.
Poi un’intuizione cristallina, vivida come uno di quei sogni che al mattino ti convincono di essere davvero accaduti: lei non esiste, questa stanza non esiste, Susi, Cecco, la punk, gli altri invitati non esistono, persino io non esisto: siamo solo personaggi fittizi creati dall’autore di un blog demmerda.
Sarà questa consapevolezza o il fatto che ho bevuto e fumato troppo, in ogni caso mi piego in due e le vomito addosso.

Milf nella vita reale.

Milf nella vita reale.

Minchia, come Trainspotting!” dice Cecco tutto esaltato. “Ma quanto sei fottutamente rock?”
“Non abbastanza”.
L’urlo della milf, come quello di Chen, ha terrorizzato l’occidente. Susi è entrata di colpo trovandosi la scena di me nudo, sopra la milf, completamente ricoperta di tutto ciò che avevo mandato giù sino a poco prima.
“Ma fai schifo!” ha detto. E poi: “Cazzo, togliti da là sopra e… Cristosanto, copriti”.
È inervenuta come una crocerossina ad aiutare la sua amica. Non capisco, prima mi chiede di strozzarla e poi si lamenta per un po’ di vomito…
“Come ti senti?” mi chiede Cecco, passandomi una canna.
“No, grazie”. Ci rifletto un po’. “Ma sai che… mò non è che sia stata la trombata migliore della mia vita, però…”
“Ti ci voleva, eh?”
“Mi ci voleva sì”. Per quanto c’è una parte dentro di me che non ne è proprio convinta. “Cecco?”
“Eh?”
“Hai mai avuto l’impressione di non esistere veramente? Cioè di essere solo un personaggio immaginario e che tutto questo altro non è che una sorta di sogno di un dormiente? Un dio manco particolarmente intelligente”.
Cecco controlla il suo cannone, dà un tiro profondo e lo trattiene a lungo, assaporandolo. “Hai fumato sta roba o anche altro? No, perchè l’effetto che ti fa è psichedelico”.

Mi scrollo di dosso i miei dubbi e cerco la milf. È in bagno con Susi. Appena entro mi urla di andarmene via. “Guarda” le dico. “Sono qui per scusarmi”.
“Scusarti di cosa” interviene Susi, isterica. “Le hai vomitato addosso!”
“A lei, mica a te, che ti incazzi a fare tu!” Mi rivolgo alla milf. “Sul serio, mi dispiace, non volevo rovinare questa sera”.
Sbuffa. “Mi sono accorta che era rovinata quando abbiamo cominciato a farlo”.
“Ma… non avevi detto che ero bravo?”
“Sì, ma non ti applichi”.
Ecco, proprio le stesse e identiche parole che usava la mia professoressa di italiano.