Chionz! Una favola natalizia

4 Dec

Come quest’estate, mi ho messo asscrivere una novela troppabbella, siccome che sono scrittore fernuto.
Se tutto va come spero (ovvero: non mi caco il cazzo come al solito) dovrei finirla appena prima di Natale, di modo da metterla sul blog in formato e-book come regalino per mamme, nonne e zie ninfomani.
Quindi: nessuno dica che non ho spirito natalizio!

In più, siccome che non so che cacchio mettere nel blog in questi giorni, vi posto un pezzettino di questo fantastico romanzo che farà dire a Paulo Coelho: “Ngulo al cazzo, che profondità!”

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Tutto era cominciato con quella cosa brutta di Ilaria Persico, che avrà pure avuto le zizze grosse ma oltre quelle non aveva altro. Eppure, come molte ragazze un poco cesse, aveva appresso uno stuolo di spasimanti tutti convinti che, per il solo fatto che non fosse sto granché, doveva essere facile chiavarsela. E invece no, Ilaria se la tirava pure, si atteggiava come tutte le studentesse del Dams di Roma, per quanto ogni fine settimana stava buttata a piazza Bellini, fumando sigarette scroccate, squagliando fumo scroccato e bevendo birra pure quella scroccata ad uno di quei fessi che pensava bastasse farla bere per rimediare una pelle. Ma Ilaria reggeva bene sia l’alcol che il fumo, per non parlare del fatto che, quando si spingeva oltre, l’idea di un rapporto sessuale non la sfiorava minimamente, le sue fantasie erotiche al massimo si gingillavano con l’idea di un piumone, di un pigiama di flanella, di calzini di spugna e di David Foster Wallace, un leone di peluche che le aveva regalato il fidanzato del liceo.
Filippo aveva deciso di provarci con lei perchè in quel periodo non è che avesse a disposizione molto altro, e pure perchè anche lui aveva fatto l’errore di credere che una del genere quantomeno ci deve stare per disperazione. Così, in breve, quella che doveva essere una cosa veloce per ottenere un’esperienza ludico ricreativa con quelle tette enormi (insomma, pe purtà o bambiniell ngopp’e giostr) si era trasformata in una Pearl Harbor emotiva, che aveva convinto Filippo di essere addirittura innamorato di Ilaria Persico. Se non avesse creduto questo, il suo cervello sarebbe esploso al pensiero di passare così tanto tempo appresso quel cesso senza rimediare manco un chionzo di cortesia.

Il punto di non ritorno lo aveva raggiunto quando lei, tutta languida, gli aveva chiesto: “Pippo, ma lo organizziamo un festino?”
“E dove?” aveva domandato Filippo.
Ilaria, candida come una malattia venerea, aveva risposto: “Come ma dove? A casa tua!”
C’è da dire che in quell’occasione Filippo Patriciello stava tentando di far ubriacare la ragazza, così mentre lei manteneva un buono stato di lucidità, lui era così sbronzo da doversi sedere su uno degli scalini della biblioteca di piazza Bellini, giustificando quel mancamento fingendo una sciatica che per l’età che aveva doveva essere al massimo un preoccupante segnale di senilità precoce. Fu proprio per questo che quando Ilaria parlò di festino, lui lo intese in modo letterario, ovvero piccola festa, magari tra pochi amici. “Ma sì” rispose. “Chiamo Marco il tossico, Pierino seven up, insomma i soliti… un paio di cannette, suoniamo insieme qualcosa. Una cosa tranquilla”.
“Sì sì” rispose Ilaria. “Una cosa tranquillissima”.

Sfasulati a Bellini

Sfasulati a Bellini

Nel piano di Ilaria c’era anche quello di prendere cento euro di fumo e venderlo alla festa. “Ma giusto per pagarci il disturbo” ci tenne a precisare. “Mica perchè mò ci mettiamo a fare gli spacciatori”. Così aveva mandato Filippo da un pusher, tranquillizzandolo dicendo: “Tanto quello è un amico mio. Tu digli che ti mando io, noi vendiamo tutta la roba alla festa. Poi con l’incasso ci paghiamo lui e la parte restante ce la teniamo noi”. Dove per noi intendeva il plurale maiestatis col quale si riferiva a sé stessa ogni volta che si impegnava in una qualsiasi azione imprenditoriale.

Quando Filippo si presentò dallo spacciatore con la proposta di prendere cento euro di fumo e pagarglieli due giorni dopo, il pusher quasi gli rise in faccia. Filippo era andato sino al suo appartamento a piazza Mercato, condiviso con altre quattro persone di colore, che lo guardavano malissimo e iniziarono a guardarlo ancora peggio quando lui fece la proposta.
“No belo” disse Karim. “Niente soldino, niente marochino” quasi compiacendosi di quella rima, che almeno dimostrava che stava acquisendo sempre più dimestichezza con l’italiano.
“No, dai” continuò Filippo. “Me lo devi fare questo piacere. Senti, non lo fare per me, ma… come farti capire… se mi fai sto piacere io faccio proprio una bella figura con una femmina”.
“Ah, una femina. E’ com’è, com’è questa femina?”
“La conosci pure tu, è quella che mi ha dato il tuo numero, Ilaria”.
Karim si limitò a strabuzzare gli occhi, fece un grosso sospiro, cacciò dalla tasca un pezzo di fumo e iniziò a preparare una canna: se quel ragazzo andava appresso a un cuoppo allucinante, il minimo che poteva fare in qualità di buon musulmano era farlo fumare. Lo portò nella piccola cucina dove c’era solo una pentola su un fornello spento e gli disse: “Guagliò ma tu non sei male, spiegami il perché”.

Filippo a quella domanda si illuminò, nessuno gli aveva chiesto le ragioni del suo amore, e ora che qualcuno gliele chiedeva si rese conto che non vedeva l’ora di raccontarle. Fece un grosso respiro, ma quando iniziò a parlare non riuscì a dire nulla. Si fermò per qualche secondo e, nel momento in cui tentò di nuovo di raccontare, ecco che l’aria non uscì dalla gola. Cercò persino di ordinare i pensieri ma l’unica cosa che realizzò a riguardo fu che non ne aveva nessuno. Ilaria era un paio di zizze circondato da un pessimo contorno. “Vabbè, comunque devi sapere che è una ragazza piena di personalità” rispose. “Cioè come farti capire… è una ragazza decisa, intelligente, che sa quello che vuole, mica come quelle classiche tipe superficiali. E poi è pure una ragazza seria”.
“Seria?”
“Sì seria, mica una di quelle mezze zoccole che vanno con tutti”.
Sinceramente Karim non sapeva se Ilaria Persico andasse con tutti, ma era certo che si era tenuta due dei suoi coinquilini che, il giorno dopo, suibito avevano detto che erano ubriachi e che poi nell’oscurità del locale mica si capisce bene. Il locale in questione era il Kinky, un postaccio dove si ascoltava musica raggae, frequentato per lo più da ragazzi di colore e da ragazze bianche alla ricerca di ciò per cui i neri sono famosi nel mondo (aldilà del senso del ritmo). Karim l’aveva vista più volte lì, aggirarsi col fare della preda che vuole essere cacciata, la osservava con una certa indifferenza, le vendeva tutta l’erba che voleva, tanto poi l’avrebbe offerta a dei suoi connazionali, anzi, un paio di volte aveva avuto l’impressione che ci stesse provando con lui, ma le aveva fatto capire che non era aria.

D’improvviso uno dei coinquilini chiamò Karim. Si alzò, passò la canna a Filippo dicendo di finirsela tutta. Filippo dette un primo tiro e poi un secondo, rendendosi conto che c’era uno strano odore. Annusò la brace della canna e poi il filtro ma era tutto regolare. Iniziò a posare lo sguardo da un angolo all’altro della stanza, sino a quando non si posò sul fornello e la pentola. Si alzò e andò a controllare cosa ci fosse dentro: quando sollevò il coperchio, una zaffata di merda quasi gli tolse il fiato. Per poco non vomitò. Posò immediatamente il coperchio e tornò a sedersi, col senso di colpa di chi ha appena fatto qualcosa di proibito.
Ma che fanno questi qui, si cucinano la merda? Si domandò Filippo Patriciello e per una volta tanto nella sua vita due neuroni si incontrarono quasi per sbaglio producendo una sinapsi abbastanza interessante. “Ma vuoi vedere che…” sussurrò a sé stesso senza finire la frase, si alzò dalla sedia, tornò alla pentola e sollevò di nuovo il coperchio. In mezzo a quel cumulo putrido c’erano degli ovuli che dovevano contenere fumo o cocaina, in ogni caso droga. Fece per immeggerci una mano dentro ma subito si fermò. E che sfaccimma, così faccio peggio di Trainspotting! Iniziò a cercare nei cassetti qualcosa come un cucchiaio o una forchetta, senza alcun risultato. “Vabbuò!” si disse per farsi coraggio: infilò la mano sentendo che il contenuto era ancora tiepido, notando come i peli del polso si lasciavano tirare dal peso di quella roba che si appiccicava alla sua pelle. Questa volta il conato di vomito dovette trattenerlo, prese immediatamente il primo ovulo che gli capitò sotto mano e, così come fa un bambino quando ruba, subito se lo portò in tasca. Fu un semplice riflesso condizionato, ma non appena la mano fu lì dentro, premendo sulla coscia, si rese conto di cosa aveva fatto. E anche di come la stoffa della tasca fosse così sottile da lasciar passare il parte del contenuto dell’intestino di uno sconosciuto proprio sulla sua gamba.
Di colpo si sentì avvolto dalla puzza e si domandò perché è sempre la merda degli altri a fare più schifo, mentre la propria… vabbè fa pure schifo ma non a questi livelli.
“Karim, io ora vado” disse, uscendo dalla cucina e avviandosi verso l’ingresso.
Il pusher stava parlando animatamente con i coinquilini e nemmeno si accorse di lui. Così, quando Filippo si chiuse la porta alle spalle, tirò un respiro di sollievo. Ma non ispirò solo il tipico odore di umido di un palazzo vecchio ma pure quello di merda. E si rese conto di aver chiuso la porta proprio con la mano sporca. Preso dal panico più totale provò a pulirla usando quella pulita e finendo solo per sporcarsi ancora di più. A quel punto, proprio non riuscì a trattenersi: vomitò. E si rese conto che ormai non c’era nulla più da fare, l’unica cosa intelligente che gli restava era sperare che nessuno avrebbe notato un ovulo in meno. Certo, avrebbe dovuto sperare anche che nessuno avesse notato il macello che aveva combinato fuori la porta, ma nei momenti di panico non si può badare a tutto.
Alla fine il festino era saltato, Ilaria gli aveva assicurato di vendere il fumo e poi era sparita per una settimana e, infine, lo spacciatore l’aveva beccato nel bel centro di piazza del Gesù.
Si preannunciava un Natale peggiore di quello in cui suo padre lo aveva minacciarlo di tagliargli i fondi se non avesse dato almeno tre esami l’anno. 

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