Archive | January, 2014

Matrimonio: not in my name!

30 Jan

Il vero problema per la mia generazione non è tanto l’assenza di lavoro, quanto le coppie di amici che continuano a sposarsi malgrado questo. Coppie che non apparano 1200 euri di bananalandia al mese e che  decidono di sposarsi e, magari, mettere al mondo anche un piccolo stronzetto.
Per carità, non ce l’ho col futuro nascituro, ma coi genitori che si ritrova sarà già tanto se non entra a Casapound, oppure non mette on line delle foto in cui mima i chionzi.

Mariarosaria Giannetti: attuale campionessa  di mimo dei chionzi. (Somiglia a Sasha Gray ma non fateci caso)

Mariarosaria Giannetti: attuale campionessa di mimo dei chionzi. (Somiglia a Sasha Gray ma non fateci caso)

Ma il problema o, la tragedia che dir si voglia, riguarda noi poveri invitati che ci ritroviamo lo stesso in un mondo di precariato, ma pure costretti all’atroce pratica del regalo o, peggio ancora, della busta.

Ora, miei cari lettori desiderosi di conoscientia, dovete sapere che tradizione vuole che il regalo o la busta deve essere proporzionale allo sfarzo delle cerimonia. Quindi, se si organizza una cosa in comune con fetta di torta e due dico due confetti, ce la possiamo anche cavare con il cofanetto della prima stagione di Baywatch. Se, invece, prima c’è la chiesa con la sposa che arriva in un auto lussuosa, poi c’è il pranzo con dodici primi, quindici secondi e tre qualità diverse di Citrosidina, ciò che ti resta da fare è rapinare un’idraulico oppure vendere parti del corpo su e-bay. (A tal riguardo, dopo varie prove, mi sono reso conto che è c’è molta poca richiesta di peni in leasing o in comodato d’uso)

Questo è solo per mettere il problema in termini generali. Passiamo adesso ai problemi che io ho col matrimonio.

In primo luogo non credo nel matrimonio. Non solo perché sono anticlericale, ma perchè lo vedo solo come un atto legale attraverso cui due persone che si amano si parano il culo dallo Stato e da eventuali parenti stronzi nel caso in cui uno dei due decida andare al creatore prima di aver dato all’altro il codice del bancoposta.

Certo, sono uno stronzo, non sono per niente romantico e per questo finirò triste, solo e senza neppure la soddisfazione di poter scegliere delle bomboniere di merda che i miei amici saranno costretti a esporre in casa nel caso mi dovessi presentare a sorpresa! Ok, avete ragione, ma fatemi finire prima di cacarmi il cazzo…

L’amore è qualcosa di intimo per me, che non ci sembra ma sono un giovanotto timidissimo, qualcosa che non va ostentato. Certo, mi direte: ma è un giorno felice, è giusto condividere quella gioia!
A sto punto, non posso che dire: “Taci miserabile!
Vedi un po’ il padre della sposa che ha cacato tutti quei denari, guarda quei poveri invitati che sono costretti a stare seduti al tavolo con gente di cui non gliene frega un paio di balle, guarda il testimone dello sposo che si domanda se si farà di nuovo una sgroppata da dieci con la sposa… loro non sono felici, sono martiri innocenti per i quali vorrei che tu prestassi almeno un minuto di silenzio (o mimassi un chionzo in loro onore).

In secondo luogo trovo offensivo l’eccesso di invitati che ci sono in queste occasioni. Voglio capire l’amico di vecchia data che ti invita perché hai assistito alla sua storia d’amore sin dal primo momento, quando con un po’ di vergogna ti disse: “Mi sto tenendo a un cesso allucinante, però chiava bene… però non dire niente, è giusto una cosa così!” In questo caso ha senso, ci partecipo con un certo fastidio ma ci partecipo.
Ma in tutti gli altri casi: not in my name. Vi faccio il regalo, vi faccio la busta, do anche un paio di colpi alla damigella come è da tradizione, ma niente chiesa, niente comune e, sopratutto, niente pranzo!

E, invece, solo questo mese mi sono arrivati ben tre inviti, tutti declinati, ai quali ben due futuri sposi, invece di ringraziarmi per averli fatti risparmiare sul catering, mi hanno detto: “Non me l’aspettavo, mi sento offeso”.
Perchè la cosa assurda è che io devo rispettare le credenze altrui, ma gli altri non possono rispettare il mio disagio, questa specie di orticaria che mi prende manco stessi guardando un programma di Luca Sardella.

Perché poi, siamo sinceri, cosa è il matrimonio?
La tomba dell’amore dice qualcuno, l’arte di risolvere in due quei problemi che da solo non avevi dice qualcun altro… o, più semplicemente, l’inizio di una lunga e travagliata strada che porta al divorzio.
Pensateci, tutti i peggiori divorzi sono iniziati così, con un matrimonio!

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Lo zen e la sublime arte di cacarsi il cazzo

27 Jan

Il cacamento di cazzo: esiste concetto più nobile?
Il cacamento di cazzo è un po’ come uno spirito antico insito in ognuno di noi, molto spesso sopito, ma che scalpita e si fa sentire nei momenti in cui la noia, il fastidio e l’irritazione si fanno largo.
Quando questi tre demoni pungolano la vostra quiete, ecco che arriva il cacamento di cazzo: si muove dentro di voi, si agita, sgomita, sino a quando non prende il sopravvento e voi esplodete in una esclamazione di sanissima intolleranza. Tipo: “Ma sai che ti dico? Ma chi cazzo me lo fa fare di ascoltare le tue stronzate? Sai che c’è, io me ne vado… tu resta pure qua e continua a parlare!”

Toni Servillo è diventato il nuovo emblema dell'arte di cacarsi il cazzo, al grido di "Ma vafanculo 'sta cretina!"

Toni Servillo è diventato il nuovo emblema dell’arte di cacarsi il cazzo, al grido di “Ma vafanculo ‘sta cretina!”

Cacarsi il cazzo è un concetto nobile e profondo, con radice antichissime, e che ha permesso di vivere la vita in modo semplice e sereno. Secondo due principi molto semplici:
1) Sto bene con te, resto
2) Mi caco il cazzo, me ne vado (e se provi a trattenermi ti mando pure affanculo)
Purtroppo un giorno è arrivato Voltaire con quella storia del non essere d’accordo con le idee ma difenderle comunque, con la tolleranza e altra roba del genere e così, ahinoi, ci siamo costretti a subire lunghi ed interminabili cacamenti di cazzo, senza mai farli esplodere.

E questo è un male per varie ragioni. Qui di seguito vi elenco le più importanti:

1) Quando evitiamo di dire a qualcuno che ci sta cacando il cazzo, questi si sentirà invogliato a continuare, quindi indirettamente gli diciamo: “Oh ma tranquillo, cacami il cazzo tutte le volte che vuoi. Ce l’ho proprio per questo”.

2) Se proviamo quella sensazione di enorme fastidio quando qualcuno ci caca il cazzo è perchè il corpo, la mente e lo scroto ci dicono che quella situazione non ci piace, ci annoia, ci infastidisce. Se lo ignoriamo ecco che arriva lo stress, la frustrazione e, infine, la depressione. Andate così da uno psicanalista che non capisce un cazzo di niente e vi dice non solo di accettare quell’emozione, ma anche di analizzarla per bene. Così il vostro cacamento di cazzo addirittura aumenta, per non parlare dei livelli che raggiunge quando vi rendete conto di quanto state pagando in psicanalisi. Quando, invece, sarebbe stato molto più sano ed economico un onesto vaffanculo.

3) Ma vi rendete conto di quanto tempo perdete quando non date retta al vostro cazzo cacato?
Mettiamo il caso che sono ad una cena e tutti parlando di Santoro, di Grillo, citano le vignette di Vauro, poi si scagliano contro Berlusconi, passano a Renzi e, infine, controllano il loro i-phone per vedere se ci sono commenti alle foto che stanno scattando della serata. Non so voi, ma in una situazione del genere io lascio andare il mio cacamento di cazzo e me ne vado. Sarà maleducato, sarà poco diplomatico. Ma qual è l’alternativa: stare per ore e ore con un gruppo di imbecilli, a parlare di altri imbecilli? Sò due ore della mia vita, le voglio impegnare come si deve, facendo cose più produttive: anche dormire in questo caso va bene. Ora pensate a tutte queste occasioni e fate il calcolo di tutto ciò che potevate fare se solo non fosse stati così teneramente tolleranti.
E ora pensate a cosa succedeva se vi cacavate il cazzo e ve ne andavate? Ore e ore di tempo da poter impiegare per tutte quelle cose che non avete il tempo di fare. E che vi fanno dire: “Oh, com’è triste la mia vita non ho il tempo per fare…” E così, a vostra volta, cacate il cazzo agli altri.

4) Tenete conto che il cacamento di cazzo è un atto naturale, sano e genuino. E quando vi sottraete ad esso il mondo diventa un posto peggiore perchè, come accennato sopra, vi trasformate a vostra volta in dei cacacazzo di dimensioni bibliche.

Insomma, il cacamento di cazzo è un concetto che ha le sue radici nello zen, nella capacità di mantenere equilibrio tra lo yng e lo yang (che poi sono concettualizzazioni dei vostri coglioni, reali o metaforici che siano). Il suo rispetto equivale al rispetto dell’ordine cosmico.
Chi diavolo vi credete di essere per non rispettare l’equilibrio stesso dell’universo?

 

La bellezza degli stereotipi – quando internet combatte contro le stronzate

6 Jan

 

L'Europa secondo gli stereotipi di Berlusconi.

L’Europa secondo gli stereotipi di Berlusconi.


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Non mi interessa neppure sapere quale sia stata la battuta sul classico stereotipo napoletano, né in quale film sia stata messa. Non è spocchia ma la sola idea di dover approfondire un argomento del genere mi annoia. L’immagine di un comitato che resta a bocca aperta, completamente scandalizzato, attonito e offeso è degna di un film con Leslie Nielsen. 

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Siamo sinceri, tutti noi usiamo degli stereotipi, sono delle banali semplificazioni che ci permettono di ragionare in fretta e non dover perdere tempo anche sulle decisioni più cretine; di alcuni ne siamo consapevoli, di altri meno; alcuni sono più condivisi, altri meno; non c’è molto altro da aggiungere.
Forse solo una cosa, che i poveri scandalizzati (mi offro personalmente per una seduta di pnl per eliminare il trauma che hanno subito) sembra abbiamo dimenticato: gran parte della comicità si basa sugli stereotipi!


La vera idiozia di questa storia (così come di tutte le altri simili) è che ci dimostra uno degli elementi più grotteschi dell’essere umano: la convinzione che quelli degli altri sono stereotipi, mentre i propri dei distillanti di verità.
Mi spiego meglio: nel mio blog uso spesso gli stereotipi, quelli più grezzi e anche banali, insomma, non vado per il sottile. Così capitano spesso delle situazioni che hanno uno schema comune: 1) una persona mi scrive i complimenti per una battuta, specificando che la mia descrizione (a tutti gli effetti una semplificazione stereotipata) delinea perfettamente una tipologia umana, 2) la stessa persona mi insulta per un’altra battuta, accusandomi di essere stato offensivo e fuori luogo.
Ciò che è interessante è che, volendosi applicare un po’, mi rendo sempre conto che chi si sente offeso è perché lui stesso in primo luogo si riconosce nello stereotipo che ho preso in giro.

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Certo, tutto questo prima di internet era assente. E questo per un motivo specifico: tutti abbiamo a disposizione 24 ore nella giornata – un po’ le usiamo per dormire e mangiare, un po’ per lavorare e un po’ per divertirci ma, in ogni caso, sono sempre e comunque 24 ore.
Protestare nell’era precedente al web 2.0 comportava una serie di azioni:  informarsi, organizzarsi, uscire di casa, protestare, prendere contatti; e tutto questo occupava tempo. Oggi, invece, si ha la percezione che si possa fare tutto questo dal proprio pc, magari anche mentre si lavora, senza doverci investire chissà quale grande quantità di tempo.
Il punto è che le proteste pre-internet si facevano notare per la loro fisicità e venivano percepite di maggior valore proprio perché le persone in carne ed ossa ci investivano il proprio tempo materiale, sottraendolo ad altro.
Oggi non solo ciò non accade ma, data la facilità della protesta, questa pratica si è diffusa, moltiplicando esponenzialmente il numero di proteste. Le conseguenze sono ovvie: 1 l’attenzione non è più indirizzata ad un unico punto ma a molti di più, 2) con conseguente diminuzione del fattore adesione, 3) questo già annacquato dalla mancanza di fisicità (solo una minima parte delle proteste si converte in un atto che esula la rete), 4) e, per forza di cose, ne fa diminuire non solo il senso di adesione pratico, 5) ma anche la percezione di importanza.
Per sintetizzare: protestare sulla rete (tranne rarissimi casi) non serve a nulla!
Ma alimenta il senso di rabbia e l’illusione che si stia davvero combattendo per qualcosa.

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Personalmente ho sempre trovato divertente gli stereotipi ma per una ragione non particolarmente comune: gli stereotipi ci offrono tantissime informazioni sulla persona che li pronuncia.
Quando dico ad un mio amico di colore “Quelli come te vengono qui a fregarci le donne e il lavoro” lui ride non per la battuta (che, in fin dei, conti non ha nulla di divertente) ma per il ridicolo associato a chi pronuncia una cosa del genere.
E questa cosa, per quanto apparentemente superficiale (o troppo complessa, a seconda dei punti di vista) è la chiave di volta del problema. Lo stereotipo rappresenta una forma di ignoranza. Semplificare qualcosa a due o tre elementi e massimizzarli vuol dire proprio ignorare tutti gli altri. Lo stereotipo, insomma, informa dell’esatto numero di cose che chi lo utilizza non conosce (e, in certi casi, denota anche l’arroganza del possesso della verità).
Da questa prospettiva ha un potenziale di comicità addirittura superiore. E risulta essere più potente dell’inutile scandalizzarsi nel voler affrontare l’ignoranza che l’ha prodotto.