La bellezza degli stereotipi – quando internet combatte contro le stronzate

6 Jan

 

L'Europa secondo gli stereotipi di Berlusconi.

L’Europa secondo gli stereotipi di Berlusconi.


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Non mi interessa neppure sapere quale sia stata la battuta sul classico stereotipo napoletano, né in quale film sia stata messa. Non è spocchia ma la sola idea di dover approfondire un argomento del genere mi annoia. L’immagine di un comitato che resta a bocca aperta, completamente scandalizzato, attonito e offeso è degna di un film con Leslie Nielsen. 

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Siamo sinceri, tutti noi usiamo degli stereotipi, sono delle banali semplificazioni che ci permettono di ragionare in fretta e non dover perdere tempo anche sulle decisioni più cretine; di alcuni ne siamo consapevoli, di altri meno; alcuni sono più condivisi, altri meno; non c’è molto altro da aggiungere.
Forse solo una cosa, che i poveri scandalizzati (mi offro personalmente per una seduta di pnl per eliminare il trauma che hanno subito) sembra abbiamo dimenticato: gran parte della comicità si basa sugli stereotipi!


La vera idiozia di questa storia (così come di tutte le altri simili) è che ci dimostra uno degli elementi più grotteschi dell’essere umano: la convinzione che quelli degli altri sono stereotipi, mentre i propri dei distillanti di verità.
Mi spiego meglio: nel mio blog uso spesso gli stereotipi, quelli più grezzi e anche banali, insomma, non vado per il sottile. Così capitano spesso delle situazioni che hanno uno schema comune: 1) una persona mi scrive i complimenti per una battuta, specificando che la mia descrizione (a tutti gli effetti una semplificazione stereotipata) delinea perfettamente una tipologia umana, 2) la stessa persona mi insulta per un’altra battuta, accusandomi di essere stato offensivo e fuori luogo.
Ciò che è interessante è che, volendosi applicare un po’, mi rendo sempre conto che chi si sente offeso è perché lui stesso in primo luogo si riconosce nello stereotipo che ho preso in giro.

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Certo, tutto questo prima di internet era assente. E questo per un motivo specifico: tutti abbiamo a disposizione 24 ore nella giornata – un po’ le usiamo per dormire e mangiare, un po’ per lavorare e un po’ per divertirci ma, in ogni caso, sono sempre e comunque 24 ore.
Protestare nell’era precedente al web 2.0 comportava una serie di azioni:  informarsi, organizzarsi, uscire di casa, protestare, prendere contatti; e tutto questo occupava tempo. Oggi, invece, si ha la percezione che si possa fare tutto questo dal proprio pc, magari anche mentre si lavora, senza doverci investire chissà quale grande quantità di tempo.
Il punto è che le proteste pre-internet si facevano notare per la loro fisicità e venivano percepite di maggior valore proprio perché le persone in carne ed ossa ci investivano il proprio tempo materiale, sottraendolo ad altro.
Oggi non solo ciò non accade ma, data la facilità della protesta, questa pratica si è diffusa, moltiplicando esponenzialmente il numero di proteste. Le conseguenze sono ovvie: 1 l’attenzione non è più indirizzata ad un unico punto ma a molti di più, 2) con conseguente diminuzione del fattore adesione, 3) questo già annacquato dalla mancanza di fisicità (solo una minima parte delle proteste si converte in un atto che esula la rete), 4) e, per forza di cose, ne fa diminuire non solo il senso di adesione pratico, 5) ma anche la percezione di importanza.
Per sintetizzare: protestare sulla rete (tranne rarissimi casi) non serve a nulla!
Ma alimenta il senso di rabbia e l’illusione che si stia davvero combattendo per qualcosa.

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Personalmente ho sempre trovato divertente gli stereotipi ma per una ragione non particolarmente comune: gli stereotipi ci offrono tantissime informazioni sulla persona che li pronuncia.
Quando dico ad un mio amico di colore “Quelli come te vengono qui a fregarci le donne e il lavoro” lui ride non per la battuta (che, in fin dei, conti non ha nulla di divertente) ma per il ridicolo associato a chi pronuncia una cosa del genere.
E questa cosa, per quanto apparentemente superficiale (o troppo complessa, a seconda dei punti di vista) è la chiave di volta del problema. Lo stereotipo rappresenta una forma di ignoranza. Semplificare qualcosa a due o tre elementi e massimizzarli vuol dire proprio ignorare tutti gli altri. Lo stereotipo, insomma, informa dell’esatto numero di cose che chi lo utilizza non conosce (e, in certi casi, denota anche l’arroganza del possesso della verità).
Da questa prospettiva ha un potenziale di comicità addirittura superiore. E risulta essere più potente dell’inutile scandalizzarsi nel voler affrontare l’ignoranza che l’ha prodotto.

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2 Responses to “La bellezza degli stereotipi – quando internet combatte contro le stronzate”

  1. Massimo Del Genio January 29, 2014 at 12:42 pm #

    Condivido e aggiungo una citazione di Luttazzi:

    “quello che fa scattare la risata non è il contenuto, come si crede ingenuamente, ma la tecnica ”

    http://danieleluttazzi.blogspot.it/2011/07/luttazzi-smascherato-10-giugno-2010.html

    • umbertoskj January 29, 2014 at 1:34 pm #

      Aldilà della battuta, è davvero deficiente che se io napoletano dico che a Napoli rubano è ok, se lo dice un milanese è razzismo.
      Magari cambia l’intenzione, ma in entrambi i casi è un’affermazione, non è un saggio analitico a sfondo sociale.

Se proprio devi, dici pure la tua!

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