Le 5 domande del cazzo che ti fanno se sei un ipnotista

18 Dec

Evvabbè, diciamolo pure a chi non mi conosce di persona: io sono un ipnotista. Cioè: mi occupo di una cosa strana che si chiama programmazione neuro-linguistica (ho impiegato almeno due giorni per imparare il nome) e di ipnosi e, certi sciem vanno pure a dire che in giro che sono abbastanza bravo da tenere corsi per quelli che vogliono rubarmi la fatica.
Insomma, direte voi, ma a noi che cosa ce ne fotte?

Assolutamente niente, per carità.
Solo che stavo su facebook, quando ho letto un post su le cinque risposte del cazzo quando dici di studiare psicologia. Così ho deciso di scrivere le domande del cazzo (perchè magari fossero blande affermazioni) che mi vengono poste quando ho l’insana idea di non dire che lavoro al catasto (avete mai fatto caso che nessuno chiede mai un cazzo ad uno che lavora al catasto?)

Che centra la signorina? Niente, però mi piaceva mettere un culo senza motivo.

Che centra la signorina?
Niente, però mi piaceva mettere un culo senza motivo.


MA VERAMENTE FAI? E TIPO MO’ PUOI PURE IPNOTIZZARE QUEL CANE LI’?

Ci sta sempre qualcuno che ti vuole fare ipnotizzare cani, puorci, galline, suocere e altre bestie. Ti incontrano al bar con un amico, l’amico dice che fai di lavoro e quello vuole che gli ipnotizzi un animale.
“Ià, mi fai vedere con quello zingarello?”
“Ma non è un animale”
“E aspè… allora, quel cane lì”
Hanno il volto del bambino che incontra Babbo Natale ma quasi non ci crede.
Hanno lo stesso stesso atteggiamento di san Tommaso che non crede che ha di fronte a sé davvero Gesù e gli spertosa le stigmate.
Che poi, sinceramente, oltre Giucas Casella che ipnotizza una gallina (mi riferisco al pennuto, non a Simona Ventura, non incominciamo con gli insulti gratuiti!) io a gente che ipnotizza animali non l’ho mai vista.
Solo una volta ho provato ad ipnotizzare il mio gatto ma quello dopo due seconda ha fatto la faccia di chi pensa “Oh, ma staj a problema?” e poi si è voltato con superiorità.
(In realtà ci ho provato più volte e poi ci sono riuscito… ma questo è un altro post)


E ADESSO MI STAI IPNOTIZZANDO?

Ad una domanda del genere che vuoi rispondere?
Nel caso di una donna, la cosa più educata e tra le righe può essere: “Sì, però mi sa che non sta funzionando perchè non me l’hai ancora preso in mano”.
Nel caso di un uomo: “Perchè dovrei ipnotizzare qualcuno che non mi ha ancora pagato?”
Fare leva sul soldo dissuade qualsiasi interesse.
Che poi sto fatto che la gente pensi che noi ipnotisti ce ne andiamo in giro a ipnotizzare così, a schiovere, ancora non l’ho capita. E poi che bisogno c’è? La gente è già ipnotizzata di suo, non ha bisogno di noi!
E DICI LA VERITA’, QUANTE FEMMINE HAI IPNOTIZZATO PER CHIAVARTELE?

dd2

Mò siamo sinceri, chi male pensa male fa.
Se tu mi vieni a chiedere una cosa del genere, è perché utilizzeresti l’ipnosi giusto per pescere. E allora sei uno spuorco! Io mi sono fatto il culo per anni, ho studiato centinaia di libri, ho fatto ore e ore di pratica, per farmi arrivare ‘nu strunzill come a  te che sta più arrapato di Berlusconi ad un congresso dei ministri?
E, in ogni caso, per rispondere alla domanda: “Non parliamone, oggi qualcuno ha detto Onolulu la mia fidanzata si è risvegliata e ha, inspiegabilmente, stroncato la nostra relazione così, di punto in bianco”.


ALLORA MI SAI DIRE CHI SONO STATO NELLA MIA VITA PASSATA?

Almeno una volta al mese incontro qualcuno che mi chiede questo.
Cultore di Voyager, estimatore di Mistero, abbonato alla rivista Esoterismo e minchiate, cerca disperatamente sapere chi era nella vita passata.
La cosa strana di questi qui che credono che si possa usare l’ipnosi per queste cose è che ritengono tutti di essere stati dei padreterni. C’è ad esempio chi dice di essere stato un faraone, chi un guerriero, chi ancora un re, oppure una principessa, una dama alla corte di Francia… oh, ma uno che è stato uno spalatore di merda! Nessuno che sia stato il plebeo più mazziato del quartiere San Giovanni!
In ogni caso, quando spiego (elencando pure in modo dettagliato le ragioni) che non è attendibile l’uso dell’ipnosi per scoprire la vita passata, ecco che mi si rivolge un’espressione del tipo: “Vabbuò, come ipnotista non sei buono!”
E allora cosa devo dire?
Dico la verità, che so esattamente chi cazzo era nella vita passata. Era un povero imbecilli che ha passato tutta la sua vita a chiedersi chi sfaccimma sarebbe stato nella sua vita futura! E si diceva pure, speriamo che non sarò un coglionazzo che invece di domandarsi chi è oggi passa il tempo a chiedersi chi era quando ancora non esisteva!
(Però non sono scontroso, eh!)
HAI MAI IPNOTIZZATO UN PROFESSORE PER SUPERARE L’ESAME?

Professò, oggi vi siete svegliati bene e state a genio di mettermi un trenta a vacante!

Professò, oggi vi siete svegliati bene e state a genio di mettermi un trenta a vacante!

Sono sincero, l’ho fatto solo una volta: mi sono presentato all’esame di Sociologia  senza aver neppure comprato i libri e ho preso 24. Poi sicuramente, l’ipnosi ti aiuta a sviluppare buone dote oratorie, carisma, quindi, la cosa mi avrà anche aiutato con gli altri.
Ma la cosa davvero interessante è che dopo questa risposta, arriva l’altra domanda: “E l’hai mai usata per avere una promozione?”
E poi: “L’hai mai usata per fare a qualcuno quello che non voleva?”
E infine: “Ma perchè non la usi per fare una bella rapina?”
Anzi, fino a qualche tempo fa questa era una domanda, ora, con l’uscita del film dei maghi mariuoli, è proprio un affermazione: “Oh, rapinaci le banche”.
Da alcuni detto con un tono un po’ sarcastico, come a voler sottintendere: “Sì sì, rapina stu cazz!”

Advertisements

I 5 impercettibili segnali che vi fanno capire che vi vuole solo per una notte di sesso

10 Dec

Uno dei drammi maggiori della donna moderna è quello di districarsi in un mondo di uomini allupati che, pur di affondare in loro i denti (e non solo quelli), direbbe e farebbe qualsiasi cosa.
Così una ignara pulzella esce con un uomo, ignorando che egli – subdolo – gli sta offrendo il teatro, la cena e il caffè al Gambrinus non come omaggio alla sua compagnia, ma perché vuole abusarne il corpo e lo spirito (ma fondamentalmente il corpo); quale orrore! La malcapitata si ritrova sedotta e abbandonata, con accanto una metà vuota del letto, che ancora odora del dopo barba di lui e su cui è posato, tipo muta di un serpente, un parapesce.

Indi per cui, giovani donne: vengo in vostro soccorso.
Ecco a voi 5 segnali impercettibili che vi fanno capire se l’uomo con cui state uscendo pensa a voi unicamente come partner sessuale

Esempio di uomo di classe che potrebbe rivelarsi solo un gran porco.

Esempio di uomo di classe che potrebbe rivelarsi solo un gran porco.

1. Manco vi siete visti da due minuti e lui già dice: “Allò, vuò chiavà?”
In primo luogo, apprezzatene la ruspante schiettezza.
Poi fate i vostri calcoli: il maschio di fronte a voi vuole portare il bambiniello sulle giostre, voi ora potete farlo entrare a divertire (che poi magari vi divertite pure voi) oppure chiudete i cancelli.
Però, sul serio, prima di dagli del rattoso, apprezzatene la sincerità!

2. Vi dice: “Sai sono appena uscito da una storia importante”. 
Sottotesto: tengo la capa a pazziella.
Ora io lo so che ci stanno un sacco di femmine che se ne escono pensando che, malgrado questo, loro possono cambiarlo, che possono vedere in loro una seconda possibilità… ma non è così. L’unico pensiero del maschio in queste occasioni è: “Ho sparso il seme in un solo pertoso, mò ne devo ingarrare almeno altri sei o sette”.
Insomma, si vuole fare sono una chiantella. Fatevene una ragione.

3. Si lascia scappare che lui si dedica molto al lavoro e che in questo periodo è la sua priorità. 
Insomma, ve lo sta dicendo forte e chiaro, non ha tempo per voi: ha bisogno di soldi, e sapete perchè? Perchè vuole piacere alle donne come voi che cercano un cazzo di uomo in carriera… ma poi alla fine quel tipo di donne non lo vogliono perché lui pensa solo a chiavare e loro ad accasarsi.
Sta vivendo un dramma interiore.
Comprendetelo.

4. Vi dice: “Ti amo”. Al primo appuntamento. 
Diventiamo seri: ci sono femmine che poi veramente ci credono. Cioè bello e buono arriva questo qui, vi dite quattro cazzate, un paio di bacetti, magari un po’ di mano sulla zizza. Poi dice: “Ti amo”. E tu che fai? Ci credi?
Mò voglio pure capire che tieni na zizza che è potente… ma fino a questo punto?
Per farla breve: sta mentendo per portarvi al proprio talamo (o al cesso più vicino). Se così non fosse, si tratta probabilmente di uno psicopatico.
Ecco, in quel caso magari l’avete trovato il tipo che vuole una cosa seria.

5. Inizia a scapocchiarselo, dicendo: “Te piac’o siscariell?”
Mentre siete ancora al tavolino del bar e il cameriere ancora non è passato a prendere le ordinazioni.
Tendenzialmente questo comportamento evince un’assenza di volontà ad impegnarsi in una relazione stabile.
Però che ne sapete? Potreste essere l’eccezione che conferma la regola.

 

Chionz! Una favola natalizia

4 Dec

Come quest’estate, mi ho messo asscrivere una novela troppabbella, siccome che sono scrittore fernuto.
Se tutto va come spero (ovvero: non mi caco il cazzo come al solito) dovrei finirla appena prima di Natale, di modo da metterla sul blog in formato e-book come regalino per mamme, nonne e zie ninfomani.
Quindi: nessuno dica che non ho spirito natalizio!

In più, siccome che non so che cacchio mettere nel blog in questi giorni, vi posto un pezzettino di questo fantastico romanzo che farà dire a Paulo Coelho: “Ngulo al cazzo, che profondità!”

_________________________________________________

Tutto era cominciato con quella cosa brutta di Ilaria Persico, che avrà pure avuto le zizze grosse ma oltre quelle non aveva altro. Eppure, come molte ragazze un poco cesse, aveva appresso uno stuolo di spasimanti tutti convinti che, per il solo fatto che non fosse sto granché, doveva essere facile chiavarsela. E invece no, Ilaria se la tirava pure, si atteggiava come tutte le studentesse del Dams di Roma, per quanto ogni fine settimana stava buttata a piazza Bellini, fumando sigarette scroccate, squagliando fumo scroccato e bevendo birra pure quella scroccata ad uno di quei fessi che pensava bastasse farla bere per rimediare una pelle. Ma Ilaria reggeva bene sia l’alcol che il fumo, per non parlare del fatto che, quando si spingeva oltre, l’idea di un rapporto sessuale non la sfiorava minimamente, le sue fantasie erotiche al massimo si gingillavano con l’idea di un piumone, di un pigiama di flanella, di calzini di spugna e di David Foster Wallace, un leone di peluche che le aveva regalato il fidanzato del liceo.
Filippo aveva deciso di provarci con lei perchè in quel periodo non è che avesse a disposizione molto altro, e pure perchè anche lui aveva fatto l’errore di credere che una del genere quantomeno ci deve stare per disperazione. Così, in breve, quella che doveva essere una cosa veloce per ottenere un’esperienza ludico ricreativa con quelle tette enormi (insomma, pe purtà o bambiniell ngopp’e giostr) si era trasformata in una Pearl Harbor emotiva, che aveva convinto Filippo di essere addirittura innamorato di Ilaria Persico. Se non avesse creduto questo, il suo cervello sarebbe esploso al pensiero di passare così tanto tempo appresso quel cesso senza rimediare manco un chionzo di cortesia.

Il punto di non ritorno lo aveva raggiunto quando lei, tutta languida, gli aveva chiesto: “Pippo, ma lo organizziamo un festino?”
“E dove?” aveva domandato Filippo.
Ilaria, candida come una malattia venerea, aveva risposto: “Come ma dove? A casa tua!”
C’è da dire che in quell’occasione Filippo Patriciello stava tentando di far ubriacare la ragazza, così mentre lei manteneva un buono stato di lucidità, lui era così sbronzo da doversi sedere su uno degli scalini della biblioteca di piazza Bellini, giustificando quel mancamento fingendo una sciatica che per l’età che aveva doveva essere al massimo un preoccupante segnale di senilità precoce. Fu proprio per questo che quando Ilaria parlò di festino, lui lo intese in modo letterario, ovvero piccola festa, magari tra pochi amici. “Ma sì” rispose. “Chiamo Marco il tossico, Pierino seven up, insomma i soliti… un paio di cannette, suoniamo insieme qualcosa. Una cosa tranquilla”.
“Sì sì” rispose Ilaria. “Una cosa tranquillissima”.

Sfasulati a Bellini

Sfasulati a Bellini

Nel piano di Ilaria c’era anche quello di prendere cento euro di fumo e venderlo alla festa. “Ma giusto per pagarci il disturbo” ci tenne a precisare. “Mica perchè mò ci mettiamo a fare gli spacciatori”. Così aveva mandato Filippo da un pusher, tranquillizzandolo dicendo: “Tanto quello è un amico mio. Tu digli che ti mando io, noi vendiamo tutta la roba alla festa. Poi con l’incasso ci paghiamo lui e la parte restante ce la teniamo noi”. Dove per noi intendeva il plurale maiestatis col quale si riferiva a sé stessa ogni volta che si impegnava in una qualsiasi azione imprenditoriale.

Quando Filippo si presentò dallo spacciatore con la proposta di prendere cento euro di fumo e pagarglieli due giorni dopo, il pusher quasi gli rise in faccia. Filippo era andato sino al suo appartamento a piazza Mercato, condiviso con altre quattro persone di colore, che lo guardavano malissimo e iniziarono a guardarlo ancora peggio quando lui fece la proposta.
“No belo” disse Karim. “Niente soldino, niente marochino” quasi compiacendosi di quella rima, che almeno dimostrava che stava acquisendo sempre più dimestichezza con l’italiano.
“No, dai” continuò Filippo. “Me lo devi fare questo piacere. Senti, non lo fare per me, ma… come farti capire… se mi fai sto piacere io faccio proprio una bella figura con una femmina”.
“Ah, una femina. E’ com’è, com’è questa femina?”
“La conosci pure tu, è quella che mi ha dato il tuo numero, Ilaria”.
Karim si limitò a strabuzzare gli occhi, fece un grosso sospiro, cacciò dalla tasca un pezzo di fumo e iniziò a preparare una canna: se quel ragazzo andava appresso a un cuoppo allucinante, il minimo che poteva fare in qualità di buon musulmano era farlo fumare. Lo portò nella piccola cucina dove c’era solo una pentola su un fornello spento e gli disse: “Guagliò ma tu non sei male, spiegami il perché”.

Filippo a quella domanda si illuminò, nessuno gli aveva chiesto le ragioni del suo amore, e ora che qualcuno gliele chiedeva si rese conto che non vedeva l’ora di raccontarle. Fece un grosso respiro, ma quando iniziò a parlare non riuscì a dire nulla. Si fermò per qualche secondo e, nel momento in cui tentò di nuovo di raccontare, ecco che l’aria non uscì dalla gola. Cercò persino di ordinare i pensieri ma l’unica cosa che realizzò a riguardo fu che non ne aveva nessuno. Ilaria era un paio di zizze circondato da un pessimo contorno. “Vabbè, comunque devi sapere che è una ragazza piena di personalità” rispose. “Cioè come farti capire… è una ragazza decisa, intelligente, che sa quello che vuole, mica come quelle classiche tipe superficiali. E poi è pure una ragazza seria”.
“Seria?”
“Sì seria, mica una di quelle mezze zoccole che vanno con tutti”.
Sinceramente Karim non sapeva se Ilaria Persico andasse con tutti, ma era certo che si era tenuta due dei suoi coinquilini che, il giorno dopo, suibito avevano detto che erano ubriachi e che poi nell’oscurità del locale mica si capisce bene. Il locale in questione era il Kinky, un postaccio dove si ascoltava musica raggae, frequentato per lo più da ragazzi di colore e da ragazze bianche alla ricerca di ciò per cui i neri sono famosi nel mondo (aldilà del senso del ritmo). Karim l’aveva vista più volte lì, aggirarsi col fare della preda che vuole essere cacciata, la osservava con una certa indifferenza, le vendeva tutta l’erba che voleva, tanto poi l’avrebbe offerta a dei suoi connazionali, anzi, un paio di volte aveva avuto l’impressione che ci stesse provando con lui, ma le aveva fatto capire che non era aria.

D’improvviso uno dei coinquilini chiamò Karim. Si alzò, passò la canna a Filippo dicendo di finirsela tutta. Filippo dette un primo tiro e poi un secondo, rendendosi conto che c’era uno strano odore. Annusò la brace della canna e poi il filtro ma era tutto regolare. Iniziò a posare lo sguardo da un angolo all’altro della stanza, sino a quando non si posò sul fornello e la pentola. Si alzò e andò a controllare cosa ci fosse dentro: quando sollevò il coperchio, una zaffata di merda quasi gli tolse il fiato. Per poco non vomitò. Posò immediatamente il coperchio e tornò a sedersi, col senso di colpa di chi ha appena fatto qualcosa di proibito.
Ma che fanno questi qui, si cucinano la merda? Si domandò Filippo Patriciello e per una volta tanto nella sua vita due neuroni si incontrarono quasi per sbaglio producendo una sinapsi abbastanza interessante. “Ma vuoi vedere che…” sussurrò a sé stesso senza finire la frase, si alzò dalla sedia, tornò alla pentola e sollevò di nuovo il coperchio. In mezzo a quel cumulo putrido c’erano degli ovuli che dovevano contenere fumo o cocaina, in ogni caso droga. Fece per immeggerci una mano dentro ma subito si fermò. E che sfaccimma, così faccio peggio di Trainspotting! Iniziò a cercare nei cassetti qualcosa come un cucchiaio o una forchetta, senza alcun risultato. “Vabbuò!” si disse per farsi coraggio: infilò la mano sentendo che il contenuto era ancora tiepido, notando come i peli del polso si lasciavano tirare dal peso di quella roba che si appiccicava alla sua pelle. Questa volta il conato di vomito dovette trattenerlo, prese immediatamente il primo ovulo che gli capitò sotto mano e, così come fa un bambino quando ruba, subito se lo portò in tasca. Fu un semplice riflesso condizionato, ma non appena la mano fu lì dentro, premendo sulla coscia, si rese conto di cosa aveva fatto. E anche di come la stoffa della tasca fosse così sottile da lasciar passare il parte del contenuto dell’intestino di uno sconosciuto proprio sulla sua gamba.
Di colpo si sentì avvolto dalla puzza e si domandò perché è sempre la merda degli altri a fare più schifo, mentre la propria… vabbè fa pure schifo ma non a questi livelli.
“Karim, io ora vado” disse, uscendo dalla cucina e avviandosi verso l’ingresso.
Il pusher stava parlando animatamente con i coinquilini e nemmeno si accorse di lui. Così, quando Filippo si chiuse la porta alle spalle, tirò un respiro di sollievo. Ma non ispirò solo il tipico odore di umido di un palazzo vecchio ma pure quello di merda. E si rese conto di aver chiuso la porta proprio con la mano sporca. Preso dal panico più totale provò a pulirla usando quella pulita e finendo solo per sporcarsi ancora di più. A quel punto, proprio non riuscì a trattenersi: vomitò. E si rese conto che ormai non c’era nulla più da fare, l’unica cosa intelligente che gli restava era sperare che nessuno avrebbe notato un ovulo in meno. Certo, avrebbe dovuto sperare anche che nessuno avesse notato il macello che aveva combinato fuori la porta, ma nei momenti di panico non si può badare a tutto.
Alla fine il festino era saltato, Ilaria gli aveva assicurato di vendere il fumo e poi era sparita per una settimana e, infine, lo spacciatore l’aveva beccato nel bel centro di piazza del Gesù.
Si preannunciava un Natale peggiore di quello in cui suo padre lo aveva minacciarlo di tagliargli i fondi se non avesse dato almeno tre esami l’anno. 

Idea per una serie tv: Riapatori di caldaie

25 Nov

dd2

Mimmo e Peppe sono due superamici del cuore che si conoscono da quando, ai tempi dell’Itis, si davano in faccia con quelli del primo anno quando non sapevano come apparare la giornata. 

Arrivati all’età di vent’anni, i genitori si cacano il cazzo di mantenerli così li obbligano a trovare un lavoro. Loro prima frequentano un corso organizzato dalla Regione Campania, di quelli che rilascia l’attestato alla seconda lezione, alla terza già abbandonano e mettono un annuncio su meetic come riparatori di caldaie.

Nel primo episodio, ricevono una chiamata da una donna sola in casa. Quando arrivano da lei, si accorgono che di faccia fa schifo ma come fisico può andare e allora fanno tutti i tipi romantici. Poi, mentre uno limona con lei sul divano, l’altro cerca del portagioie qualcosa di valore ma si accorge che c’è tutta roba di plastica.
Così Mimmo e Peppe decidono di non riparare niente (che tanto manco lo sanno fare) ma si fanno dare lo stesso duecento euro, altrimenti Peppe la sputtana con tutti in paese facendo vedere le foto che le ha scattato mentre limonava con Mimmo.

Nel secondo episodio un tipo tutto arrogante chiama perché la caldaia non funziona. Mimmo dice subito: “Mò veniamo”. Poi attacca e dice a Peppe: “Veniamo cu ‘stu cazz!” I due prima vanno al bar a comprare qualche gratta e vicini, li grattano, bestemmiano i santi e le madonna perché non hanno preso niente. Ordinano poi un caffé corretto e poi prendono un altro gratta e vinci. Con questo vincono cinque euro, così se ne escono come gran signori e si sparano pure le pose col giornalaio che dice: “Uà frati, avete arrevotato”. Ma in realtà pensa: “Ma guarda ‘a sti doje sciem!” Con la cinque euro comprano un altro gratta e vinci ma questa volta non vincono niente. Allora bestemmiano ancora di più e quando un signore tutto seccato intima loro di smetterla di nominare il nome di Dio invano, prima lo prendono a schiaffi, poi Mimmo gli da una capata in bocca, Peppe fa un video e, quando sono a casa, lo caricano su youtube. Il giorno dopo vanno a casa del tizio che li aveva chiamati e lo trovano morto assiderato con le stallatiti che gli colano dal naso.

Nel terzo episodio vengono chiamati dal corso della Regione. “Qua se non seguite, vi togliamo la licenza”.
“E licenzia stu pesc” dice Mimmo.
E Peppe continua: “A licenz’ra puttan’e mammt”
E continuano così da buoni venti minuti, mostrando che non è vero che all’Itis non si impara come gestire un rapporto professionale.
Poi visto che non hanno riparazioni da fare, si mettono fuori al bar a sfottere le femmine che passano.

Perché la televisione mi ha cacato il cazzo

15 Nov

Sono anni che non ho la televisione.
Più o meno da quando Enrico Papi andava in onda di sera insieme ad un tizio chiamato Uomo-gatto. Quest’Uomo-gatto era uno con la faccia da morto ti figa, che se si faceva chiamare Cesareo era più onesto, anche perché in questo modo capivamo che la patana non l’aveva vista manco quando è nato.
Insomma, a quei tempi in tv c’erano ‘sti due e in più un pubblico in visibilio perché l’Uomo-gatto aveva un super potere. Direte voi: guarire gli ammalati? Trasformare l’acqua in piscio senza farla passare per la vescica? La capacità di fare condoni fiscali facendosi un pesce in mano? Manco pe gniente! Lui indovinava una canzone sentendone giusto il primo secondo.
A quel punto – e questo lo ricordo benissimo – mi dissi: “Ma chi cazz’ mo fa fà?” Presi la televisione, tolsi le varie spine e la portai ai miei genitori, perché proprio il giorno prima la loro si era rotta. “Te ne devi comprare un’altra?” chiese mio padre.
“Un’altra? Tu sei pazzo, io non la voglio proprio vedere più!”
E così è stato.

Sinceramente: il problema non era tanto l'uomo gatto, quanto 'e sciem che andavano pure a farsi fare gli autografi.

Sinceramente: il problema non era tanto l’uomo gatto, quanto ‘e sciem che andavano pure a farsi fare gli autografi.

 

La cosa assurda è che, malgrado questo, io continuo a sapere più o meno quello che succede. Tipo so che Morgan a X-factor ha meno dignità del mio gatto quando si lecca le palle, che Fabrizio Frizzi si traveste ogni settimana da rock star ma ha comunque più dignità di Morgan, e che adesso a Uomini e donne hanno messo pure i vecchi che fino a qualche giorno fa se ne stavano belli per il cazzi loro a guardare i cantieri in strada.
E voi vi chiedere: ma come fai a sapere tutte ‘ste cose? Sei maccico? Sei un fenomeno paranormale?
Guagliò, mica l’ho capito e, detto tra noi, sta cosa mi fa paura, perchè dentro il mio cervello ci sono delle sinapsi che potrei occupare ricordando – che ne so – la tavola periodica e, invece, sono buttate al cesso con queste informazioni che al massimo mi saranno utili quando cercherò di posteggiarmi una sciampista con evidenti handicap mentali.

Premesso questo, ieri sera volevo farmi la bocca dolce e così sono andato in cucina a prendere un paio di clementine. Qui c’era mio padre che guardava Santoro. Qui si parlava di nuovi poveri.
Non so voi, ma io quando sento parlare di nuovi poveri penso ai padri divorziati che tolgono il pane alla caritas ai marocchini. Invece, qui c’era gente che comunque un lavoro ce l’ha, che a fine mese ci arriva, che magari una volta le vacanze se le facevano a New York, mentre adesso si devono accontentare delle isole Eolie.
Ma la cosa ancora più assurde, che a parlare di povertà c’era gente che povera non è per niente.

Io non so cosa voi intende per poveri. Non voglio essere estremo pensando a quelli che vivono sotto i ponti, ma per me un nuovo povero è chi, per una qualsiasi ragione, deve fare una visita medica inaspettata e già la cosa lo destabilizza perché non sa più come mangiare sino a fine mese.  O almeno, nella mia innocenza, mi aspetto questo.
E invece ecco che ci troviamo l’esercito Rai che urla sputazzando contro questo scandalo. Poi in studio chi invitano? Un’operaio che si fa il culo otto ore in fabbrica? Un operatore di call center che guadagna 230 euro al mese? Macché professionisti e contro-professionisti che si lamentano che quest’estate, quando sono stati a Praia a mare, non sono andati tutte le sere a cena fuori, pseudo-imprenditori che una volta facevano l’aperitivo dal giapponese mentre adesso devono accontentarsi di un qualsiasi bar.

Allora onestamente per me sta gente deve prendere baracca e burattini e andarsene affanculo. Ma non in modo normale, deve andarsene affanculo nel proprio di culo, attraverso un movimento contorsionista che darà tanta soddisfazione sia a loro che a me che li guardo mentre assumono una forma da uomini di merda quali sono.

Visto questo, ho preso le mie clementine e me ne sono andato. Poi ho accesso il pc, mi sono sparato una grandissima puntata e How I met your mother e, rispetto allo spettatore medio di Santoro, mi sono sentito un grande intellettuale!

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro Diprè: ermeneutica di un catafratto

11 Nov
Achille  Bonito Oliva disapprova questo post.

Achille Bonito Oliva disapprova questo post.

Tempi duri per l’arte, tempi duri per tutti gli studenti di filosofia, del Dams, dell’istituto delle belle arti, convinti che i loro diciotto stentati o le loro lauree conseguite a trent’anni li mettano nella condizione di salire su un piedistallo e giudicare (con la tipica frustrazione di chi non ha arte figuriamoci poi se ha una qualche parte) l’operato altrui.
Mi dispiace ragazzi, come diceva un saggio, era meglio se vi imparavate zappatori, era meglio se cominciavate a lavorare da Burgher King dieci anni fa, era meglio se vendevate pietre lunari porta a porta… perché non c’è posto per voi.
Oggi c’è solo Andrea Dipré.

Adrea Dipré in un momento catafratto.

Adrea Dipré in un momento catafratto.

Lontano dall’acidità tipica di chi fa critica, questo illuminato moderno ha una parola buona per tutti: ogni atto per questo Mahatma dei giorni nostri diventa un’espressione artistica. Lì dove voi vedete merda, lui è in grado di scorgervi la poesia, la capacità di incesellare un’opera in grado di catafrangere lo spettatore (ma solo quello davvero attento, che ha strappato il velo di Maya) e collocarlo all’interno di un contesto nel quale assume un senso in grado di stravolgere il normale scorrere del tempo e il normale dilatarsi dell’universo, favorendo così nuovi e particolari percorsi esistenziali che non possono lasciare indifferenti, anzi mutano profondante sin dentro l’essenza.
(Non ho la più pallida idea di ciò che ho scritto, ma sembra quasi una cosa intelligente).

Ma chi è Dipré?
Andrea Dipré nasce per gemmazione durante la sagra del muflone di Cinisello Balsamo.
L’evento fu presenziato da un gruppo di ingegneri che, osservando la scena, hanno compreso in che modo si sarebbero riprodotti anche loro.
Frequenta abili mentori che lo accompagneranno durante la pubertà instillandogli la saggezza che lo contraddistingue.

Il primo di questi è l’avvocato Salvatore Granato del foro di Nola, detto Totò ‘a trastola. Si dice che è proprio questi che indirizza l’immenso verso lo studio della legge, quale unico pilastro etico sul quale sorreggere una critica rispettosa delle convenzioni sociali e che, allo stesso tempo, offra tutte le armi a disposizione per affrontare una qualsiasi causa di tipo penale.  Celebri ormai sono le parole di Totò: “Adrè ‘sta cosa non si può fare… però vedi che mò un cavillo per metterglielo nel culo lo troviamo”. In questa espressione si può cogliere l’animo profondamente rivoluzionario e anticonformista, che ha portato l’avvocato Granato ad una serie di vicissitudini che si sono concluse con l’arresto e due anni ai domiciliari.

Altro mentore è Patrizio Squillante, conosciuto ai più come Mirella Carioca. Il suo giocare con la sessualità, alla modica cifra di ottanta euro a prestazione (tutto coperto), ha fornito al nostro Leonardo l’abilità di vedere oltre i limiti biologici umani. Si dice che ogni volta che Andrea Dipré si catafrange, spalmandosi sul divano come lo Spuntì su una fetta di pane, lo faccia in onore di Patrizio. Era proprio quella l’espressione che assumeva durante gli incontri col maestro, quando quest’ultimo, sopra di lui, gli contava ogni singolo neo sulla schiena.

Infine abbiamo Natalia Russo, apparentemente una semplice maestra di scuola elementare, ma in realtà una pioniera della pedagogia post-moderna. Sua, infatti, è l’opera saggistica intitolata Il bukkake come forma di comprensione dei propri studenti.

Un Vip che cerca di ottenere prestigio facendosi immortalare con la Luce.

Un Vip che cerca di ottenere prestigio facendosi immortalare con la Luce.

I suoi anni di formazione, proprio come quelli di Gesù, sono sconosciuti. Nulla si sa prima dei 33 anni, quando compie il primo miracolo, salvando una donna da uno stupro semplicemente trattenendosi.

A 34 anni, redime una suora, instradandola alla prostituzione.

A 35 anni, invece, salva un prete pedofilo smascherando un nano che si vestiva da bambino per abusare degli ignari prelati.

Giunge alla fama portando alla conoscenza della massa incolta opere di una bellezza disarmante. Come i dipinti Natura morta con ingoio, Mamma e papà fatti con le mazzarelle e i cerchietti, La natività non venuta proprio benissimo. Nello stesso periodo viene rapito da un alieno, che gli chiede se ha delle sottilette da prestargli. Questi svela al Dipré il segreto dell’universo e lui, beffardo, lo perde a poker in un bluff.

Attualmente molti sono i suoi detrattori, invidiosi rosiconi che lo deridono, incapaci di accettare la geniale rivoluzione che sta portando avanti.
Queste righe, da parte mia, sono un omaggio al Maestro per insegnare a voi – mie cari lettori desiderosi di conoscientia – ciò che si cela dietro questa nobile figura.
(Oltre Patrizio Squillante, ovviamente)

Le domande importanti della vita

2 Nov

Sono col maestro Hikimoro, il mio mentore di zen e tiro con l’arco.
Nel giardino in cui meditiamo c’è solo la pace, il silenzio e la voce del maestro Hikimoro che mi dice: “Concentrati sul suono di un applauso con una mano sola. E ora porta l’attenzione a tutto ciò di cui non sei consapevole. Apriti alla moltitudine. Individua quante persone in questo momento ti stanno pensando e immaginano di tirarti i cuppetielli dietro. Senti il flusso dela vita che si mischia a quello dell’inflazione. Richiama il tuo Chi così come richiami la tua ex cessa tutte le volte che resti un mese senza farti una pelle. Concentrati sulla musica dell’universo e su come somiglia a quella di Bobby Solo”.

Seguo la sua voce, i suoi consigli. Poi mi dice: “Medita sulle domande importanti della vita sino a quando non arrivi a quell’illuminazione che non abbraccia solo te ma anche chi ami”.
Resto nel profondo di me stesso sino a quando la mia mente non si schiude.

"Immagina una mosca che ti ronza attorno quando vuoi dormire, quanto fastidio ti da. Puoi decidere di combatterla o di accettarla. Oppure puoi prendere il Raid e spruzzarglielo tutto addosso a quella zoccola.  La scelta giusta è quella del saggio" Una tipica storia del maestro Hikimoro

“Immagina una mosca che ti ronza attorno quando vuoi dormire, quanto fastidio ti da. Puoi decidere di combatterla o di accettarla. Oppure puoi prendere il Raid e spruzzarglielo tutto addosso a quella zoccola.
La scelta giusta è quella del saggio”
Una tipica storia del maestro Hikimoro

Inizio ad interrogarmi:
Ha senso uno sport come il curling?
C’è vita oltre la morte?
C’è morte oltre la vita?
C’è sofferenza dentro il piacere?
C’è piacere nella sofferenza?
C’è il dado in questo brodo oppure è naturale?
C’è il collegamento ad internet veloce?
Si può superare la linea dell’orizzonte? (Sì, perchè l’hanno segnata con la matita)
Dove va a finire tutto l’olio che si frigge durante le feste dell’Unità?
Perché non hanno ancora tolto internet a Saviano?
Hanno senso tutte queste domande?
Quale domanda ha davvero senso?
Potrebbe essere quella di come rendere la mia vita e quella dei miei cari migliori?
Cosa vorrebbero conoscere tutti? (Quando finisce Beautiful)
Oppure? (Come diventare ricchi)
Come posso rendere me e i miei cari più ricchi? (Guadagnano 9 miliardi cadaparente)
Come posso arricchire ogni mio parente donando loro 9 miliardi cadaparente iva esclusa?
Una buona risposta può essere farsi sognare da ogni parente fornendo ad ognuno i numeri del lotto?

Apro gli occhi avvolto in un’aura di buddità. “Maestro, ho la risposta!” dico.
Hikimoro, però, non c’è più. Al suo posto c’è un bigliettino: “Mi sono cacato il cazzo di meditare, vado un po’ dietro la stazione a praticare il tantra. Tu, intanto, perdi un po’ di tempo con le frecce come un indiano circondato dagli sceriffi”.
Mi alzo, cerco l’arco, lo prendo e mi chiedo: “Sono io che tendo lui o lui che tende me?”
La risposta, mi arriva sotto forma di sms proprio dal maestro Hikimoro. E’ una sola parola, saggia come solo la consapevolezza può essere: “Mammt!”